martedì 12 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 6° Domenica di Pasqua – 10.05.2026

Atti 8,5-17   - 1Pietro 3,15-18 - Giovanni 14,15-21
Nell’avvicinarsi del ritorno al Padre, - domenica sarà festa della sua Ascensione al cielo - Gesù assicura che la Sua presenza tra noi non verrà meno. Il Buon Pastore che non abbandona il gregge, mai ci molla, Ora la promessa di mandare lo Spirito Santo.
La nostra vita conosce in continuità turbamenti, preoccupazioni, paure di vario genere. Come e dove, possiamo attingere serenità, speranza e fiducia? E poiché siamo credenti della buona notizia che il nostro Signore risorto dalla morte è vivente tra noi, credenti di quanto ha fatto Dio, come sarà la nostra testimonianza, che può subire contestazioni e derisioni?
Ecco l’assicurazione di Gesù che sa della nostra fatica: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità” (Gv 14,16-17). 
Sono parole che trasmettono la gioia di una nuova venuta di Cristo. Il “Paraclito”, termine tradotto con “consolatore” potrebbe indurre ad un’opera semplicemente di rassegnazione, significato non preciso dello stesso. Meglio la traduzione “difensore”, ancora meglio, “colui che si mette a fianco”, “colui che prende il mio posto, le mie difese” perché richiama ad una presenza, che è data per resistere al male, vincere la rassegnazione, il lamento, la sfiducia.

“Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18). Quale tenerezza in questa espressione! Lo Spirito di verità, l’Amore, rimane tra noi, in noi. “No, non vi lascerò orfani”. Non cediamo alla tristezza, alla depressione, a cui porterebbe una condizione di solitudine in cui invece Gesù non ci lascia. Non la vuole per noi, per nessuno. Nemmeno per coloro che non gli credono o non lo vogliono. Non siamo privati di Lui, non siamo orfani! Ci ha svelato, ci ha autorizzato a chiamare Dio con il dolce nome di “papà”, ci ha insegnato a confidare nella sua provvidenza, ci ha assicurato che Egli sempre ci ascolta, ci ha mostrato e abbracciato con la sua misericordia, ci ha richiamati alla vita con il perdono Suo… e tutto questo continua grazie allo Spirito di verità. E questo Spirito è Gesù: “verrò da voi”. Ce lo assicura! Verrà in noi! “Chi ama me, accogliendo i miei comandamenti, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. (Gv 14,21).

Se le cose stanno così, e sono così, carissimi, scrive Pietro, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi spiegazione perché avete speranza e fiducia pur soffrendo. Con dolcezza e rispetto, con onestà facciamo risuonare questa “buona notizia”; dolcezza perché lo Spirito è forte sì, ma anche dolce ospite dell’anima, come amiamo invocarlo; rispetto perché Dio rispetta la nostra libertà e ci insegna a rispettare gli altri, senza imposizioni, ma anche senza arretramenti, o silenzi che diventano spesso connivenza con il male e privano coloro che cercano la luce di vedere.  Non si tratta di convertire: ci pensa lo Spirito. Ma di non tacere la verità del vangelo, della buona notizia che Gesù è e ha portato, l’amore di Dio, perché la speranza e la fiducia, la vita siano davvero tra noi, in noi.

domenica 3 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 5° di Pasqua – 03.05.2026

Gv 14,1-12

 

I turbamenti non mancano! Ha un bel dire Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore”, agitato, ansioso, spaventato… Sta rivelando ai suoi discepoli il compimento della sua missione, e vorrebbe prepararli al quel momento. Essi non comprendono.  
I turbamenti non mancano neanche nella nostra esistenza; non mancano i motivi per essere disorientati, tristi, spaventati; un po’ ovunque, in famiglia, in questo povero mondo, nelle nostre responsabilità, per noi, per i nostri cari… 

Allo stesso tempo desideriamo un “posto” tranquillo, calmo, sereno, magari comodo; un posto anche remunerativo di tutte le nostre fatiche e premure; un posto dove vediamo realizzarsi le nostre attese, desideri più belli, speranze… Vogliamo e cerchiamo serenità e pace. Chi ci potrà soccorrere? Il Risorto è con noi, è tra noi, è vivente, ma questa presenza ci sfugge, o almeno temiamo che sia così. “Io vado a preparavi un posto”. Quasi Gesù ritorna ad assicuraci di non temere di perderlo, il posto e Lui. Non si dimenticherà di noi, non ci lascerà soli e nei nostri turbamenti: “verrò di nuovo e vi prenderò con me”. 

Condizione? “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me!”. C’è un posto nella casa del Padre mio dove potete stare bene con me: il Suo cuore. Lì sono sciolti tutti i turbamenti, le paure, le tristezze, perché è la dimora di un amore più grande di ogni cosa; un amore fedele. De resto, “se Dio ci ha dato il Suo Figlio, scriverà Paolo, come non ci darà ogni cosa con Lui”? Ogni cosa che è per il nostro bene, la nostra vita, la nostra felicità!  

“Io vado a preparavi un posto” è una promessa che rivela tutta la tenerezza di Gesù. Non ci consegna mai ad un futuro incerto, ma ci assicura che la nostra vita ha già una dimora presso il Padre Suo e nostro. Tante volte ci sentiamo come fuori luogo, fuori posto, non accolti, senza uno spazio dove far riposare il cuore… Ma Gesù ci rivela che per ciascuno esiste invece un posto pensato, preparato, e custodito, dove possono e devono trovare fine tutte le nostre paure e turbamenti. Non pensiamo subito a quello che ci attende a termine di questa esistenza, che certamente ci sarà, ma, come dice, al suo Cuore, al Suo amore. Ecco il “posto” che nessuno ci porterà via!

