lunedì 23 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Domenica 1° Quaresima A – 22.02.2026

Matteo 4,1-11

Dal giardino dell’Eden, dalla condizione di beatitudine ove l’uomo, Adamo, messo alla prova, tentato, crolla sotto la menzogna di Satana, al deserto dove condotto dallo Spirito, il nuovo Adamo, Gesù, anch’egli tentato, supera la prova. Ancora: dalla nuova legge proclamata sul monte delle beatitudini, sempre su un monte altissimo si conclude questa prima provocazione, questa prima sfida tra l’inviato di Dio e il diavolo, che non vorrebbe essere da meno di Gesù. Poi ci sarà un ultimo monte per l’attacco decisivo. Ma ora è il deserto il luogo della lotta.

La nostra Quaresima ci porta lì, lì ci conduce lo Spirito per imparare a rispondere come Gesù alle provocazioni del male e di chi lo gestisce, per progredire nella fiducia e nell’abbandono a Dio, alla Sua Parola. La prova, ogni prova che la vita ci mette davanti, ogni tentazione che ci induce a cambiare strada rispetto al progetto di Dio, per seguire idoli e divinità che vanno dall’egoismo, dalla volontà di potenza, all’attaccamento delle cose, può essere da Dio permessa – difatti è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo.

 Allora la tentazione non è maledizione, se non quando vi si acconsente, ma occasione per progredire nel rinunciare a sé stessi e seguire solamente la Parola del Signore. La nostra vita, non più un giardino fiorito di belle sorprese e di pace fino a quando non sarà giardino della risurrezione di Gesù, rimane comunque un luogo di grazia, di familiarità, di intimità con Dio, anche se c’è il diavolo che tenta, perché abbiano a distinguere, con la Parola di Dio rettamente accolta e non strumentalizzata, come fa qui Satana con Gesù. ciò che è importante da ciò che non lo è, ciò che conta o è essenziale da ciò che non lo è.  A volte le situazioni di difficoltà e di prova ci offrono l’occasione per smascherare quello che non è bene per noi, né per gli altri.

Gesù, è stato condotto nel deserto per ritrovare quell’Adamo, cioè l’uomo, ciascuno di noi, l’umanità che ha voltato le spalle al suo creatore; l’umanità che ancora oggi ripete la scelta sbagliata di non fidarsi di Dio, di sostituirsi a Lui nel pretendere di determinare ciò che è buono o cattivo; una scelta che non fa altro che fargli scoprire la propria nudità, la propria fragilità, la propria vergogna. Là dove l’uomo, ingannato da false promesse, fallisce Gesù riporta vittoria, sceglie per noi indicandoci la via per uscire dal deserto e ritornare alla vita. Ma anche ci chiama a scegliere con Lui, come Lui, a scegliere Lui.

Scegliere Cristo Gesù è la Parola di questa nostra prima domenica di Quaresima. Egli ci insegna a stare nella vita non cedendo alle trame del nemico, alla presunzione di una umanità che a questi si concede e dà ascolto, consapevolmente o no. Il giardino non è sparito, lo ritroveremo, e sarà bellissimo, ma ora è necessario riuscire vincitori nella prova, nella tentazione, qualunque sia. La prima è quella di dubitare di essere figli di Dio, dubitare del suo amore. “Se sei figlio di Dio”, così è stato aggredito Gesù, che poco prima al battesimo, presso il Giordano, si era sentito dire “tu sei il figlio mio, l’amato” e poi, qui, ha cercato ammaliarlo con varie promesse, alle quali egli ha detto di no.

Se Adamo ci ha cacciati nei guai, ci ha portato nel deserto, lì Gesù ci raggiunge e di lì vuole portarci fuori, verso un giardino dov’è pienezza di vita. Ecco il cammino che anch’io mi propongo di fare con voi in queste domeniche e settimane prossime. È ancora lontano quel giardino, ma scegliendo Cristo, scegliendo come lui e con lui, cominceremo ad alzarci, e a muoverci nella giusta direzione.  Buona Quaresima a tutti!


