martedì 28 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 4° Domenica di Pasqua A – 26/04/2026


In questa quarta domenica del tempo pasquale, riconosciuta e celebrata come la domenica del “buon pastore” o pastore bello, unico, che è ovviamente Gesù, il Risorto, io sono in mezzo a voi e condivido la preghiera e la vita con alcuni particolari sentimenti Quando nel vangelo di oggi Gesù parla del pastore delle pecore, parla di sé, della sua missione. E poiché non è di facile comprensione quello che dice, anche perché ci può dare un po’ fastidio essere considerati “pecore”. Ma tant’è che molti vogliono esserci guide e pastori! E da costoro, social o potenti, siamo guidati, purtroppo. Gesù usa anche un’altra similitudine: Io sono la porta delle pecore, vale a dire l’accesso alla vita

Chiedo che questi sentimenti siano anche in voi. 
Innanzitutto, la gratitudine e la commozione per questa immagine di tenerezza e di premura, di affetto e familiarità stretta che viene dalla figura del pastore. E non posso non andare alle parole dell’apostolo Pietro nella sua lettera dove ci fa sapere che “Cristo Gesù patì per voi”, cioè ha dato la vita, ha vissuto fino in fondo l’amore per me, per voi, per noi; con una mitezza, una misericordia e fiducia che danno la misura di quanto gli siamo cari, e gli sono cari anche quelli che non lo accettano e arrivano a rifiutarlo. 

Il Suo è sangue prezioso, ci diceva ancora Pietro domenica scorsa, e oggi ritorna a confermare: “dalle sue piaghe siete stati guariti”, dalla nostra esistenza senza senso. “Eravate erranti come pecore”. Cioè quando ci perdiamo, ci smarriamo, siamo nella più nera confusione, non sappiamo da soli ritrovare la via di casa, ecco allora che siamo “ricondotti” a Lui, al pastore. Egli ci riconduce a sé, egli fa per noi quello che conta e dà salvezza; non noi da soli ce la facciamo a ritrovare la via. Egli è il custode, colui che si prende cura del nostro nutrimento, del nostro bene; non noi da soli, ma, dice a conclusione del brano del vangelo, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Egli rimane porta aperta per la vita! 

C’è un’altra serie di sentimenti davanti a questa figura del pastore, e con voi li condivido. Sono sentimenti di responsabilità che io provo, chiamato ogni giorno a raffigurare ai vostri occhi proprio questo unico Pastore per grazia, per un dono particolare dello Spirito. 

Innanzitutto, Gesù è stato costituito Signore e Pastore, dice sempre Pietro nelle sue prime prediche, perché è stato prima “agnello” e “servo obbediente”. Vale per me, vale per tutti noi nella nostra condizione di essere accanto agli altri come responsabili del loro bene. Prima occorre farsi agnelli e vivere in obbedienza al Padre. “Chi pecora si fa, lupo lo mangia”, dice un proverbio. Il vangelo insegna diversamente: “Chi agnello si fa, pastore diventa”. Non è questo un suggerimento per imparare a servire e a guidare gli altri chiunque essi siano?

E poi sentimenti di gioia. Il motivo? Eccolo: il pastore chiama le sue pecore una per una, ascoltano la sua voce; poi le conduce fuori, cammina innanzi a loro, esse lo seguono. Un pizzico di amarezza fa capolino, invece, quando “un ladro, un brigante, un estraneo”, che vanno per “rubare, uccidere, distruggere” fanno breccia tra coloro che ami, ai quali interessa assai poco conoscere l’amore di cui sono oggetto; coloro che non hanno tempo, non hanno spazio, non hanno libertà, non credono, e non vogliono cercare in Gesù la vita.