“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, esordisce Gesù, quando percepisce quello che c’è nell’animo dei suoi e nostro. E ha il coraggio di chiedere tanto anche a noi, perché Egli ha fiducia in noi, e lo fa con le parole di Pietro nella seconda lettura: “voi siete pietre vive”, vive, vivete della mia vita, e a questo “posto” concorrete; cioè concorrete ad abitare, a trovare dimora in Dio lasciando ogni paura e solitudine.  

“Pietre vive” non solo per trovare un posto comodo e sicuro per noi stessi, ma per costruire pure un mondo nuovo, una realtà che tutta trovi compimento e pace in Dio, un’umanità che faccia conoscere la Sua bellezza e bontà. Qui entra in gioco, allora, il nostro impegno di cercare le vie per realizzare una comunità di credenti che sanno di essere da Dio amati e si amino tra di loro, si prendano cura con amore di questo nostro mondo, abbiano premura gli uni degli altri. Non siamo soli per quest’opera di risurrezione! 
“Io sono la via, la verità, e la vita”! Così si offre Gesù alle richieste di chiarificazione di Tommaso e Filippo. La via per andare al Padre, la verità del Suo amore, la vita che ne consegue. “Abbiate fede in me”!... E conclude: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio…più grandi”!

martedì 28 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 4° Domenica di Pasqua A – 26/04/2026


In questa quarta domenica del tempo pasquale, riconosciuta e celebrata come la domenica del “buon pastore” o pastore bello, unico, che è ovviamente Gesù, il Risorto, io sono in mezzo a voi e condivido la preghiera e la vita con alcuni particolari sentimenti Quando nel vangelo di oggi Gesù parla del pastore delle pecore, parla di sé, della sua missione. E poiché non è di facile comprensione quello che dice, anche perché ci può dare un po’ fastidio essere considerati “pecore”. Ma tant’è che molti vogliono esserci guide e pastori! E da costoro, social o potenti, siamo guidati, purtroppo. Gesù usa anche un’altra similitudine: Io sono la porta delle pecore, vale a dire l’accesso alla vita

Chiedo che questi sentimenti siano anche in voi. 
Innanzitutto, la gratitudine e la commozione per questa immagine di tenerezza e di premura, di affetto e familiarità stretta che viene dalla figura del pastore. E non posso non andare alle parole dell’apostolo Pietro nella sua lettera dove ci fa sapere che “Cristo Gesù patì per voi”, cioè ha dato la vita, ha vissuto fino in fondo l’amore per me, per voi, per noi; con una mitezza, una misericordia e fiducia che danno la misura di quanto gli siamo cari, e gli sono cari anche quelli che non lo accettano e arrivano a rifiutarlo. 

Il Suo è sangue prezioso, ci diceva ancora Pietro domenica scorsa, e oggi ritorna a confermare: “dalle sue piaghe siete stati guariti”, dalla nostra esistenza senza senso. “Eravate erranti come pecore”. Cioè quando ci perdiamo, ci smarriamo, siamo nella più nera confusione, non sappiamo da soli ritrovare la via di casa, ecco allora che siamo “ricondotti” a Lui, al pastore. Egli ci riconduce a sé, egli fa per noi quello che conta e dà salvezza; non noi da soli ce la facciamo a ritrovare la via. Egli è il custode, colui che si prende cura del nostro nutrimento, del nostro bene; non noi da soli, ma, dice a conclusione del brano del vangelo, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Egli rimane porta aperta per la vita! 

C’è un’altra serie di sentimenti davanti a questa figura del pastore, e con voi li condivido. Sono sentimenti di responsabilità che io provo, chiamato ogni giorno a raffigurare ai vostri occhi proprio questo unico Pastore per grazia, per un dono particolare dello Spirito. 

Innanzitutto, Gesù è stato costituito Signore e Pastore, dice sempre Pietro nelle sue prime prediche, perché è stato prima “agnello” e “servo obbediente”. Vale per me, vale per tutti noi nella nostra condizione di essere accanto agli altri come responsabili del loro bene. Prima occorre farsi agnelli e vivere in obbedienza al Padre. “Chi pecora si fa, lupo lo mangia”, dice un proverbio. Il vangelo insegna diversamente: “Chi agnello si fa, pastore diventa”. Non è questo un suggerimento per imparare a servire e a guidare gli altri chiunque essi siano?

E poi sentimenti di gioia. Il motivo? Eccolo: il pastore chiama le sue pecore una per una, ascoltano la sua voce; poi le conduce fuori, cammina innanzi a loro, esse lo seguono. Un pizzico di amarezza fa capolino, invece, quando “un ladro, un brigante, un estraneo”, che vanno per “rubare, uccidere, distruggere” fanno breccia tra coloro che ami, ai quali interessa assai poco conoscere l’amore di cui sono oggetto; coloro che non hanno tempo, non hanno spazio, non hanno libertà, non credono, e non vogliono cercare in Gesù la vita.

Carissimi, rigenerati, risorti con Gesù, siamo continuamente ricondotti e custoditi dal Suo amore. Preghiamo, in questa domenica in modo particolare, perché il Pastore grande delle pecore, come lo chiama al Scrittura, sia presente in mezzo a noi attraverso anche la disponibilità di chi accoglie la vocazione a diventare sacerdote nel popolo di Dio, e ad esserlo sull’esempio e le orme di Cristo.

martedì 14 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Seconda Pasqua A – 12.04.2026
 

1Pietro 1,3-9   -   Giovanni 20,19-31

 