mercoledì 18 febbraio 2026

 Le Ceneri – 18.02.2026

Sfatiamo il detto comune: “faccia da Quaresima”, con “aria disfatta sul volto”. Rendiamo la dignità e la bellezza che merita questo tempo di Grazia! Il primo passo di questo cammino penitenziale, ci muove “protesi alla gioia pasquale” con una “radiosa tristezza” poiché così chi chiama Dio, nostro Padre: “Ritornate a me a con tutto il cuore”! E’ l’invito, di più, è la preghiera che Egli ci rivolge all’inizio di questi quaranta giorni che continuano i prodigi che tanti altri “40” hanno scandito nella storia della salvezza. “Ritornate al mio amore, voi che l’avete smarrito o rivolto altrove”. In questo ritorno ci aiuta La Parola che abbiamo ascoltato e l‘incoraggiamento della Chiesa nel messaggio di Papa Leone che ci indica i passi sui quali muoverci nella giusta direzione. 


Egli ci invita ad ascoltare Dio e la Sua Parola, come luce e guida su questo cammino. Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere, del suo entrare in relazione con noi «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). Così anche allo stesso tempo ci chiede di ascoltare Lui e come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». E quindi ascoltare i nostri fratelli nelle loro necessità. Questo per avere il cuore di Dio! L’ascolto: dalla liturgia nella celebrazione domenicale, che quest’anno è guida a riscoprire il nostro Battesimo, dalla lettura quotidiana dl Vangelo, come riflessi di luce che rischiarano momenti di buio. L’ascolto! Nel silenzio di tante, troppe distrazioni e parole di questo mondo. 


Ecco allora che l’invito di Papa Leone, accanto all’ascoltare, mette il digiunare, riprendendo l’insegnamento di Gesù nel Vangelo, dove ci vengono pure indicate la preghiera, che è pur sempre parte dell’ascolto e non un biasciare o moltiplicare senza cuore le orazioni, e la elemosina, la pietà che porta a soccorrere chi è nella necessità. A proposito del digiuno così scrive Papa Leone: Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Il ripetuto richiamo di Gesù a compiere questi passi “nel segreto”, porta a considerare che quel ritornare a Dio coinvolge il nostro cuore. E questo, se è luogo segreto, non lo è solo perché tutto avviene di nascosto, ma perché ogni cosa è preziosa, è cosa del cuore, e non dobbiamo lasciarcela portare via. Non lasciamo che il mondo che abbiamo attorno prenda possesso e dominio sul nostro cuore, sulla nostra preghiera, sulla nostra carità, sulla nostra libertà dalle cose. Tenterà di scoraggiarci di deriderci, di ostacolarci, allettarci con mille cose, ma niente, e nessuno deve violare il nostro segreto, quanto avviene nel nostro cuore, e di lì poi si manifesterà al mondo stesso. Dobbiamo difendere questo “nel segreto”.!!!!


Ricevere le ceneri sul nostro capo è confessione della nostra fragilità, le parole le accompagnano il gesto non sono solamente invito a muoverci a conversione, quanto piuttosto a confidare che il Signore già si è mosso verso di noi e ci precede su una via nuova, una via che, man mano che si percorre, ci prepara ad accogliere un cuore nuovo nella Pasqua che verrà. E verrà presto!

domenica 15 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 6° Domenica A – 15.02.2026 

Matteo 5,17-37 

Abbiamo ascoltato ora il Vangelo e possiamo dire che…il gioco si fa duro. Dopo le Beatitudini che attirano la nostra ammirazione, le immagini del sale della terra e della luce, del mondo per definire la nostra identità, Gesù qui cala un carico da novanta! Gioca le proprie carte pur di offrirci l’opportunità di dare verità al nostro essere credenti, discepoli suoi, con sincerità. Una serie di indicazioni, di comandi, sui quali non si può passare sopra, e possibili da osservare, pur con tutti i limiti e debolezze della nostra fragile umanità.

C’è un denominatore comune in questa nuova legge, nuova “giustizia” che supera la vecchia con quel “ma io vi dico”. Gesù vi immette la misericordia, il perdono, l’attenzione e il rispetto del prossimo, l’amore. Con le sue affermazioni paradossali Egli non vuole demolire l’impianto della Legge o dei Profeti, guida dei credenti, ma, dice, “sono venuto a dare pieno compimento”. Evidentemente anche nell’osservanza dei comandamenti può mancare qualcosa, e di fondamentale. “Sono venuto a dare pienezza attraverso l’amore!”. 

