BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
4° Domenica di Pasqua A – 26/04/2026
In questa quarta domenica del tempo pasquale, riconosciuta e celebrata come la domenica del “buon pastore” o pastore bello, unico, che è ovviamente Gesù, il Risorto, io sono in mezzo a voi e condivido la preghiera e la vita con alcuni particolari sentimenti Quando nel vangelo di oggi Gesù parla del pastore delle pecore, parla di sé, della sua missione. E poiché non è di facile comprensione quello che dice, anche perché ci può dare un po’ fastidio essere considerati “pecore”. Ma tant’è che molti vogliono esserci guide e pastori! E da costoro, social o potenti, siamo guidati, purtroppo. Gesù usa anche un’altra similitudine: Io sono la porta delle pecore, vale a dire l’accesso alla vita
Chiedo che questi sentimenti siano anche in voi.
Innanzitutto, la gratitudine e la commozione per questa immagine di tenerezza e di premura, di affetto e familiarità stretta che viene dalla figura del pastore. E non posso non andare alle parole dell’apostolo Pietro nella sua lettera dove ci fa sapere che “Cristo Gesù patì per voi”, cioè ha dato la vita, ha vissuto fino in fondo l’amore per me, per voi, per noi; con una mitezza, una misericordia e fiducia che danno la misura di quanto gli siamo cari, e gli sono cari anche quelli che non lo accettano e arrivano a rifiutarlo.
Il Suo è sangue prezioso, ci diceva ancora Pietro domenica scorsa, e oggi ritorna a confermare: “dalle sue piaghe siete stati guariti”, dalla nostra esistenza senza senso. “Eravate erranti come pecore”. Cioè quando ci perdiamo, ci smarriamo, siamo nella più nera confusione, non sappiamo da soli ritrovare la via di casa, ecco allora che siamo “ricondotti” a Lui, al pastore. Egli ci riconduce a sé, egli fa per noi quello che conta e dà salvezza; non noi da soli ce la facciamo a ritrovare la via. Egli è il custode, colui che si prende cura del nostro nutrimento, del nostro bene; non noi da soli, ma, dice a conclusione del brano del vangelo, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Egli rimane porta aperta per la vita!
C’è un’altra serie di sentimenti davanti a questa figura del pastore, e con voi li condivido. Sono sentimenti di responsabilità che io provo, chiamato ogni giorno a raffigurare ai vostri occhi proprio questo unico Pastore per grazia, per un dono particolare dello Spirito.
Innanzitutto, Gesù è stato costituito Signore e Pastore, dice sempre Pietro nelle sue prime prediche, perché è stato prima “agnello” e “servo obbediente”. Vale per me, vale per tutti noi nella nostra condizione di essere accanto agli altri come responsabili del loro bene. Prima occorre farsi agnelli e vivere in obbedienza al Padre. “Chi pecora si fa, lupo lo mangia”, dice un proverbio. Il vangelo insegna diversamente: “Chi agnello si fa, pastore diventa”. Non è questo un suggerimento per imparare a servire e a guidare gli altri chiunque essi siano?
E poi sentimenti di gioia. Il motivo? Eccolo: il pastore chiama le sue pecore una per una, ascoltano la sua voce; poi le conduce fuori, cammina innanzi a loro, esse lo seguono. Un pizzico di amarezza fa capolino, invece, quando “un ladro, un brigante, un estraneo”, che vanno per “rubare, uccidere, distruggere” fanno breccia tra coloro che ami, ai quali interessa assai poco conoscere l’amore di cui sono oggetto; coloro che non hanno tempo, non hanno spazio, non hanno libertà, non credono, e non vogliono cercare in Gesù la vita.
Carissimi, rigenerati, risorti con Gesù, siamo continuamente ricondotti e custoditi dal Suo amore. Preghiamo, in questa domenica in modo particolare, perché il Pastore grande delle pecore, come lo chiama al Scrittura, sia presente in mezzo a noi attraverso anche la disponibilità di chi accoglie la vocazione a diventare sacerdote nel popolo di Dio, e ad esserlo sull’esempio e le orme di Cristo.