lunedì 31 agosto 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 22° Domenica A – 30.08.2026

Matteo 16,21-27 

Siamo al seguito del vangelo di domenica scorsa, del dialogo intercorso tra Gesù e Pietro; dialogo che aveva suscitato l’ammirazione di Gesù, “beato te Simone”, perché il discepolo aveva intuito, per dono del Padre, la verità sul Maestro, “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ma ecco, che in pochi secondi Pietro passa dall’essere, possiamo dire, l’amministratore delegato del Regno dei Cieli, “la roccia” di sostegno, alla roccia di inciampo, addirittura quale portinaio degli inferi! Pochi minuti per cadere dalla beatitudine alla rovina. Pietro si trasforma: dall’essere ispirato da Dio all’essere confidente del diavolo! Gesù Risponde con parole dure: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Che batosta questo esorcismo che Gesù fa su Pietro. Molto più di un rimprovero, per amore di verità! 

A volte mi si chiede in che cosa consista il ministero che la Chiesa mi ha affidato in modo particolare: smascherare il nostro diabolico pensare e agire secondo gli uomini e non Dio, con relative conseguenze, che vorrebbe insegnare a Gesù la giusta via. Pietro, appunto, si trova a fare i conti con la tentazione di voler insegnare a Gesù come fare il Messia, insegnare a Dio come essere Dio! Il discepolo non è colui che dà risposte giuste da catechismo; è colui che deve stare dietro il Maestro per seguirlo, per lasciarsi guidare, perché è Lui “la via, la verità e la vita”.

 Come stare dietro a Gesù e vincere Satana? “Se qualcuno vuole starmi dietro, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua…”. E come io posso prendere la mia croce, la mia fatica quotidiana di amore, perché questa è la croce, se non partecipo a quella di Gesù, che per dimostrare l’amore del Padre, il bene che Dio ci vuole accetta di “andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”? 

La croce di Gesù diventa la nostra luce in questo cammino di cui non comprendiamo sempre il senso; la croce che culmina nella vittoria sulla morte; diventa la mia luce come recita la preghiera di San Benedetto, grande esorcista, preghiera riportata sulla sua medaglia: “la santa croce mi sia luce, non il demonio il mio duce, il mio condottiero, vade retro Satana”  (crux sancta sit mihi lux, non draco sit mihi dux, vade retro Satana); e ancora: “non mi attirino le tue vanità, sono mali le tue bevande, bevi tu stesso il tuo veleno” (numquam suade mihi vana, sunt mala quae libas, ispe venena bibas).

Dobbiamo «tornare dietro» a Gesù, lasciarci istruire da Lui… è lasciare l’ultima parola a Lui. “Uno solo è la vostra guida, uno solo è il vostro Maestro”, dice altrove, e voi non dovete passargli davanti, ma prendere posto dietro. “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà poi la propria vita”, seguendo queste vanità? Sì, la croce, il cammino, la scelta di Gesù del Suo amore fino a dare la vita, è la nostra luce.

Le ultime righe del brano del vangelo odierno ci svelano che ci sarà una nuova venuta di Gesù, e una… ricompensa, “renderà a ciascuno secondo le sue azioni”. Difficilmente noi facciamo qualcosa senza attenderci qualcosa di ritorno. Non indaghiamo. Sappiamo che misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno, Proprio perché abbiamo preso posto dietro al nostro Signore e Maestro, e lo abbiamo seguito.


lunedì 27 luglio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

17° Domenica A – 26.07.2026

Matteo 13,44-52

Ancora parabole e parole che ci dicono qualcosa Regno di Dio, questa novità che il Vangelo è venuto a portare. Operatore principale di questa novità è il seminatore, generoso tanto da apparire sprovveduto e sprecone nel gettare il buon seme su ogni terreno, quanto paziente e fiducioso nell’attendere che cresca anche se contrastato dalla zizzania. Tutto agire di Dio.

Ma in questa novità entra in scena anche l’uomo dal cuore inquieto, potremmo dire ricordando le parole di Sant’Agostino, che, mai sazio, va in cerca di un bene sempre più prezioso, una perla di grande valore, per la quale vale la pena non fermarsi mai, non accontentarsi mai di quello che si ha. Oppure l’uomo che fatica umilmente nel campo, che pure non è suo, e incappa in un tesoro nascosto.

Qual è il nostro compito, la nostra responsabilità in questa collaborazione al progetto di Dio?