1°- Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai… Ma io vi dico: l’amore è rifiutare la violenza di qualsiasi tipo, di gesti e parole, quella che sembra vigere nella società, nelle relazioni, anche nelle stesse famiglie, dove grida, rabbia e urla, creano già un inferno. Allora anche la nostra preghiera sarà vera e ben accetta dal Signore. E se il perdono, il desiderio di riconciliazione, non viene accolto, pazienza!

2° - Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: l’amore è non coltivare desideri e relazioni cattive, ingiuste davanti al Signore. Chiama a correggere il nostro sguardo che prima che dagli occhi proviene dal cuore che, purtroppo, considera l’altro, uomo o donna, come un oggetto di cui impossessarsi, invece di camminare insieme a libertà. 

3° - Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: l’amore è non rompere quel patto di alleanza, che è il matrimonio, luogo della rivelazione dell’alleanza di Dio con l’umanità; un legame che impegna alla fedeltà, al dono totale di sé, esclusivo, indissolubile, anche quando le condizioni diventano difficili.

4 - Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso…Ma io vi dico: l’amore è non chiamare in causa Dio per imbrogliare, ingannare l’altro, ma essere leali, e chiari, sinceri, schietti. La bocca esprima quello che contiene il cuore, la mente, senza alcuna doppiezza o falsità, perché la menzogna viene dal maligno. 

Siamo davanti ad una sapienza che non è di questo mondo, dice Paolo nella seconda lettura. Ed è dalla sapienza del Signore, lascia intendere la prima lettura, che viene la giusta scelta per la vita, il regno dei cieli sulla terra, 
Ritornando all’immagine con cui ho iniziato questi pensieri: a che gioco giochiamo? Gesù ha scoperto le proprie carte. Noi, non bariamo, lasciamoci vincere e avremo la vita!

lunedì 9 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 5° Domenica A – 08.02.2026

Matteo, 5,13-16

C’è una particolare ragione perché siamo “beati”, come Gesù proclamava domenica scorsa. In ogni condizione ci troviamo siamo “amati” gratuitamente da Dio, e questa nuova ragione è suggerita dalle immagini che Gesù usa sempre rivolto ai suoi discepoli: “voi siete il sale della terra”, “voi siete la luce del mondo”. 

Quindi non è un comando, o meglio, prima di essere un comando, un impegno a cui essere fedeli, è una rivelazione sulla nostra identità e responsabilità; una dichiarazione di conformità, potremmo chiamarla, per capire  chi siamo come discepoli suoi e la missione che ci aspetta per non diventare inutili e insignificanti.
“Voi siete il sale della terra!” Quanti tipi di sale conosciamo? Da cucina, fine, grosso, grezzo aromatizzato, marino; poi ci sono sali chimici… Ognuno ha la sua funzione. Ma quella che prevale, conoscendo il messaggio di Gesù, vivendo il Vangelo, è di dare sapore e gusto all’esistenza, un tocco di giusta saggezza capace di dare significato alla vita. È di impedire la corruzione della società in cui siamo, che non si decomponga e vada in disfacimento.
In un mondo dove è messa in dubbio l’intoccabilità della vita umana, dal suo sorgere al suo spegnersi naturale, il cristiano è sale che ne ricorda la sacralità. Dove si cerca il proprio tornaconto, si banalizza il sesso, si frantuma la famiglia, il discepolo di Gesù, è sale che conserva, ricordando a tutti, con umiltà, e consapevole anch’egli della propria fragilità, la proposta, eroica a volte, del dono di sé. Non può e non deve diventare insipido! Inutile! Questo avviene quando mischiamo il sale con altro materiale che ne altera la purezza e la genuinità, e diamo spazio ai “ma”, ai “se” e ai “però”, arrivando a modificare il Vangelo.
“Voi siete la luce del mondo!” Anche qui, quanti tipi di luce oggi noi conosciamo: calda, neutra, bianca, fredda a led, alogena, fluorescente, diretta, indiretta, diffusa… ma tutta, come dire, artificiale, prodotta dall’uomo.  Invece la luce di cui ha bisogno il mondo è ben altro. È una fiamma viva che dà chiarore e calore. È fiamma viva. Gesù dirà di sé: “io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre”.  
È Lui la Sapienza, ovvero il “sale” che dà sapore al mondo, e noi lo siamo se accettiamo di vivere secondo i Suoi insegnamenti. È Lui la luce del mondo”. Noi lo siamo se accettiamo di riflettere la Sua luce andando in mezzo agli uomini non con l’eccellenza della parola o della sapienza umana – come dice Paolo nella seconda Lettura – ma nella debolezza e con molto timore e trepidazione, manifestando lo Spirito della potenza di Dio, che si è rivelata in Gesù Cristo crocifisso.