Siamo all’Ottava di Pasqua, e continua la luce di questo evento della risurrezione di Gesù. Anzi, ne siamo partecipi anche noi siamo con Lui risorti grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto. Questa domenica è la Festa della Divina Misericordia, come ha voluto indicare già Papa Giovanni Paolo II, poiché la nostra risurrezione, la nostra rinascita, la nostra ricreazione, avviene proprio per la Misericordia che ci è stata e ci è usata a fronte dei nostri peccati e delle loro conseguenze, a fronte delle nostre fughe o tradimenti, come è avvenuto per gli stessi discepoli di Gesù. Visitati dal Risorto, come narra il Vangelo, si sono visti confermare i suoi doni di pace e di liberazione da ogni paura, di amicizia, di fiducia. 
La Misericordia non è una tomba, un sepolcro, una sconfitta; non è debolezza, se non di amore, che Dio non può trattenere, per noi suoi figli, che ha trovato nel Cuore di Gesù l’accesso per entrare nel nostro mondo, per riversarsi, trafitto, sul nostro mondo; per insegnare all’umanità la via della pace. La Misericordia è un grembo che si apre e ci dona la vita di risorti, la vita di Gesù, che noi possiamo, e dobbiamo toccare con le nostre mani, come Tommaso. Questi non è il maestro del dubbio, non è semplicemente l’emblema dell’incredulità, anche se così viene richiamato dallo stesso Gesù, non è colui che ci pianta il naso come siamo soliti dire. 
No, Tommaso ci dice che non possiamo nemmeno accontentarci di quello che ci dicono gli altri. Del resto, lui non si lascia convincere dalle parole dei suoi amici, non essendo stato presente quella prima sera di Pasqua. Ci insegna che dobbiamo fare esperienza del Risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.  E che significa? “Se io chiudo gli occhi per non vedere le sofferenze dei fratelli, e quanto patiscono a causa del male che li affligge, e del bene che cercano di perseguire, io non posso dire di essere risorto con Gesù”.  Ancora una domanda: come fare per toccare le ferite del Risorto e dei miei fratelli? Accogliere la pace che ripetutamente ci dona: “pace a voi…pace a voi… pace a voi… che da soli non siete capaci di darvi”.
La Misericordia ci porta la pace: non rifiutiamola. Non è debolezza! Ci offre il perdono. Non è sconfitta! La Misericordia ci manda a liberare il mondo dal male, dal peccato proprio con il perdono. Se noi non perdoniamo, dice Gesù, il mondo tutto resta invischiato nel male, se non si perdonano vicendevolmente e non cercano vie diverse dalle attuali quei potenti che pensano di gestirlo il male, ne rimangono prigionieri e noi vittime con loro. La preghiera per la pace e la riconciliazione, il toccare le ferite dell’umanità più povera invece di infliggerle, il renderci conto ed unirci a chi ha dato la vita per amore, Cristo crocifisso risorto, può smuovere noi, credenti finalmente a diventare credibili agli occhi del mondo.
“Siete ricolmi di gioia”, assicura Pietro nella sua lettera. “Esultate di gioia”, incoraggia. Una ritrosia può essere in noi nel toccare le ferite del Cristo Risorto, che ancora sanguinano in tanti nostri fratelli o nelle nostre famiglie; paura di contrarre chissà quale infezione. Se sarà, ben venga. Non c’è infezione o contagio più sano di un contagio o infezione d’amore. Si apriranno i nostri occhi e pure il nostro cuore diventerà più misericordioso e fonte di perdono. Amen.

domenica 5 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

SABATO SANTO - Veglia Pasquale - 04.04.2026

Cari fratelli e sorelle, Gesù il Cristo, il mio Gesù, il nostro Signore e fratello, è risorto dalla morte! Siamo sorpresi ancora una volta da questo evento di Grazia, e non possiamo che esultare con il coro degli angeli che così prolungano il canto che già al Natale di Gesù fecero, con la Chiesa, con la terra come ci invitava l’acclamazione di poco fa.

I segnali di quanto stanotte compie la potenza dell’amore di Dio già ci erano stati dati quando Gesù svegliava dalla morte la figliola di Giairo, o con un semplice tocco della sua mano richiamava in vita il figlio unico della madre vedova e ancor più gridava all’amico Lazzaro di uscire dalla tomba. No, la morte non poteva vincere sull’ amore, sulla vita, ed ecco allora il gran prodigio, al culmine di tanti prodigi, narrati dalla Parola proclamata, che Dio aveva operato per il suo popolo perché noi tutti lo apprendessimo: Gesù è risorto!

E’ la vittoria della luce sulle tenebre, vittoria che abbiamo accolto e salutato con la liturgia iniziale di questa nostra assemblea: Cristo Gesù, luce del mondo, il mondo che tanto buio, rischiarato purtroppo solamente da bagliori di guerra e esplosioni di violenza, ancora vorrebbe tenere sepolto, senza speranza. La Parola ha illuminato la nostra mente e ha confermato che speranza c’è: Dio non abbandona i suoi figli, a cominciare dal Figlio prediletto, e noi suoi fratelli, non abbandona l’umanità. Cristo è Risorto! C’è speranza nel nostro cuore, ed è sempre così, quando con meraviglia e gratitudine, ci lasciamo dai Lui sorprendere.

Ecco, allora, sorpresi da questo evento di Grazia e misericordia, come dicevo, siamo sopresi dalla gioia, ed anche il timore che non sia vero quello che l’angelo ha annunciato alle donne e quindi ai discepoli, comprensibile per la nostra incapacità a comprendere l’opera e l’amare di Dio, non fa che accendere e bruciare di desiderio che, sì, è tutto vero. Non c’è spazio per la paura di essere tratti in inganno. Subito fugge, in fretta, la paura. Invece, presto, il desiderio, la speranza, verranno confermati, poiché la vittoria di Gesù sul male, sulla morte, sul peccato, rifiuto di Dio, su colui che vorrebbe convincerci che non è per nulla vero (e nel mio ministero, mi è capitato di sentirmelo dire!), questo desiderio e speranza di risurrezione divengono realtà anche nella mia vita, nella mia storia, nella nostra vita, nella nostra storia. Come?

Tra qualche istante rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, che è la nostra risurrezione in cui siamo stati posti, in cui vogliamo vivere ogni giorno. Spesso siamo ricacciati nella tomba, afferrati da ombre di morte, e, cosa più triste, trasciniamo altri in questa condizione che non sa più accogliere, cercare, gioire del bene per cui siamo stati creati e redenti. Redenti, cioè liberati da ogni pietra tombale.