Innanzitutto, per alcuni, è cercare, rispondere ad una chiamata del cuore. Cercare è faticoso, domanda tempo, saggezza, un cammino, discernimento, a volte una guida, un aiuto per non cadere in inganni. Cercare per incontrare il Signore, la perla preziosa. Con umiltà instancabile!

Poi, Vendere! Rinunciare a ciò che si possiede per comprare qualcosa che è vantaggioso e grande. Vendere e comprare: due operazioni che conosciamo molto bene nel nostro quotidiano vivere, ma che non sempre ci riescono indovinate. Non mancano, imbrogli, trovarci con delle patacche invece che con veri tesori, con qualcosa che per quanto bello, si svaluta in poco tempo. Rinunciare a ciò che il mondo spaccia per preziosi, a ciò che ci affascina, ma dura poco, e scegliere il Vangelo.

Con sapienza intelligente!

Vendere per comprare non riguarda solo chi cerca, ma anche chi il tesoro se lo ritrova nella fatica della vita quotidiana, nella realtà, nei luoghi di tutti i giorni. Esso è nascosto perché è dono. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno, questa novità che può cambiare l’esistenza, precede l’uomo; la sua scoperta è grazia, non merito. L’uomo lo nasconde di nuovo, lo difende. Ecco l’operazione del contadino. Noi dobbiamo difendere, di questi tempi, il nostro tesoro, il Vangelo!

 Con Coraggio senza resa.

In un clima particolare che, sì, dice che abbiamo trovato davvero la perla o il tesoro, Cristo Signore; una ricchezza, un autentico investimento, ed è la gioia, più grande di ogni timore che il rischio comporta. Sorpresi dalla gioia che niente e nessun rovescio può toglierci.

Custodire la gioia è il nostro compito, perché abbiamo fatto l’affare della nostra vita!

Cercatori di perle preziose o fortunati scopritori di tesori, il Vangelo, Cristo Gesù, il Regno, qual si voglia dire, questo tempo della ricerca o il momento del ritrovamento diventa il tempo della decisione. Ed è forse la fatica maggiore: “Noi che ti abbiamo seguito che cosa otterremo in cambio?” è stata domanda degli apostoli che voglio conferma al Maestro. Risposta di Gesù: “avrete cento volte tanto e la vita in pienezza”.

Fiducia illimitata. Così il Regno viene.

domenica 19 luglio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 16° Domenica A – 19.07. 2026

 Matteo 13,24 -43

 

Povero buon seminatore, quello che getta il seme con grande generosità, che sembra uno sprecone, uno sprovveduto, ma che in realtà ha del buon seme tra le mani, di alta qualità e ama ogni terreno per cui non si risparmia la fatica. Era la parabola di domenica scorsa. Buon pastore che arriva a fare di un pezzo di terreno, un terreno buono perché questo si apre ad una accoglienza sincera. Infatti, è la Parola che trasforma alla fine il terreno. È la Parola che trasforma il cuore. 

 Ebbene, povero questo buon seminatore che vede il suo lavoro vanificato. Glielo fanno notare i suoi zelanti collaboratori, che mettono in dubbio che abbia fatto una cosa buona e intelligente. Dubitano di Lui e della qualità della Sua opera. Le erbacce sono arrivate ad intaccare il terreno buono, a disturbare chi ha risposto positivamente, a rompere, scusate l’espressione, le palle a chi fa del bene, a soffocare ogni bella novità che attecchisce nel cuore e in questo mondo. Come reagisce questo seminatore? Tanto è fiducioso in quello che ha seminato, tanto è fedele nella passione verso quel terreno, tanto è paziente!

Impariamo da Gesù la generosità, impariamo la pazienza! Questi due atteggiamenti Egli li tiene verso di noi. Noi siamo il terreno che egli ama e di cui si prende cura; noi siamo il terreno, in cui, per rispetto della nostra libertà, lascia spuntare anche ciò che non è buono; noi siamo il terreno che qualcuno, un nemico, vuol rovinare. Ci vuole pazienza e prudenza per non rovinare tutto vigilando certamente perché nessuno vi semini erba maligna, né in noi, né negli altri che ci stanno a cuore; pazientare e avere fiducia che il buon seme cresca e rafforzandosi non sola resista, ma anche arrivi a rendere inutile chi vuole rovinare tutto, e magari compiere un miracolo impossibile, la riconversione o almeno la sparizione della zizzania.