Di questa dobbiamo brillare, essere testimoni, e insieme una comunità luminosa, come una città posta sul monte che non può non vedersi, né possiamo nasconderci in casa perché anche lì, magari, ricordando l’ultima delle beatitudini, siamo inascoltati, derisi o ostacolati. Perché, è vero che ci prende a volte il timore, ma è anche vero che vogliono spegnerci nel nostro desiderio di seguire il Signore.
Chiamando i discepoli “luce del mondo”, Gesù dichiara che la Sua missione è ora affidata a noi. Mettere da noi il nostro essere cristiani, la nostra fede in Gesù, “sotto il moggio”, riceve l’invito a non occultare il vangelo davanti alle problematiche della vita e alle scelte che richiede.
Attenzione tutto questo non ci fa maestri degli altri, coloro che hanno la verità in tasca. Tutto questo, invece, confluisce in opere buone, quelle indicate nella prima lettura, le opere di misericordia, allora brillerà fra le tenebre la nostra luce! in una vita buona, bella, e beata, umile e forte, che porta a rendere gloria, cioè far conoscere non la nostra bravura  ma l’amore di Dio, che poi è pure il nostro vero e sommo bene.

lunedì 19 gennaio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

2° Domenica A – 18.01.2026 

Giovanni 1,29-34 

Ancora un augurio e una benedizione anche se ormai l’anno nuovo sé avviato. Scrive Paolo: grazie a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo. La grazia e la pace vanno a braccetto e vengono dal Figlio di Dio, come riconosce e testimonia Giovanni. “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Quell’ “ecco” è un invito a volgere lo sguardo a Gesù: “guardate a lui!”

Abbiamo oggi una nuova sorta di “epifania”, dopo quelle che in queste settimane ci sono state date, dapprima attraverso gli incontri dei pastori, poi la famiglia di Nazareth, i Magi, e domenica scorsa il Battesimo di Gesù, in cui una voce dal cielo l’ha confermato: “Questi è il Figlio mio, l’Amato, in lui è il mio compiacimento”.

Egli non è solo questo, anzi è questo perché è la grazia di Dio da cui viene appunto la pace, come mette insieme l’augurio e la benedizione di Paolo. È la benevolenza, la misericordia di Dio, “che toglie il peccato del mondo”.

Giovanni, usa un’immagine ben conosciuta dai suoi contemporanei, Anzi, è molto di più di un’immagine, è la realtà il termine che usa per indicarlo: l’agnello, la cui vita è data per la salvezza e la liberazione del suo popolo, ricordando l’agnello pasquale il cui sangue aveva segnato la salvezza d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, o il sangue di chi è caricato dei peccati dello stesso. Nella Scrittura la parola “agnello” può riferirsi anche a figlio, o a servo di Dio.

Ebbene, costui “toglie il peccato del mondo”, cioè la condizione di tristezza e di male, il peso che grava sull’umanità e sulla storia tutta. Il verbo togliere, utilizzato da Giovanni in greco, per indicare l’azione di redenzione e liberazione che Cristo è venuto ad operare, è molto denso e carico di varie sfumature di significato, tra cui: “sollevare”. Chi di noi non fa l’esperienza del peccato, del male, di una costrizione, di una mancanza di libertà, come di un peso sul cuore che ci schiaccia e ci opprime?

L’immagine di qualcuno che viene a sollevare questo macigno che ci tiene inchiodati a terra è bellissima. Cristo è qui per sollevare il peso immenso che ci tiene imprigionato, qualunque esso sia, se ne fa carico, ci dà sollievo distruggendolo. È l’effetto che ha su di noi la grazia di Dio che ci raggiunge e ci libera dall’oppressione del peccato ogni volta che ci rivolgiamo con fiducia a Lui, invocandolo di venirci a salvare.