Carissimi, rigenerati, risorti con Gesù, siamo continuamente ricondotti e custoditi dal Suo amore. Preghiamo, in questa domenica in modo particolare, perché il Pastore grande delle pecore, come lo chiama al Scrittura, sia presente in mezzo a noi attraverso anche la disponibilità di chi accoglie la vocazione a diventare sacerdote nel popolo di Dio, e ad esserlo sull’esempio e le orme di Cristo.

martedì 14 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Seconda Pasqua A – 12.04.2026
 

1Pietro 1,3-9   -   Giovanni 20,19-31

 

Siamo all’Ottava di Pasqua, e continua la luce di questo evento della risurrezione di Gesù. Anzi, ne siamo partecipi anche noi siamo con Lui risorti grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto. Questa domenica è la Festa della Divina Misericordia, come ha voluto indicare già Papa Giovanni Paolo II, poiché la nostra risurrezione, la nostra rinascita, la nostra ricreazione, avviene proprio per la Misericordia che ci è stata e ci è usata a fronte dei nostri peccati e delle loro conseguenze, a fronte delle nostre fughe o tradimenti, come è avvenuto per gli stessi discepoli di Gesù. Visitati dal Risorto, come narra il Vangelo, si sono visti confermare i suoi doni di pace e di liberazione da ogni paura, di amicizia, di fiducia. 
La Misericordia non è una tomba, un sepolcro, una sconfitta; non è debolezza, se non di amore, che Dio non può trattenere, per noi suoi figli, che ha trovato nel Cuore di Gesù l’accesso per entrare nel nostro mondo, per riversarsi, trafitto, sul nostro mondo; per insegnare all’umanità la via della pace. La Misericordia è un grembo che si apre e ci dona la vita di risorti, la vita di Gesù, che noi possiamo, e dobbiamo toccare con le nostre mani, come Tommaso. Questi non è il maestro del dubbio, non è semplicemente l’emblema dell’incredulità, anche se così viene richiamato dallo stesso Gesù, non è colui che ci pianta il naso come siamo soliti dire. 
No, Tommaso ci dice che non possiamo nemmeno accontentarci di quello che ci dicono gli altri. Del resto, lui non si lascia convincere dalle parole dei suoi amici, non essendo stato presente quella prima sera di Pasqua. Ci insegna che dobbiamo fare esperienza del Risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.  E che significa? “Se io chiudo gli occhi per non vedere le sofferenze dei fratelli, e quanto patiscono a causa del male che li affligge, e del bene che cercano di perseguire, io non posso dire di essere risorto con Gesù”.  Ancora una domanda: come fare per toccare le ferite del Risorto e dei miei fratelli? Accogliere la pace che ripetutamente ci dona: “pace a voi…pace a voi… pace a voi… che da soli non siete capaci di darvi”.
La Misericordia ci porta la pace: non rifiutiamola. Non è debolezza! Ci offre il perdono. Non è sconfitta! La Misericordia ci manda a liberare il mondo dal male, dal peccato proprio con il perdono. Se noi non perdoniamo, dice Gesù, il mondo tutto resta invischiato nel male, se non si perdonano vicendevolmente e non cercano vie diverse dalle attuali quei potenti che pensano di gestirlo il male, ne rimangono prigionieri e noi vittime con loro. La preghiera per la pace e la riconciliazione, il toccare le ferite dell’umanità più povera invece di infliggerle, il renderci conto ed unirci a chi ha dato la vita per amore, Cristo crocifisso risorto, può smuovere noi, credenti finalmente a diventare credibili agli occhi del mondo.
“Siete ricolmi di gioia”, assicura Pietro nella sua lettera. “Esultate di gioia”, incoraggia. Una ritrosia può essere in noi nel toccare le ferite del Cristo Risorto, che ancora sanguinano in tanti nostri fratelli o nelle nostre famiglie; paura di contrarre chissà quale infezione. Se sarà, ben venga. Non c’è infezione o contagio più sano di un contagio o infezione d’amore. Si apriranno i nostri occhi e pure il nostro cuore diventerà più misericordioso e fonte di perdono. Amen.

domenica 5 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

SABATO SANTO - Veglia Pasquale - 04.04.2026

Cari fratelli e sorelle, Gesù il Cristo, il mio Gesù, il nostro Signore e fratello, è risorto dalla morte! Siamo sorpresi ancora una volta da questo evento di Grazia, e non possiamo che esultare con il coro degli angeli che così prolungano il canto che già al Natale di Gesù fecero, con la Chiesa, con la terra come ci invitava l’acclamazione di poco fa.