Da dove nasce questa fiducia nell’impossibile miracolo? Da cosa sono sostenute la nostra pazienza e fiducia? Ed ecco che a coronamento di questa parabola vengono altre due brevissime: la piccolezza del seme la cui vocazione nulla può fermare o soffocare, cosicché il bene può convivere con il male, lo può pure riconoscere e, secondo una parola della prima lettura che facciamo nostra “ tu giudichi, o Dio, con mitezza e ci governi con molta indulgenza”; e arrivare, come detto, anche a trasformare quanto meno chi del male è preda o vi si adatta. Possibile tutto ciò? Bellissima la conclusione sempre della prima lettura, piena di speranza: e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. E qui entra in azione la potenza del lievito che, a fronte di questa presenza che sembra voler conquistare il mondo fa crescere il bene. Se il male conquista terreno, il cuore, la società, il bene, come lievito nella pasta, può farlo fermentare quale Regno di Dio, luogo che Dio abita ed è accolto.


lunedì 29 giugno 2026

BRICIOLE di PAROLA... nell'omelia

 13° Domenica A – 28/06/2026

2Re 4,8-16    -    Matteo 10,37-42


Se c’è una considerazione con cui commentare queste parole di Gesù rivolte ai suoi apostoli è che appaiono parole esagerate, scandalose, d’inciampo anche a chi lo vuol seguire. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Esagerato! Scandaloso! Incomprensibile come possa Gesù chiederci una cosa simile!

Gesù non dice di non amare i propri parenti, i propri familiari. Non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. Sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. È l’incontro, la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore. Senza questa relazione che mette Lui davanti, l’amore rischia di diventare possesso, schiavitù, violenza; ogni tentativo di andare avanti si blocca.  Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Gesù, allora siamo e diventiamo via via capaci, anzi, “degni”, adatti, di amare Lui e tutti come Lui ama; di portare la croce come Lui la porta; la croce dell’amore poiché voler bene può costare! Egli si propone decisamente come fonte inesauribile, limpida, del voler bene ai nostri cari; sostegno irrinunciabile, traino di ogni nostro buon impegno che a volte curiamo più di Lui. L’abbiamo sentita qualche volta la battuta: “Se non fosse per il Signore, non sarei lì. Avrei già spento ogni pazienza e comprensione”. Non è che non si ami di meno, se davanti mettiamo Dio, e non c’è bisogno di essere gelosi del Signore se qualcuno cerca e trova in Lui la forza per andare avanti. Ma con Lui si può amare di un amore di qualità perché Dio è presente mediante la Sua grazia e misericordia, che ci consentono di non fare calcoli o ripicche.

Altra affermazione che può apparirci esagerata. “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, sia chi riceve sia chi dà, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. 
C’è una forma concreta dell’amore fatto di piccoli gesti, nell’accogliere con piccole attenzioni chi vive con voi, chi viene a noi. Spesso immaginiamo che fare del bene sia compiere azioni straordinarie e non badiamo al fatto che il Vangelo può stare in un bicchiere d’acqua dato con amore, in una condivisione del poco che abbiamo o è nelle nostre possibilità, nell’accoglienza di chi chiede aiuto, accoglienza, nella delicatezza e premura con cui trattiamo le persone.  
 

Dove sta la ricompensa che ne viene, se chi chiede questo aiuto non può darci nulla, e dal quale non vogliamo nulla? In una comunione che ci avvicina a quella che Dio offre a noi che a Lui ricorriamo nelle nostre necessità, in una comunione che ci fa simili a Lui. E poi non è vero che non riceviamo nulla. Ce ne viene la benedizione del Signore oltre a quella, a volte non manifesta, di chi abbiamo accolto e aiutato. E se non ci sarà quest’ultima, per distrazione o ingratitudine, non verrà meno quella di Dio. Il risultato è sempre una speciale benedizione: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia”, dice l’uomo santo di Dio alla coppia che lo ospita, coppia che non ha figli. L’amore non è uno scambio di favori, ma una delicatezza reciproca! Quanto viene fatto nel nome del Signore - “per causa mia”, dirà Gesù – non manca della Sua benedizione, poiché Dio non si lascia vincere in generosità.

lunedì 22 giugno 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 12° Domenica A – 21/06/2026
Geremia 20,20-13   -   Matteo 10,26-33


