BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
28 ° Domenica A – 11.10.2026
Isaia 25,6-10 Filippesi 4, 12-20 Matteo 22,1-14
“Il regno dei cieli è simile ad un re che fece una festa di nozze per suo figlio”. Ecco il Regno di Dio, ecco la sua volontà. Non una tragedia, una sofferenza, una tristezza, ma una festa, una pienezza di vita e di gioia, immaginata come un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti vini raffinati, dove non c’è più spazio per morte e lacrime, secondo l’annuncio del profeta, Questo Dio desidera, vuole, questo Dio ha preparato per noi. Per il Figlio Suo, ma in realtà è per noi che non siamo meno amati, figli suoi, invitati a partecipare alle Sue nozze con l’umanità.
Sì, Dio non cerca la festa per sé stesso, ma per noi perché abbiamo ad esserne coinvolti, averne parte, usufruire della vita che questa festa è; una vita che altrimenti si trascinerebbe nella pesantezza, nella tristezza, nella solitudine, nel non senso.
Ma gli invitati alle nozze non volevano venire! Anche noi, oggi raggiunti da questo invito, presentiamo motivi per lasciarlo cadere l’invito. Abbiamo altre cose da fare, a cui badare: chi gli affari, chi il proprio campo, o interessi, così perdiamo l’opportunità che ci è data, immeritatamente, di una pienezza e vera vita. Ignoranti siamo, e addirittura con orgoglio e violenza, come narra la parabola, respingiamo al mittente l’invito togliendo di mezzo chi ne è portatore. “Allora il re si indignò…”, e le conseguenze sono tristi per la nostra esistenza. No, Dio non si sente offeso nel vedersi respinto, non è vendicativo. Rifiutare Lui e il suo invito è tirarsi la zappa sui piedi, come vediamo; è dare spazio alla violenza e sopraffazione, mediante le quali cerchiamo un po’ di soddisfazione, ma che di fatto non fanno altro che aumentare la pesantezza del vivere.
Dio, però, non si perde d’animo! Quasi si scusa: non siamo degni della sua attenzione, e chissà che non ci usi ancora misericordia! Non rinuncia alla festa, della quale, primo o poi, in un modo o nell’altro ci farà venire voglia, quando le cose non ci basteranno, gli eventi ci apriranno gli occhi, e cesserà il nostro orgoglio. Intanto, tutti, ma proprio tutti, anche coloro che si muovono nelle periferie, che sono emarginati e dimenticati, cattivi e buoni, – bella questa precisazione, questa preferenza – sono invitati ad essere commensali che riempiono la sala delle nozze, la comunità di coloro che Dio ama. Ecco la bontà inarrestabile di Dio.
Non è rovinata nemmeno dalle righe finali della seconda parte della parabola, là dove il re redarguisce e caccia colui che non ha indossato l’abito nuziale, un vestito che, secondo le consuetudini del tempo, chi invitava forniva all’ospite. Costui accetta sì di andare alla festa, ma con superficialità, leggerezza, mancanza di rispetto, supponenza, tanto per andare…Quell’abito nuziale, che non è una regola da osservare, ma un regalo, una grazia da ricevere e indossare, può indicare tante cose: il Battesimo, vissuto, non proforma, Cristo Gesù, come dice Paolo “rivestitevi di Cristo”, l’accoglienza della misericordia di Dio. Noi partecipiamo, magari siamo qui anche oggi, purtroppo, senza essere convinti e aperti a tutto ciò. Non gusteremo mai appieno la festa che Dio prepara per noi ogni giorno.
Torniamo ad indossare l’abito nuziale, il nostro Battesimo, poiché colui che si è rivestito della nostra umanità, Cristo, ci rivesta della sua divinità, e noi possiamo essere tutt’uno con questo Sposo che guarisce, risana, trasfigura, rende festosa, la nostra povera umanità.