I segnali di quanto stanotte compie la potenza dell’amore di Dio già ci erano stati dati quando Gesù svegliava dalla morte la figliola di Giairo, o con un semplice tocco della sua mano richiamava in vita il figlio unico della madre vedova e ancor più gridava all’amico Lazzaro di uscire dalla tomba. No, la morte non poteva vincere sull’ amore, sulla vita, ed ecco allora il gran prodigio, al culmine di tanti prodigi, narrati dalla Parola proclamata, che Dio aveva operato per il suo popolo perché noi tutti lo apprendessimo: Gesù è risorto!

E’ la vittoria della luce sulle tenebre, vittoria che abbiamo accolto e salutato con la liturgia iniziale di questa nostra assemblea: Cristo Gesù, luce del mondo, il mondo che tanto buio, rischiarato purtroppo solamente da bagliori di guerra e esplosioni di violenza, ancora vorrebbe tenere sepolto, senza speranza. La Parola ha illuminato la nostra mente e ha confermato che speranza c’è: Dio non abbandona i suoi figli, a cominciare dal Figlio prediletto, e noi suoi fratelli, non abbandona l’umanità. Cristo è Risorto! C’è speranza nel nostro cuore, ed è sempre così, quando con meraviglia e gratitudine, ci lasciamo dai Lui sorprendere.

Ecco, allora, sorpresi da questo evento di Grazia e misericordia, come dicevo, siamo sopresi dalla gioia, ed anche il timore che non sia vero quello che l’angelo ha annunciato alle donne e quindi ai discepoli, comprensibile per la nostra incapacità a comprendere l’opera e l’amare di Dio, non fa che accendere e bruciare di desiderio che, sì, è tutto vero. Non c’è spazio per la paura di essere tratti in inganno. Subito fugge, in fretta, la paura. Invece, presto, il desiderio, la speranza, verranno confermati, poiché la vittoria di Gesù sul male, sulla morte, sul peccato, rifiuto di Dio, su colui che vorrebbe convincerci che non è per nulla vero (e nel mio ministero, mi è capitato di sentirmelo dire!), questo desiderio e speranza di risurrezione divengono realtà anche nella mia vita, nella mia storia, nella nostra vita, nella nostra storia. Come?

Tra qualche istante rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, che è la nostra risurrezione in cui siamo stati posti, in cui vogliamo vivere ogni giorno. Spesso siamo ricacciati nella tomba, afferrati da ombre di morte, e, cosa più triste, trasciniamo altri in questa condizione che non sa più accogliere, cercare, gioire del bene per cui siamo stati creati e redenti. Redenti, cioè liberati da ogni pietra tombale.

 L’altra sera alla Cena Ultima, ma anche la prima di una storia di amicizia che continua sino alla fine dei tempi, abbiamo avuto in dono la comunione con il nostro Maestro e Signore, e il suo insegnamento; ieri, silenziosamente, sulla croce, Gesù, con la sua offerta ha colmato il nostro ammanco di amore affidandosi al Padre Suo, e togliendoci così dalle pretese del peccato ci ha redenti, liberati; stanotte, in questa Veglia e giorno di Risurrezione, gioiamo perché Egli, grazie al Padre, ha stracciato il decreto di morte, ci ha portato con sé alla piena liberazione e santificazione, poiché lo Spirito di Gesù completa l’opera per cui il Padre l’aveva mandato. Ritorno a dire, allora: sì, sorpresi dalla gioia! Ecco come dobbiamo essere stanotte, domani, oggi e sempre! Confusi un po’, ma umili e gioiosi, contenti, o almeno sereni e nella pace, diverremo presto testimoni e annunciatori che Dio ci ama, che Dio vuole la vita dei Suoi figli, e mai smetterà, attraverso Gesù, di offrircela in abbondanza.

La conferma? L’Eucaristia, la cui celebrazione ora proseguirà, nutrimento della Parola, del Corpo e del sangue del Signore, lì ci viene incontro,  e di lì nella nostra quotidiana Galilea, ci manterrà risorti con Lui, vivi e nella gioia. Gesù è risorto: Buona e felice Pasqua di Risurrezione!

lunedì 9 marzo 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 3° Quaresima A – 08.03.2026

Giovanni 4,5-42


L’incontro assai noto di Gesù con la donna di Samaria, ricco di particolari sentimenti e illuminazioni, incrocia il nostro cammino quaresimale, cammino di conversione. Ogni battuta, ogni silenzio, ogni sguardo, ogni respiro che caratterizzano questo incontro ci sono dati perché anche noi, come è avvenuto per la donna alla fine, possiamo riprendere, anzi correre, per dire la novità che, accolta può cambiare, rinnovare la nostra la nostra vita. 