Ecco il nemico della vita, della vita cristiana, della felicità: la paura. Gesù non può far altro che ripetere l’incessante ritornello ai suoi e a noi: non temete, “Non abbiate paura”. Per ben tre volte ripete: “Non abbiate paura” Ci sono tante cose che vorrebbero chiuderci nella paura: dalla preoccupazione per la salute ai nemici che cercano di farci del male, dalle relazioni che non funzionano alle umiliazioni, dai problemi di lavoro, risultati che non arrivano, a sorprese amare. A fronte di tutto ciò che terrorizza e immobilizza, alla paura che ci prende, non reagiamo con spavalderia, ma con fiducia
La parola di Gesù non è un invito ad essere spavaldi, temerari e dissennati di fronte ai pericoli, ma ad essere fiduciosi perché siamo sotto lo sguardo costante dell’unico che ci può proteggere e difendere da ogni pericolo: Il Padre. “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere, meglio la presenza, la vicinanza del Padre vostro… Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Non siamo mai soli.
Il testo va chiarito, perché la traduzione, purtroppo, non è delle migliori: in greco non c’è scritto «senza il volere del Padre vostro», ma «senza il Padre vostro».! La traduzione alla lettera non contempla il “volere”, ma “… senza il Padre vostro”. Nessuno cade a terra, è schiantato, perché Dio l’ha voluto (fatalismo pagano), ma anche quando cade a terra non è abbandonato dal Padre! Anzi cade con lui. 
Anche nel momento più pauroso della nostra vita, la morte, non saremo soli, ma il Padre sarà lì accanto a noi, anzi: sarà lì per accoglierci tra le Sue mani. Se nemmeno un passero cade a terra senza che Dio se ne preoccupi, possiamo star tranquilli noi, che valiamo più di molti passeri.

Quanto vale la nostra vita? La paura più grande che schiaccia come una morsa il nostro cuore è quella di non valere nulla, di non contare nulla, di non essere cari a nessuno. Per questo Gesù ci dice che, invece, siamo preziosi per Dio, tanto preziosi da valere la Sua stessa vita. Difatti ce l’ha donata, la sua stessa vita. Gesù ha detto in lungo e in largo: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” Perciò, guardando la Croce dobbiamo ripeterci: “Io sono prezioso, io valgo la vita stessa di Dio. Dio ci ama così come siamo.  Critiche e umiliazioni rischiano talvolta di farci perdere la stima verso noi stessi: ed è proprio lì che il maligno vuole portarci, vuole farci credere che la nostra vita non serva a niente, e che nessuno s’interessa a noi, tantomeno Dio.
E, invece, valiamo così come siamo, per come siamo, con le nostre fragilità, con le nostre fatiche, anche se siamo “spelacchiati”, con solo quattro peli rimasti sulla testa, perché perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati. Niente di noi è insignificante per Dio, ed è quello che Gesù, dopo avercelo sussurrato all’orecchio, come dicevano le prime righe del vangelo, possiamo dire, al nostro cuore, ci invita ad annunciare dalle terrazze, cioè apertamente. Nella paura c’è una particolare tentazione: tacere e rinunciare per paura, appunto, alla libertà, prima di tutto quella interiore, e poi quella esteriore che dobbiamo saper strappare per dare testimonianza di Gesù.  Dobbiamo ripeterci come il profeta Geremia: “il Signore al mio fianco…e i miei persecutori …non potranno prevalere”; e affidare a Lui la nostra causa.
 Essere, quali discepoli di Gesù,  il compito: riconoscere e far conoscere non un Dio che fa paura ma un Padre che si prende cura di noi e che tiene immensamente alla nostra gioia.
 


lunedì 15 giugno 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 11° Domenica A – 14.06.2026
 

Esodo 19,2-6°   -   Romani 5,6-11   -   Matteo 9,36-10,8

 

Abbiamo accolto la parola del santo Vangelo. 
Ora la facciamo risuonare dalle ultime parole ascoltate per dire che noi, discepoli di Gesù, non ci sentiamo supereroi e non abbiamo super poteri, anche se confidiamo di poter fare del bene con il Suo aiuto e annunciare che Dio ci è vicino, il Regno è qui.
“Guarire ogni infermità, risuscitare i morti, liberare i lebbrosi, scacciare i demoni”. Non riusciamo a fare tutto questo per mancanza di fede? Possiamo, però, entrare in contatto con le ferite di tante persone e prendercene cura, portare a tutti la presenza del Regno, la vicinanza di Dio che restituisce vita, poiché il Regno non è un’idea, ma la realtà in cui siamo immersi da quando è venuto Gesù che ci offre salvezza.
“Scacciare gli spiriti impuri”, cioè tutto ciò che disumanizza, imprigiona, violenta, divide e toglie libertà. Occorre spezzare catene interiori, e non solo guarire il corpo.
La cura di tutti quelli che si trovano in queste condizioni e situazioni è uno stile che Gesù mostra dalle prime parole di questo brano evangelico con cui si apre la sua missione, la sua predicazione; uno stile fatto da uno sguardo che è un “vedere”. Non è un guardare superficiale, che dà spazio all’ indifferenza, al fastidio, al rifiuto, ma un vedere che muove a compassione, vede in profondità e non fa giudizi. Uno stile che chiede aiuto!
Uno stile che coinvolge anche altri in questa cura. Ecco la chiamata di coloro che saranno i suoi più stretti collaboratori, i suoi amici. Una chiamata a cui pure noi non possiamo sottrarci; anche se ci costa la risposta, poiché questo stile porta a seguire le sue orme, come ricorda Paolo nelle sue righe alla lettera ai Romani: dare la vita per coloro che non lo meriterebbero! Sì, come Gesù ha dato la vita per noi peccatori, ha fatto cose grandi Dio, così noi non possiamo fare di meno.
Supereroi o super poteri, no! Ma possiamo desiderare e chiede umilmente un amore riconoscente, fiducioso, per contribuire al Regno di Dio, questo sì!