 L’altra sera alla Cena Ultima, ma anche la prima di una storia di amicizia che continua sino alla fine dei tempi, abbiamo avuto in dono la comunione con il nostro Maestro e Signore, e il suo insegnamento; ieri, silenziosamente, sulla croce, Gesù, con la sua offerta ha colmato il nostro ammanco di amore affidandosi al Padre Suo, e togliendoci così dalle pretese del peccato ci ha redenti, liberati; stanotte, in questa Veglia e giorno di Risurrezione, gioiamo perché Egli, grazie al Padre, ha stracciato il decreto di morte, ci ha portato con sé alla piena liberazione e santificazione, poiché lo Spirito di Gesù completa l’opera per cui il Padre l’aveva mandato. Ritorno a dire, allora: sì, sorpresi dalla gioia! Ecco come dobbiamo essere stanotte, domani, oggi e sempre! Confusi un po’, ma umili e gioiosi, contenti, o almeno sereni e nella pace, diverremo presto testimoni e annunciatori che Dio ci ama, che Dio vuole la vita dei Suoi figli, e mai smetterà, attraverso Gesù, di offrircela in abbondanza.

La conferma? L’Eucaristia, la cui celebrazione ora proseguirà, nutrimento della Parola, del Corpo e del sangue del Signore, lì ci viene incontro,  e di lì nella nostra quotidiana Galilea, ci manterrà risorti con Lui, vivi e nella gioia. Gesù è risorto: Buona e felice Pasqua di Risurrezione!

lunedì 9 marzo 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 3° Quaresima A – 08.03.2026

Giovanni 4,5-42


L’incontro assai noto di Gesù con la donna di Samaria, ricco di particolari sentimenti e illuminazioni, incrocia il nostro cammino quaresimale, cammino di conversione. Ogni battuta, ogni silenzio, ogni sguardo, ogni respiro che caratterizzano questo incontro ci sono dati perché anche noi, come è avvenuto per la donna alla fine, possiamo riprendere, anzi correre, per dire la novità che, accolta può cambiare, rinnovare la nostra la nostra vita. 

Gesù, prova la stanchezza del cammino, soffre anch’egli caldo del giorno. E il fermarsi al pozzo non è una scusa per accedere a questo incontro con un’altra assetata. Due assetati di amore; due che hanno bisogno di dissetarsi, al di là di un ristoro fisico, sì, cercano amore. Sì, anche Gesù cerca amore, attenzione, accoglienza, per poter offrire il Suo amore, la sua acqua che disseta il cuore mai sazio e che si aggrappa e attinge a tante esperienze per calmare la sete, colmarlo di felicità che subito evapora.  Quindi, primo aiuto, non fuggiamo l’incontro con Gesù che non disdegna di attenderci e incontrarci là dove noi pensiamo di risolvere la nostra sete, le cose di questo mondo, o le scelte che non seguono i suoi insegnamenti.

È un incontro che deve svolgersi nella più grande sincerità, senza nulla nascondere a chi conosce il nostro cuore, e ci aiuta a prendere atto dei nostri tentativi di calmarlo, non riuscendoci noi. Egli accetta pure che tentiamo di distrarlo con argomentazioni che vorrebbero impiantare discussioni pur di non assumerci le nostre responsabilità o una ricerca sincera, come fa la donna quando viene scoperta nella sua condizione. Pone una questione, diremmo, teologica: dove dobbiamo adorare Dio? Qui o a Gerusalemme?”. Risposta: Non dobbiamo preoccuparci “dove” incontrare Dio, ma “come”!

Infatti, ecco la risposta di Gesù, “adorerete Dio in Spirito e verità”, richiama a quell’acqua viva che egli dà a coloro che lo accolgono, e che poi diventa pure fonte anche per altri. Questo può già avvenire risvegliando il dono che è in noi con il Battesimo. Il primo passo di conversione è riappropriarci di esso, e quindi il recupero di un vero rapporto intimo con Dio che ha sete di noi; un rapporto personale d’amore non basato su pratiche religiose, vuote ritualità, finte devozioni.  In questo rapporto sta a cuore al Signore che noi troviamo di che saziare la nostra sete, e far sì che avvenga quello che è accaduto alla donna che dopo cinque mariti, ha trovato finalmente lo Sposo! Non è necessario che facciamo la stessa trafila.  Basta che ci lasciamo sorprendere da Lui, dalla Sua vicinanza, dalla sua comprensione, dalla sua offerta di acqua viva, lo Spirito, e allora, lasciata l’anfora con cui ci sforziamo di attingere, diverremo anche fonte della stessa acqua, dello stesso Spirito, dello stesso amore, per tutti quelli che andiamo ad incontrare ogni giorno.


lunedì 2 marzo 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 2° Quaresima A – 01.03.2026

Genesi 12,1-4 - 2Timoteo 1,8-10 - Matteo 17,1-9

 

Anche la Quaresima più difficile ha i suoi momenti luminosi, anche il percorso più impegnativo trova motivi per sperare. E così dopo le tentazioni e le prove che pure appartengono anche a noi, in questo deserto della vita dove Gesù ci insegna a rispondervi con la Parola di Dio rettamente accolta; dopo un’esperienza di morte che tante volte ci capita di fare nelle nostre condizioni, ecco un assaggio di Risurrezione, della gloria che attende Gesù, innanzitutto, e che non ci mancherà se gli saremo fedeli, gli daremo ascolto, lo seguiremo. Quello che i tre discepoli vivono sul monte è un anticipo di eternità, tanto che desiderano che non finisca mai. Lì, cielo e terra si toccano, tanto che appaiono Mosè ed Elia che già si trovano nella dimensione ultraterrena.