La nostra agitazione o la nostra tristezza, la mancanza di speranza, sono forse perché, come Giovanni Battista, dovremmo dire: “io non lo conoscevo”, “io non lo conosco così”. No, non lo conosciamo, anche se ci diciamo fedeli praticanti o buoni cristiani. Occorre contemplare, cioè vivere nella relazione a cui lo Spirito che si manifesta in lui, e che è pure in noi. Nello Spirito anche noi siamo immersi. Questi ci apre gli occhi e cuore, e di lì, muove i nostri passi a darne testimonianza. Nel seguirlo, poi, anche noi possiamo recare sollievo al mondo, contribuire a “togliere” il male che ancora affligge il mondo.

Invochiamo il nome di Gesù Cristo come Signore è questo ci sarà possibile

martedì 13 gennaio 2026

BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia 

Battesimo di Gesù – 11.11.2026 

Isaia 42,1-7 - Atti 10,34-38 - Matteo 3,13-17

Ancora una Parola che ci aiuta ad accogliere Colui che abbiamo celebrato in queste settimane, Colui che è nato. Dapprima i pastori, poi la famiglia di quel Bambino, i Magi che sono andati ad adorarlo. Infine, entra in scena direttamente il Padre di tanto Figlio.

La circostanza per farlo conoscere, una seconda Epifania – poi ce ne sarà una terza, a Cana di Galilea – è data da un momento della vita di Gesù ormai adulto che si avvicina ad adempiere ogni giustizia, dice al cugino Giovanni, nel ricevere il Battesimo a cui costui chiamava invitandoli a conversione i peccatori immergendoli nelle acque del Giordano. “Adempiere ogni giustizia” significa compiere la volontà del Padre che l’aveva mandato.

Gesù non aveva bisogno di conversione e quello che chiede e fa non è per finta, ma per dare l’annuncio di essere venuto nel mondo per prendere parte e sostenere l’impegno di conversione dei suoi fratelli, di tutti noi. Egli è non è qui per prendere le distanze, giudicare e condannare, ma per mostrare una solidarietà che porta misericordia, perdono, aiuto.

Nella narrazione di questo evento, il Battesimo dei Gesù al Giordano, ci sono tre segni, tre immagini che confermano la volontà di Dio di non abbandonarci.

Quel Figlio, Gesù, è un dono del cielo che mai si è chiudo per gli uomini, non si è mai distolta la sua benevolenza nei loro, nei nostri confronti, ma ora, con la venuta di Gesù, è più che mai confermata. “Apriti cielo” non è un’esclamazione che ci capita di aver sulle labbra in particolari momenti di prova o di pericolo. Che il cielo si apra è, invece, conferma che davvero Dio, in quel Figlio, è qui.

A questa immagine ne segue un’altra. Gesù vede lo Spirito venire a Lui come una colomba, cioè, comincia a comprendere che nella propria persona c’è qualcosa di più di un semplice uomo. Egli è abitato dallo Spirito di Dio; la colomba cerca il suo nido, e, di più, sarà motivo di pace, di giustizia, di verità sul suo essere Dio con noi.

A togliere ogni dubbio, ecco ancora il cielo, la voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”: Davvero Gesù è Cristo, con tanto di accento! Ed è il volto del Padre, di un Dio che non grida né alza il tono, non spezza una canna incrinata, non spegne uno stoppino dalla fiamma smorta, come annuncia il profeta nella prima lettura. Egli è il Signore di tutti, perché non fa preferenze di persone, ma accoglie chiunque lo teme, a qualunque nazione appartenga, come Pietro predica nella seconda lettura. Beninteso che non si tratta della paura, ma di quel rispetto stupito e amoroso che lo Spirito pone in noi.

Commovente la testimonianza dei pastori nella notte di Natale, coraggiosa quella dei Magi, più che autorevole e affettuosa quella del Padre. Quale delle tre ci aiuta maggiormente a far posto a Colui che è nato tra noi? Quale ci accompagna in una nuova via di conversione all’amore che si è rivelato? Forse l’una, forse l’altra; forse prima una, dopo l’altra…Non ci resta che dire con le parole di Gesù stesso al cugino Giovanni: “lascia fare”, tieni aperto il cuore, ed io mi rivelerò.

giovedì 25 dicembre 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Natale 2025

È la notte di Natale, del tuo Natale, Gesù! Perché sei venuto, tu, mio Dio? Perché vi amo, vi voglio bene!