lunedì 25 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Pentecoste -24.05.2026

Atti 2,1-11    -   1Cor 12,3-13   -    Gv 20,19-23


Non sono chiuse le porte di questo luogo, ma soprattutto sia aperto il vostro cuore, carissimi. Ci salutiamo, ci accogliamo, celebriamo il dono dello Spirito Santo in questo 50° giorno dalla Pasqua di risurrezione perché ci è data la nostra risurrezione.  Spirito del Signore ora guida la nostra storia, ci sostiene nei nostri passi, ci rialza dalle nostre cadute, e sempre ci apre ad una esistenza che è testimone che siamo amati da Dio e chiamati ad amarci tra di noi, ad annunciare queste bella notizia, il Vangelo.  Per realizzare un mondo di fraternità, dove ci si può ancora intenderci, come una nuova Pentecoste, nonostante molti tanti fatti cattivi e giudizi malvagi che vorrebbero tenerci prigioni della paura, dell’odio, della divisione. Il Risorto ci consegna tre parole che dicono l’opera dello Spirito.
“Pace a voi”, al vostro cuore spaventato per come vanno le cose nel mondo, per il timore che esse ci incutono; spaventato o arrabbiato perché sembra che Dio ci abbia abbandonato, quando, magari, siamo noi che ci siamo allontanati; forse anche amareggiati e delusi di noi stessi. “Pace a voi” nella vostra famiglia, nella vostra casa, in ogni cuore. in questa comunità. “Pace” è la presenza di Gesù che sta in mezzo a voi, sappiamo con le sue ferite alle mani e al costato, come a dire che dare la vita per la Verità, l’amore di Dio, non è sconfitta ma misura di questo e di quello nostro, grazie allo Spirito! Senza lo Spirito l’è tutto un fallimento, ma con lo Spirito di Dio è un’impresa divina nella storia umana! “Pace”, presenza, motivo di gioia, come narra il Vangelo.
Vi assicuro, carissimi, che la fiducia del Risorto, vivente in mezzo a noi, grazie allo Spirito, che nella solennità di oggi accogliamo, è l’altra parola che vi consegno. “Come il Padre ha mandato me, io mando voi”: no discepoli di Gesù che ha vinto la morte per rimanere chiusi, in difesa, disinteressati di quello che succede nel mondo, né conquistatori con arroganza, ma annunciatori con dolcezza e rispetto, dirà Pietro in una sua lettera; capaci di intendere il linguaggio degli uomini, cioè le loro necessità e di andare loro incontro con il linguaggio del Vangelo, l’amore. Lo Spirito è soffio che rianima, che dà vita; è pure vento forte che allontana dubbi, è fuoco che dà forza, infonde fiducia che ogni opera di bene non sarà mai fermata e vana. Sì, abbiate fiducia!
La terza parola, il terzo dono dello Spirito è il perdono. Ogni storia conosce delle ferite che non sono d’amore o vissute con amore, in ogni casa, famiglia, comunità; ogni tessuto della nostra storia ha bisogno di qualche rammendo, e forse di più. Ed ecco allora l’opera in profondità dello Spirito Santo: il perdono che è la capacità di ricucire, di più di far rinascere l’amore dalle sue stesse ceneri, di liberare da una tomba di morte, quando verrebbe a dire “è tutto finito”. Si vince il male con il bene, l’odio con l’amore, e il massimo grado di questo è il perdono. Vieni, Spirito Santo, opera in noi per primi questa risurrezione affinché possiamo testimoniarla, estenderla, offrirla al mondo; accendi in noi il fuoco del tuo amore e la faccia della terra, il cuore degli uomini, tutto sarà ricreato. Amen.