Gesù, prova la stanchezza del cammino, soffre anch’egli caldo del giorno. E il fermarsi al pozzo non è una scusa per accedere a questo incontro con un’altra assetata. Due assetati di amore; due che hanno bisogno di dissetarsi, al di là di un ristoro fisico, sì, cercano amore. Sì, anche Gesù cerca amore, attenzione, accoglienza, per poter offrire il Suo amore, la sua acqua che disseta il cuore mai sazio e che si aggrappa e attinge a tante esperienze per calmare la sete, colmarlo di felicità che subito evapora.  Quindi, primo aiuto, non fuggiamo l’incontro con Gesù che non disdegna di attenderci e incontrarci là dove noi pensiamo di risolvere la nostra sete, le cose di questo mondo, o le scelte che non seguono i suoi insegnamenti.

È un incontro che deve svolgersi nella più grande sincerità, senza nulla nascondere a chi conosce il nostro cuore, e ci aiuta a prendere atto dei nostri tentativi di calmarlo, non riuscendoci noi. Egli accetta pure che tentiamo di distrarlo con argomentazioni che vorrebbero impiantare discussioni pur di non assumerci le nostre responsabilità o una ricerca sincera, come fa la donna quando viene scoperta nella sua condizione. Pone una questione, diremmo, teologica: dove dobbiamo adorare Dio? Qui o a Gerusalemme?”. Risposta: Non dobbiamo preoccuparci “dove” incontrare Dio, ma “come”!

Infatti, ecco la risposta di Gesù, “adorerete Dio in Spirito e verità”, richiama a quell’acqua viva che egli dà a coloro che lo accolgono, e che poi diventa pure fonte anche per altri. Questo può già avvenire risvegliando il dono che è in noi con il Battesimo. Il primo passo di conversione è riappropriarci di esso, e quindi il recupero di un vero rapporto intimo con Dio che ha sete di noi; un rapporto personale d’amore non basato su pratiche religiose, vuote ritualità, finte devozioni.  In questo rapporto sta a cuore al Signore che noi troviamo di che saziare la nostra sete, e far sì che avvenga quello che è accaduto alla donna che dopo cinque mariti, ha trovato finalmente lo Sposo! Non è necessario che facciamo la stessa trafila.  Basta che ci lasciamo sorprendere da Lui, dalla Sua vicinanza, dalla sua comprensione, dalla sua offerta di acqua viva, lo Spirito, e allora, lasciata l’anfora con cui ci sforziamo di attingere, diverremo anche fonte della stessa acqua, dello stesso Spirito, dello stesso amore, per tutti quelli che andiamo ad incontrare ogni giorno.


lunedì 2 marzo 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 2° Quaresima A – 01.03.2026

Genesi 12,1-4 - 2Timoteo 1,8-10 - Matteo 17,1-9

 

Anche la Quaresima più difficile ha i suoi momenti luminosi, anche il percorso più impegnativo trova motivi per sperare. E così dopo le tentazioni e le prove che pure appartengono anche a noi, in questo deserto della vita dove Gesù ci insegna a rispondervi con la Parola di Dio rettamente accolta; dopo un’esperienza di morte che tante volte ci capita di fare nelle nostre condizioni, ecco un assaggio di Risurrezione, della gloria che attende Gesù, innanzitutto, e che non ci mancherà se gli saremo fedeli, gli daremo ascolto, lo seguiremo. Quello che i tre discepoli vivono sul monte è un anticipo di eternità, tanto che desiderano che non finisca mai. Lì, cielo e terra si toccano, tanto che appaiono Mosè ed Elia che già si trovano nella dimensione ultraterrena.