Di questa esperienza avevano bisogno i discepoli, di momenti simili abbiamo pure bisogno noi. Pietro era appena caduto dalle stelle alle stalle, avendo proclamato la sua fede nel Cristo e poi era intervenuto per impedire che si compisse il progetto del Padre, per insegnare a Gesù, e i Dodici invitati a seguire il Maestro sulla croce.

Noi non siamo così diversi. Pronti a dire che crediamo in Gesù, ma perplessi rifuggiamo dal seguirlo sui suoi passi per noi incomprensibili e temuti. Anche noi abbiamo bisogno che il cuore nostro sia sollevato, abbiamo bisogno di luce, e il Signore lo sa. Perciò nel cammino quaresimale facciamo attenzione a momenti luminosi e di incoraggiamento, avvenimenti, incontri che ci fanno sentire bene; non sono solo bastonate e prove nella vita, ma anche spiragli, almeno, di luce, conforto di una presenza che ci lascia soli a lottare. Sì, condotti dallo Spirito nel deserto, nella prova, lasciamoci condurre da Gesù, che di questo Spirito era pieno, per avere la grazia necessaria per andare avanti. Lasciamoci condurre da Gesù! Egli lo desidera!

Certo non ci abbandonano le tentazioni. E qui i discepoli che provano una in particolare: non scendere più dal monte, volere sempre avere quell’intensità di emozione che cerchiamo nella preghiera, nel ricevere o nel fare del bene. Cerchiamo posti ed esperienze che ci tengano sempre accesi, e dimentichiamo che Gesù, una volta che ha mostrato il suo volto di luce, che sarà un giorno nostro, ci conduce subito a scendere nella quotidianità fatta di monotonia, di grigiore, anche di timori, e sempre nuove prove

C’è il pellegrinaggio della vita da fare come quello che Dio ordina ad Abramo con richieste incomprensibili, assurde, rischiose, così ci appaiono, narra la prima lettura; e la seconda ci ricorda che dobbiamo soffrire per il Vangelo. Ma non spaventiamoci! Se abbiamo gli occhi pieni di luce per aver visto Gesù rivelarsi e donarsi a noi, qui, nella preghiera, avremo il cuore pieno di fuoco per continuare a stargli accanto, per seguirlo sulla sua vita, la vita della vita, anche sui passi più difficili.

E quando, proprio, la luce scompare, per le difficoltà che la sovrasta, rimane sempre quella voce che nulla e nessuno può mettere a tacere e risuona nel cuore, nei piccoli segni che la luce ha lasciato: “Alzatevi, non temete!”. È Gesù, Parola del Padre, che con noi riprende il suo cammino. Ascoltiamolo! 

lunedì 23 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Domenica 1° Quaresima A – 22.02.2026

Matteo 4,1-11

Dal giardino dell’Eden, dalla condizione di beatitudine ove l’uomo, Adamo, messo alla prova, tentato, crolla sotto la menzogna di Satana, al deserto dove condotto dallo Spirito, il nuovo Adamo, Gesù, anch’egli tentato, supera la prova. Ancora: dalla nuova legge proclamata sul monte delle beatitudini, sempre su un monte altissimo si conclude questa prima provocazione, questa prima sfida tra l’inviato di Dio e il diavolo, che non vorrebbe essere da meno di Gesù. Poi ci sarà un ultimo monte per l’attacco decisivo. Ma ora è il deserto il luogo della lotta.

La nostra Quaresima ci porta lì, lì ci conduce lo Spirito per imparare a rispondere come Gesù alle provocazioni del male e di chi lo gestisce, per progredire nella fiducia e nell’abbandono a Dio, alla Sua Parola. La prova, ogni prova che la vita ci mette davanti, ogni tentazione che ci induce a cambiare strada rispetto al progetto di Dio, per seguire idoli e divinità che vanno dall’egoismo, dalla volontà di potenza, all’attaccamento delle cose, può essere da Dio permessa – difatti è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo.

 Allora la tentazione non è maledizione, se non quando vi si acconsente, ma occasione per progredire nel rinunciare a sé stessi e seguire solamente la Parola del Signore. La nostra vita, non più un giardino fiorito di belle sorprese e di pace fino a quando non sarà giardino della risurrezione di Gesù, rimane comunque un luogo di grazia, di familiarità, di intimità con Dio, anche se c’è il diavolo che tenta, perché abbiano a distinguere, con la Parola di Dio rettamente accolta e non strumentalizzata, come fa qui Satana con Gesù. ciò che è importante da ciò che non lo è, ciò che conta o è essenziale da ciò che non lo è.  A volte le situazioni di difficoltà e di prova ci offrono l’occasione per smascherare quello che non è bene per noi, né per gli altri.

Gesù, è stato condotto nel deserto per ritrovare quell’Adamo, cioè l’uomo, ciascuno di noi, l’umanità che ha voltato le spalle al suo creatore; l’umanità che ancora oggi ripete la scelta sbagliata di non fidarsi di Dio, di sostituirsi a Lui nel pretendere di determinare ciò che è buono o cattivo; una scelta che non fa altro che fargli scoprire la propria nudità, la propria fragilità, la propria vergogna. Là dove l’uomo, ingannato da false promesse, fallisce Gesù riporta vittoria, sceglie per noi indicandoci la via per uscire dal deserto e ritornare alla vita. Ma anche ci chiama a scegliere con Lui, come Lui, a scegliere Lui.

Scegliere Cristo Gesù è la Parola di questa nostra prima domenica di Quaresima. Egli ci insegna a stare nella vita non cedendo alle trame del nemico, alla presunzione di una umanità che a questi si concede e dà ascolto, consapevolmente o no. Il giardino non è sparito, lo ritroveremo, e sarà bellissimo, ma ora è necessario riuscire vincitori nella prova, nella tentazione, qualunque sia. La prima è quella di dubitare di essere figli di Dio, dubitare del suo amore. “Se sei figlio di Dio”, così è stato aggredito Gesù, che poco prima al battesimo, presso il Giordano, si era sentito dire “tu sei il figlio mio, l’amato” e poi, qui, ha cercato ammaliarlo con varie promesse, alle quali egli ha detto di no.

