BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
29° Domenica A – 18 ottobre 2026
Matteo 22,15-21
“Rendete a Dio ciò che è di Dio”. Ma cosa mai è di Dio? Cosa rendere a Dio? Cosa restituire a Dio? riconoscendo che non abbiamo nulla di nostro. Mentre diciamo, o pensiamo, invece: Io sono mio, quello che possiedo è mio, quello che ho me lo son fatto io, mio è il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia; mio è il mio tempo, mia è la mia vita… Spesso lo manifestiamo con le nostre scelte e decisioni.
Tutto l’annuncio del vangelo contesta e converte questa convinzione: noi siamo di Dio, siamo figli di Dio, sua immagine vivente qui, siamo suoi, gli siamo cari. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa riconoscere questo fondamento, poggiare e innalzare su di esso la nostra esistenza. Se togliamo le fondamenta ad una costruzione, quella crolla; a fatica la puntelliamo perché stia su
Riconoscere e restituire a Dio ciò che viene ed è di Lui significa che non c’è niente, anche se di estremamente importante bello, che poi è dono suo, che possa vantare su di noi un qualche diritto. No, noi non siamo del lavoro, non siamo dei soldi, non siamo degli ingranaggi che in qualche modo ci costringono, non siamo del benessere, non dipendiamo nemmeno dalla condizione di salute e malattie, anche se si fanno sentire, non siamo di nessuna autorità di questo mondo che vuole comandarci. Siamo di Dio e viviamo ogni realtà, famiglia compresa, in modo da riconoscere il primato Suo, il Suo amore sopra ogni cosa, luce e guida in ogni situazione.
“Io sono il Signore e non v’è alcun altro; fuori di me con c’è dio” è proclamato nella prima lettura. Di conseguenza, ci chiama a vivere innanzitutto con gratitudine l’esistenza, con amore, non con timore ma confidenza, il nostro essere tutti figli suoi e quindi fratelli tra noi. Concretamente equivale a rispettare la nostra vita non mettendola in balia dei vari idoli di questo mondo, e quando qualcosa ci prende cuore, testa, tempo, vuol dire che forse è o sta diventando l’idolo che serviamo, trascurando quel progetto di bene in cui siamo dentro e per cui ci ha voluti e creati. Noi siamo di Dio, siamo dell’amore e non delle nostre voglie o passioni. Non possiamo dare a nessun altro, a chicchessia, la nostra vita al di fuori di Dio o contro Dio.
Ma anche “dare a Cesare quello che è di Cesare”. Siamo figli di Dio, questa è la nostra identità profonda, ma lo siamo storicamente anche come cittadini di questo mondo, questa casa comune affidata alla cura e alla premura nostre. È il luogo in cui vivere da cristiani, testimoniando la nostra fede con impegno e convinzione, in gesti visibili e concreti, a vantaggio di tutti. Anche il mondo è di Dio, a lui dobbiamo restituirlo facendoci carico dell’umanità con le sue gioie e speranze, le sue tristezze e angosce. Ognuno lo farà con le competenze che gli sono proprie, ma tutti con eguale e generosa responsabilità, da chi ci governa e chiede sacrifici sino al semplice cittadino. Viviamo ogni compito che qui ci spetta con la dovuta presenza, collaborando con tutti gli uomini di buona volontà, portando il nostro particolare contributo che il vangelo ci ispira. Da buoni cristiani e da onesti cittadini.