BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
30° Domenica A – 25.10.2026
Esodo 22,20-26 - 1Tess 1,5-10 - Matteo 22,34-40
“Qual è il grande comandamento?”. L’amore! Un comandamento? Ci viene da pensare che non esista nulla di più spontaneo e libero dell’amore’, e non ci sia bisogno di un comando. Invece, è proprio così: un comando in quanto non c’è nulla di più instabile, e al giorno d’oggi, con la mentalità che gira, pure la cosa meno affidabile. Si fa presto a passare dall’amore all’umore, e peggio, all’odio o all’indifferenza verso la stessa persona in un batter d’occhio. Se l’amore accetta di essere un comando, una “regola”, “una promessa solenne”, non è per ingabbiare e costringere, ma per rendere liberi da questi sbalzi di umore o di egoismo.
Ha un futuro, “amerai”, perché ha un passato, dei frutti, perché ha delle radici sane. Il verbo è al futuro, perché il passato sottinteso è un amore già ricevuto in anticipo: quello di Dio che ci ha amato per primo e incondizionatamente. Prima di chiedere amore, Dio ci ha già amato per primo, da sempre. E questa la buona notizia, la bella notizia! E così scopriamo che l’amore non è propriamente neanche un comando, ma una risposta! Amare Dio è sentire, meglio sapere, credere, che Lui ci ama! E non è un’emozione fugace, la conseguenza di un “colpo di fulmine”, ma un senso di profonda riconoscenza, una risposta di gratitudine che sgorga dal cuore solo dopo averlo riconosciuto.
Può essere che arriviamo a comprendere questo, cioè amare Dio con tutto il cuore, l’anima, la mente, una risposta dovuta, troviamo più difficile comprendere il secondo precetto, che comanda di amare il prossimo. Perché devo amare gli altri, anche quelli che non hanno fatto nulla per me?
Noi cristiani siamo chiamati ad amare i nostri simili anzitutto perché stanno a cuore a quel Dio che ci ama da sempre, come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura; «Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido… Quando il tuo prossimo griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso». Già il semplice amore umano ci spinge ad amare e rispettare le cose e le persone che stanno a cuore alla persona amata; ma, da credenti, siamo invitati a riconoscere anche che tutti gli uomini sono figli di Dio e, dunque, nostri fratelli.
E poi Gesù ci invita a riconoscere nel volto del prossimo non solo la nostra stessa fisionomia, ma anche e soprattutto quella di Dio: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Una specifica ben precisa a partire dall’Antico Testamento, come viene dettato nella prima lettura. Gesù la riprenderà nel cap.25 di Matteo che ascolteremo tra qualche domenica.
Se questo non è sufficiente per dare spazio all’amore, ci può essere d’iniziale aiuto e incoraggiamento “amare il prossimo come noi stessi”. Qui non dobbiamo fare l’errore a cui siamo spesso indotti: “prima di tutto devi volerti più bene tu”, intendendo un sonoro “fregatene di tutti e pensa solo a te stesso”. Al contrario quello che ci è richiesto è la capacità, la volontà di gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre, il contrario dell’indifferenza.
Ci doni il Signore un cuore libero e pacificato per amare Dio e i fratelli secondo lo Spirito di Gesù, unica legge della vita.