Se Adamo ci ha cacciati nei guai, ci ha portato nel deserto, lì Gesù ci raggiunge e di lì vuole portarci fuori, verso un giardino dov’è pienezza di vita. Ecco il cammino che anch’io mi propongo di fare con voi in queste domeniche e settimane prossime. È ancora lontano quel giardino, ma scegliendo Cristo, scegliendo come lui e con lui, cominceremo ad alzarci, e a muoverci nella giusta direzione.  Buona Quaresima a tutti!


mercoledì 18 febbraio 2026

 Le Ceneri – 18.02.2026

Sfatiamo il detto comune: “faccia da Quaresima”, con “aria disfatta sul volto”. Rendiamo la dignità e la bellezza che merita questo tempo di Grazia! Il primo passo di questo cammino penitenziale, ci muove “protesi alla gioia pasquale” con una “radiosa tristezza” poiché così chi chiama Dio, nostro Padre: “Ritornate a me a con tutto il cuore”! E’ l’invito, di più, è la preghiera che Egli ci rivolge all’inizio di questi quaranta giorni che continuano i prodigi che tanti altri “40” hanno scandito nella storia della salvezza. “Ritornate al mio amore, voi che l’avete smarrito o rivolto altrove”. In questo ritorno ci aiuta La Parola che abbiamo ascoltato e l‘incoraggiamento della Chiesa nel messaggio di Papa Leone che ci indica i passi sui quali muoverci nella giusta direzione. 


Egli ci invita ad ascoltare Dio e la Sua Parola, come luce e guida su questo cammino. Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere, del suo entrare in relazione con noi «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). Così anche allo stesso tempo ci chiede di ascoltare Lui e come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». E quindi ascoltare i nostri fratelli nelle loro necessità. Questo per avere il cuore di Dio! L’ascolto: dalla liturgia nella celebrazione domenicale, che quest’anno è guida a riscoprire il nostro Battesimo, dalla lettura quotidiana dl Vangelo, come riflessi di luce che rischiarano momenti di buio. L’ascolto! Nel silenzio di tante, troppe distrazioni e parole di questo mondo. 


Ecco allora che l’invito di Papa Leone, accanto all’ascoltare, mette il digiunare, riprendendo l’insegnamento di Gesù nel Vangelo, dove ci vengono pure indicate la preghiera, che è pur sempre parte dell’ascolto e non un biasciare o moltiplicare senza cuore le orazioni, e la elemosina, la pietà che porta a soccorrere chi è nella necessità. A proposito del digiuno così scrive Papa Leone: Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Il ripetuto richiamo di Gesù a compiere questi passi “nel segreto”, porta a considerare che quel ritornare a Dio coinvolge il nostro cuore. E questo, se è luogo segreto, non lo è solo perché tutto avviene di nascosto, ma perché ogni cosa è preziosa, è cosa del cuore, e non dobbiamo lasciarcela portare via. Non lasciamo che il mondo che abbiamo attorno prenda possesso e dominio sul nostro cuore, sulla nostra preghiera, sulla nostra carità, sulla nostra libertà dalle cose. Tenterà di scoraggiarci di deriderci, di ostacolarci, allettarci con mille cose, ma niente, e nessuno deve violare il nostro segreto, quanto avviene nel nostro cuore, e di lì poi si manifesterà al mondo stesso. Dobbiamo difendere questo “nel segreto”.!!!!


Ricevere le ceneri sul nostro capo è confessione della nostra fragilità, le parole le accompagnano il gesto non sono solamente invito a muoverci a conversione, quanto piuttosto a confidare che il Signore già si è mosso verso di noi e ci precede su una via nuova, una via che, man mano che si percorre, ci prepara ad accogliere un cuore nuovo nella Pasqua che verrà. E verrà presto!

domenica 15 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 6° Domenica A – 15.02.2026 

Matteo 5,17-37 

Abbiamo ascoltato ora il Vangelo e possiamo dire che…il gioco si fa duro. Dopo le Beatitudini che attirano la nostra ammirazione, le immagini del sale della terra e della luce, del mondo per definire la nostra identità, Gesù qui cala un carico da novanta! Gioca le proprie carte pur di offrirci l’opportunità di dare verità al nostro essere credenti, discepoli suoi, con sincerità. Una serie di indicazioni, di comandi, sui quali non si può passare sopra, e possibili da osservare, pur con tutti i limiti e debolezze della nostra fragile umanità.

C’è un denominatore comune in questa nuova legge, nuova “giustizia” che supera la vecchia con quel “ma io vi dico”. Gesù vi immette la misericordia, il perdono, l’attenzione e il rispetto del prossimo, l’amore. Con le sue affermazioni paradossali Egli non vuole demolire l’impianto della Legge o dei Profeti, guida dei credenti, ma, dice, “sono venuto a dare pieno compimento”. Evidentemente anche nell’osservanza dei comandamenti può mancare qualcosa, e di fondamentale. “Sono venuto a dare pienezza attraverso l’amore!”. 

1°- Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai… Ma io vi dico: l’amore è rifiutare la violenza di qualsiasi tipo, di gesti e parole, quella che sembra vigere nella società, nelle relazioni, anche nelle stesse famiglie, dove grida, rabbia e urla, creano già un inferno. Allora anche la nostra preghiera sarà vera e ben accetta dal Signore. E se il perdono, il desiderio di riconciliazione, non viene accolto, pazienza!

2° - Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: l’amore è non coltivare desideri e relazioni cattive, ingiuste davanti al Signore. Chiama a correggere il nostro sguardo che prima che dagli occhi proviene dal cuore che, purtroppo, considera l’altro, uomo o donna, come un oggetto di cui impossessarsi, invece di camminare insieme a libertà. 

3° - Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: l’amore è non rompere quel patto di alleanza, che è il matrimonio, luogo della rivelazione dell’alleanza di Dio con l’umanità; un legame che impegna alla fedeltà, al dono totale di sé, esclusivo, indissolubile, anche quando le condizioni diventano difficili.

4 - Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso…Ma io vi dico: l’amore è non chiamare in causa Dio per imbrogliare, ingannare l’altro, ma essere leali, e chiari, sinceri, schietti. La bocca esprima quello che contiene il cuore, la mente, senza alcuna doppiezza o falsità, perché la menzogna viene dal maligno. 

Siamo davanti ad una sapienza che non è di questo mondo, dice Paolo nella seconda lettura. Ed è dalla sapienza del Signore, lascia intendere la prima lettura, che viene la giusta scelta per la vita, il regno dei cieli sulla terra, 
Ritornando all’immagine con cui ho iniziato questi pensieri: a che gioco giochiamo? Gesù ha scoperto le proprie carte. Noi, non bariamo, lasciamoci vincere e avremo la vita!

lunedì 9 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 5° Domenica A – 08.02.2026

Matteo, 5,13-16

C’è una particolare ragione perché siamo “beati”, come Gesù proclamava domenica scorsa. In ogni condizione ci troviamo siamo “amati” gratuitamente da Dio, e questa nuova ragione è suggerita dalle immagini che Gesù usa sempre rivolto ai suoi discepoli: “voi siete il sale della terra”, “voi siete la luce del mondo”. 

Quindi non è un comando, o meglio, prima di essere un comando, un impegno a cui essere fedeli, è una rivelazione sulla nostra identità e responsabilità; una dichiarazione di conformità, potremmo chiamarla, per capire  chi siamo come discepoli suoi e la missione che ci aspetta per non diventare inutili e insignificanti.
“Voi siete il sale della terra!” Quanti tipi di sale conosciamo? Da cucina, fine, grosso, grezzo aromatizzato, marino; poi ci sono sali chimici… Ognuno ha la sua funzione. Ma quella che prevale, conoscendo il messaggio di Gesù, vivendo il Vangelo, è di dare sapore e gusto all’esistenza, un tocco di giusta saggezza capace di dare significato alla vita. È di impedire la corruzione della società in cui siamo, che non si decomponga e vada in disfacimento.
In un mondo dove è messa in dubbio l’intoccabilità della vita umana, dal suo sorgere al suo spegnersi naturale, il cristiano è sale che ne ricorda la sacralità. Dove si cerca il proprio tornaconto, si banalizza il sesso, si frantuma la famiglia, il discepolo di Gesù, è sale che conserva, ricordando a tutti, con umiltà, e consapevole anch’egli della propria fragilità, la proposta, eroica a volte, del dono di sé. Non può e non deve diventare insipido! Inutile! Questo avviene quando mischiamo il sale con altro materiale che ne altera la purezza e la genuinità, e diamo spazio ai “ma”, ai “se” e ai “però”, arrivando a modificare il Vangelo.
“Voi siete la luce del mondo!” Anche qui, quanti tipi di luce oggi noi conosciamo: calda, neutra, bianca, fredda a led, alogena, fluorescente, diretta, indiretta, diffusa… ma tutta, come dire, artificiale, prodotta dall’uomo.  Invece la luce di cui ha bisogno il mondo è ben altro. È una fiamma viva che dà chiarore e calore. È fiamma viva. Gesù dirà di sé: “io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre”.  
È Lui la Sapienza, ovvero il “sale” che dà sapore al mondo, e noi lo siamo se accettiamo di vivere secondo i Suoi insegnamenti. È Lui la luce del mondo”. Noi lo siamo se accettiamo di riflettere la Sua luce andando in mezzo agli uomini non con l’eccellenza della parola o della sapienza umana – come dice Paolo nella seconda Lettura – ma nella debolezza e con molto timore e trepidazione, manifestando lo Spirito della potenza di Dio, che si è rivelata in Gesù Cristo crocifisso.

Di questa dobbiamo brillare, essere testimoni, e insieme una comunità luminosa, come una città posta sul monte che non può non vedersi, né possiamo nasconderci in casa perché anche lì, magari, ricordando l’ultima delle beatitudini, siamo inascoltati, derisi o ostacolati. Perché, è vero che ci prende a volte il timore, ma è anche vero che vogliono spegnerci nel nostro desiderio di seguire il Signore.
Chiamando i discepoli “luce del mondo”, Gesù dichiara che la Sua missione è ora affidata a noi. Mettere da noi il nostro essere cristiani, la nostra fede in Gesù, “sotto il moggio”, riceve l’invito a non occultare il vangelo davanti alle problematiche della vita e alle scelte che richiede.
Attenzione tutto questo non ci fa maestri degli altri, coloro che hanno la verità in tasca. Tutto questo, invece, confluisce in opere buone, quelle indicate nella prima lettura, le opere di misericordia, allora brillerà fra le tenebre la nostra luce! in una vita buona, bella, e beata, umile e forte, che porta a rendere gloria, cioè far conoscere non la nostra bravura  ma l’amore di Dio, che poi è pure il nostro vero e sommo bene.

lunedì 19 gennaio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

2° Domenica A – 18.01.2026 

Giovanni 1,29-34 

Ancora un augurio e una benedizione anche se ormai l’anno nuovo sé avviato. Scrive Paolo: grazie a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo. La grazia e la pace vanno a braccetto e vengono dal Figlio di Dio, come riconosce e testimonia Giovanni. “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Quell’ “ecco” è un invito a volgere lo sguardo a Gesù: “guardate a lui!”

Abbiamo oggi una nuova sorta di “epifania”, dopo quelle che in queste settimane ci sono state date, dapprima attraverso gli incontri dei pastori, poi la famiglia di Nazareth, i Magi, e domenica scorsa il Battesimo di Gesù, in cui una voce dal cielo l’ha confermato: “Questi è il Figlio mio, l’Amato, in lui è il mio compiacimento”.