Ma, Gesù, qui c’è tanto buio, tenebre nel cuore e nel mondo! Perché sei venuto? Io sono la luce che vi avvolge, e non solo stanotte, come i pastori che sono rimasti sorpresi. Non temete! Sia gioia voi e a tutto il mondo, come ve l’assicura il mio angelo.

Abbiamo smarrito la strada, siamo nella confusione. Perché sei venuto, Gesù? Io sono la via e la verità!

Qui siamo tristi e rassegnati, qui c’è tanta morte: perché sei venuto? Io sono la vita!

Qui ancora tanto odio e divisione a guardia delle nostre cose che difendiamo per essere felici.

Perché sei venuto dove c’è emarginazione, giudizio e condanna, noi che la subiamo dai nostri simili, ma non manchiamo di esercitarla nei loro confronti.  Perché sei venuto? Perché io sono la giustizia, l’amore e la pace!

Siamo stressati, spaventati, prigionieri e non solo avvolti da tante dipendenze: perché sei venuto, Gesù? Perché io sono la libertà.

Siamo schiacciati da tante croci inspiegabili e pesanti: perché sei venuto? Sono conforto, fermezza e forza a voi!

Siamo peccatori, deboli, indegni che tu ti scomodi, e mai ti ripagheremo. Perché sei venuto? Per farvi conoscere la gratuità dell’amore di Dio, vostro Padre: misericordia e perdono. Io sono la grazia e la benevolenza di Dio per tutti gli uomini.

Siamo tanto poveri, incapaci di speranza. Io sono la speranza e sono venuto perché vi amo!

Carissimi tutti, potremmo all’infinito interrogare l’amore, ma l’Amore non ha altre risposte che sé stesso; riveste la carne del Bambino che nasce a Betlemme. Egli non viene a violare la nostra privacy, ma ad allargarla a tal punto da farla saltare e far posto e insegnare accoglienza e solidarietà tra noi; non viene a disturbare la nostra tranquillità o comodità, ma a togliere ogni individualismo egoista, a svegliare la nostra esistenza, non a tenerla in difesa di chissà che cosa, a porre fine alla disperazione, alla paura. Non temete”, né siate spaventati, è il primo annuncio di vangelo che ci raggiunge, motivo di grande gioia.

Le fasce in cui, Maria, la Madre di questo Bambino, l’ha avvolto, le attenzioni che certamente Giuseppe, lo sposo, non ha fatto mancare, la mangiatoia dove è stato deposto, ci parlano fin da subito di un’umanità nuova, semplice, umile, povera, di cui Dio, in quel Figlio, si è rivestito prendendo la nostra stessa carne;

un’umanità divina la cui qualità della vita è nell’amore che nutre gli altri, porta luce e rivela la gloria Dio che ci ama e ci insegna ad amare, a volere bene con umiltà. Sì Dio ci ama con umiltà! Quello che riesce difficile tra noi, nelle nostre relazioni. Gesù, scegliendo questa entrata nel mondo, dove non trovava posto, non si è vergognato della bassezza degli uomini, e dove questi dicono tutto è “perduto”, Egli dice tutto è “salvato”. Così è stato presentato dall’angelo: “è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.

L’annuncio che stanotte ci sorprende ancora una volta, anche se è tanti anni che celebriamo il Natale del nostro Salvatore, è una chiamata a credere e ad accogliere l’inspiegabile agire di Dio, l’Emmanuele, appunto il Dio con noi, Principe della pace.

La luce che scompiglia il campo dei pastori ma riaccende la vita sia in ogni famiglia e negli angoli più oscuri del mondo, e la festa, il canto del cielo che si riversa sulla terra, trovi eco in ogni cuore, in ogni ferita. Che ogni lacrima non sia più di dolore, ma di gratitudine e di commozione, che ogni pianto diventi pianto di gioia, E allora sarà la pace! Buon Natale!