BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
SS.ma
Trinità – 04.06.2023
Es 34,4b-6.8-9 - 2Cor 13,11-13 - Gv 3,16-18
Abbiamo bisogno di ripensare, forse di riparare, il nostro mondo di amare. E il mistero, il prodigio di Dio che noi chiamiamo, la Santa Trinità, un solo Dio in tre persone, recita la formula del catechismo, formula che è fuori della portata della nostra comprensione, e che solo la fede, la fiducia in Gesù che ce l’ha fatto intravedere, e l’insegnamento della Chiesa, ci aiutano ad accogliere.
Nel modo di amare, ci lasciamo spesso intrappolare dal nostro egoismo o dalle nostre paure, pensiamo a difendere prima di tutto la nostra vita, i nostri interessi, il nostro futuro, le nostre comodità. Siamo attenti calcolatori. Ed è a questo primo limite che Dio Trinità ci aiuta a mettere rimedio. Egli “ha tanto amato” il mondo, cioè noi, ciò che ha creato, da mandare il Figlio Suo nel mondo, tra gli uomini, da rendersi visibile a chi volge lo sguardo a Gesù con gli occhi della fede.
La prima lezione di amore sta in quell’avverbio che noi non riusciamo ad immaginare: ha amato, e ama “tanto”! Tanto! Un amore senza misura, un amore che alla nostra logica potrebbe apparire sprecato, considerata l’accoglienza che gli riserviamo. Dio ci ama tanto.
Come ci ama? Dando ciò che ha di più caro e prezioso: il Figlio che si è incarnato in Gesù, nato da Maria di Nazareth per un prodigio dello Spirito Santo, lo stesso Spirito di Dio. E il Figlio, mediante la tenerezza, la benevolenza, la misericordia, la solidarietà con chi soffre, l’impegno per la verità e la giustizia, impegno a cui è stato fedele fino a dare volontariamente la propria vita, ha mostrato ed insegnato come ama Dio; meglio, come può amare un uomo in modo divino.
Se la misura dell’amore che diciamo di avere ci fa difetto, non è che la modalità sia diversa. Tutto perché non crediamo in Lui, cioè non ci apriamo al Suo Spirito. Ed ecco allora la terza espressione, quella che ci è ostica, a ricordarci che davanti alla misura sconfinata dell’amore di Dio e alle parole di Gesù, causa l’uso errato, presuntuoso forse, arrogante o orgoglioso, della nostra libertà, noi possiamo sottrarci al bene che Dio vuole per noi e firmare la nostra condanna, infelicità.
C’è un terzo insegnamento che viene da questo mistero della Trinità. Dio si muove, ama, ama tanto, ama come Gesù ci ha fatto conoscere, nel rispetto della nostra libertà che egli comunque vuole illuminare. Già queste sono due belle lezioni. La terza: l’amore ha un “perché”. E non un “perché” è conveniente a chi ama, o perché tocca come dovere. Il “perché” dell’amore sta nel bene di chi verso il quale è donato gratuitamente, anche con il rischio di essere rifiutato. Dio ha mandato il Figlio non per giudicare o condannare, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui, cioè ritrovi senso, bellezza, libertà dal male, dal male profondo che è il peccato, il rifiuto stesso di Dio.
Noi che amiamo i nostri cari, gli altri, noi, la cui misura di amare è contenuta, speriamo non per egoismo, perché lo facciamo? Perché amiamo? Perché ci tocca? Perché ci conviene? Perché l’abbiamo promesso? Quale bene, quale salvezza vogliamo per chi ci è caro? Il “perché”, lo scopo, il fine del nostro voler e fare il bene, anche a caro prezzo, dov’è? A cosa mira il nostro amore, il nostro sacrificio? Che abbiano, salute, casa, lavoro, affetti, coloro che amiamo? Sono cose belle e ce le auguriamo. Possono essere un segno di una salvezza più profonda, quando tutte queste realtà a cui non possiamo rinunciare, e a Dio certamente non dispiacciono, se vengono accolte, cercate, vissute, credendo che l’unigenito Figlio di Dio, e seguendolo in tutto ciò, è il nostro vero e duraturo bene. In nessun altro c’è salvezza, se non in Gesù, rivelazione di Dio Trinità.
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