Egli non è solo questo, anzi è questo perché è la grazia di Dio da cui viene appunto la pace, come mette insieme l’augurio e la benedizione di Paolo. È la benevolenza, la misericordia di Dio, “che toglie il peccato del mondo”.

Giovanni, usa un’immagine ben conosciuta dai suoi contemporanei, Anzi, è molto di più di un’immagine, è la realtà il termine che usa per indicarlo: l’agnello, la cui vita è data per la salvezza e la liberazione del suo popolo, ricordando l’agnello pasquale il cui sangue aveva segnato la salvezza d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, o il sangue di chi è caricato dei peccati dello stesso. Nella Scrittura la parola “agnello” può riferirsi anche a figlio, o a servo di Dio.

Ebbene, costui “toglie il peccato del mondo”, cioè la condizione di tristezza e di male, il peso che grava sull’umanità e sulla storia tutta. Il verbo togliere, utilizzato da Giovanni in greco, per indicare l’azione di redenzione e liberazione che Cristo è venuto ad operare, è molto denso e carico di varie sfumature di significato, tra cui: “sollevare”. Chi di noi non fa l’esperienza del peccato, del male, di una costrizione, di una mancanza di libertà, come di un peso sul cuore che ci schiaccia e ci opprime?

L’immagine di qualcuno che viene a sollevare questo macigno che ci tiene inchiodati a terra è bellissima. Cristo è qui per sollevare il peso immenso che ci tiene imprigionato, qualunque esso sia, se ne fa carico, ci dà sollievo distruggendolo. È l’effetto che ha su di noi la grazia di Dio che ci raggiunge e ci libera dall’oppressione del peccato ogni volta che ci rivolgiamo con fiducia a Lui, invocandolo di venirci a salvare.

La nostra agitazione o la nostra tristezza, la mancanza di speranza, sono forse perché, come Giovanni Battista, dovremmo dire: “io non lo conoscevo”, “io non lo conosco così”. No, non lo conosciamo, anche se ci diciamo fedeli praticanti o buoni cristiani. Occorre contemplare, cioè vivere nella relazione a cui lo Spirito che si manifesta in lui, e che è pure in noi. Nello Spirito anche noi siamo immersi. Questi ci apre gli occhi e cuore, e di lì, muove i nostri passi a darne testimonianza. Nel seguirlo, poi, anche noi possiamo recare sollievo al mondo, contribuire a “togliere” il male che ancora affligge il mondo.

Invochiamo il nome di Gesù Cristo come Signore è questo ci sarà possibile

martedì 13 gennaio 2026

BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia 

Battesimo di Gesù – 11.11.2026 

Isaia 42,1-7 - Atti 10,34-38 - Matteo 3,13-17

Ancora una Parola che ci aiuta ad accogliere Colui che abbiamo celebrato in queste settimane, Colui che è nato. Dapprima i pastori, poi la famiglia di quel Bambino, i Magi che sono andati ad adorarlo. Infine, entra in scena direttamente il Padre di tanto Figlio.

La circostanza per farlo conoscere, una seconda Epifania – poi ce ne sarà una terza, a Cana di Galilea – è data da un momento della vita di Gesù ormai adulto che si avvicina ad adempiere ogni giustizia, dice al cugino Giovanni, nel ricevere il Battesimo a cui costui chiamava invitandoli a conversione i peccatori immergendoli nelle acque del Giordano. “Adempiere ogni giustizia” significa compiere la volontà del Padre che l’aveva mandato.

Gesù non aveva bisogno di conversione e quello che chiede e fa non è per finta, ma per dare l’annuncio di essere venuto nel mondo per prendere parte e sostenere l’impegno di conversione dei suoi fratelli, di tutti noi. Egli è non è qui per prendere le distanze, giudicare e condannare, ma per mostrare una solidarietà che porta misericordia, perdono, aiuto.

Nella narrazione di questo evento, il Battesimo dei Gesù al Giordano, ci sono tre segni, tre immagini che confermano la volontà di Dio di non abbandonarci.

Quel Figlio, Gesù, è un dono del cielo che mai si è chiudo per gli uomini, non si è mai distolta la sua benevolenza nei loro, nei nostri confronti, ma ora, con la venuta di Gesù, è più che mai confermata. “Apriti cielo” non è un’esclamazione che ci capita di aver sulle labbra in particolari momenti di prova o di pericolo. Che il cielo si apra è, invece, conferma che davvero Dio, in quel Figlio, è qui.

A questa immagine ne segue un’altra. Gesù vede lo Spirito venire a Lui come una colomba, cioè, comincia a comprendere che nella propria persona c’è qualcosa di più di un semplice uomo. Egli è abitato dallo Spirito di Dio; la colomba cerca il suo nido, e, di più, sarà motivo di pace, di giustizia, di verità sul suo essere Dio con noi.

A togliere ogni dubbio, ecco ancora il cielo, la voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”: Davvero Gesù è Cristo, con tanto di accento! Ed è il volto del Padre, di un Dio che non grida né alza il tono, non spezza una canna incrinata, non spegne uno stoppino dalla fiamma smorta, come annuncia il profeta nella prima lettura. Egli è il Signore di tutti, perché non fa preferenze di persone, ma accoglie chiunque lo teme, a qualunque nazione appartenga, come Pietro predica nella seconda lettura. Beninteso che non si tratta della paura, ma di quel rispetto stupito e amoroso che lo Spirito pone in noi.

Commovente la testimonianza dei pastori nella notte di Natale, coraggiosa quella dei Magi, più che autorevole e affettuosa quella del Padre. Quale delle tre ci aiuta maggiormente a far posto a Colui che è nato tra noi? Quale ci accompagna in una nuova via di conversione all’amore che si è rivelato? Forse l’una, forse l’altra; forse prima una, dopo l’altra…Non ci resta che dire con le parole di Gesù stesso al cugino Giovanni: “lascia fare”, tieni aperto il cuore, ed io mi rivelerò.