Di questa esperienza avevano bisogno i discepoli, di momenti simili abbiamo pure bisogno noi. Pietro era appena caduto dalle stelle alle stalle, avendo proclamato la sua fede nel Cristo e poi era intervenuto per impedire che si compisse il progetto del Padre, per insegnare a Gesù, e i Dodici invitati a seguire il Maestro sulla croce.

Noi non siamo così diversi. Pronti a dire che crediamo in Gesù, ma perplessi rifuggiamo dal seguirlo sui suoi passi per noi incomprensibili e temuti. Anche noi abbiamo bisogno che il cuore nostro sia sollevato, abbiamo bisogno di luce, e il Signore lo sa. Perciò nel cammino quaresimale facciamo attenzione a momenti luminosi e di incoraggiamento, avvenimenti, incontri che ci fanno sentire bene; non sono solo bastonate e prove nella vita, ma anche spiragli, almeno, di luce, conforto di una presenza che ci lascia soli a lottare. Sì, condotti dallo Spirito nel deserto, nella prova, lasciamoci condurre da Gesù, che di questo Spirito era pieno, per avere la grazia necessaria per andare avanti. Lasciamoci condurre da Gesù! Egli lo desidera!

Certo non ci abbandonano le tentazioni. E qui i discepoli che provano una in particolare: non scendere più dal monte, volere sempre avere quell’intensità di emozione che cerchiamo nella preghiera, nel ricevere o nel fare del bene. Cerchiamo posti ed esperienze che ci tengano sempre accesi, e dimentichiamo che Gesù, una volta che ha mostrato il suo volto di luce, che sarà un giorno nostro, ci conduce subito a scendere nella quotidianità fatta di monotonia, di grigiore, anche di timori, e sempre nuove prove

C’è il pellegrinaggio della vita da fare come quello che Dio ordina ad Abramo con richieste incomprensibili, assurde, rischiose, così ci appaiono, narra la prima lettura; e la seconda ci ricorda che dobbiamo soffrire per il Vangelo. Ma non spaventiamoci! Se abbiamo gli occhi pieni di luce per aver visto Gesù rivelarsi e donarsi a noi, qui, nella preghiera, avremo il cuore pieno di fuoco per continuare a stargli accanto, per seguirlo sulla sua vita, la vita della vita, anche sui passi più difficili.

E quando, proprio, la luce scompare, per le difficoltà che la sovrasta, rimane sempre quella voce che nulla e nessuno può mettere a tacere e risuona nel cuore, nei piccoli segni che la luce ha lasciato: “Alzatevi, non temete!”. È Gesù, Parola del Padre, che con noi riprende il suo cammino. Ascoltiamolo! 

lunedì 23 febbraio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Domenica 1° Quaresima A – 22.02.2026

Matteo 4,1-11

Dal giardino dell’Eden, dalla condizione di beatitudine ove l’uomo, Adamo, messo alla prova, tentato, crolla sotto la menzogna di Satana, al deserto dove condotto dallo Spirito, il nuovo Adamo, Gesù, anch’egli tentato, supera la prova. Ancora: dalla nuova legge proclamata sul monte delle beatitudini, sempre su un monte altissimo si conclude questa prima provocazione, questa prima sfida tra l’inviato di Dio e il diavolo, che non vorrebbe essere da meno di Gesù. Poi ci sarà un ultimo monte per l’attacco decisivo. Ma ora è il deserto il luogo della lotta.

La nostra Quaresima ci porta lì, lì ci conduce lo Spirito per imparare a rispondere come Gesù alle provocazioni del male e di chi lo gestisce, per progredire nella fiducia e nell’abbandono a Dio, alla Sua Parola. La prova, ogni prova che la vita ci mette davanti, ogni tentazione che ci induce a cambiare strada rispetto al progetto di Dio, per seguire idoli e divinità che vanno dall’egoismo, dalla volontà di potenza, all’attaccamento delle cose, può essere da Dio permessa – difatti è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo.

 Allora la tentazione non è maledizione, se non quando vi si acconsente, ma occasione per progredire nel rinunciare a sé stessi e seguire solamente la Parola del Signore. La nostra vita, non più un giardino fiorito di belle sorprese e di pace fino a quando non sarà giardino della risurrezione di Gesù, rimane comunque un luogo di grazia, di familiarità, di intimità con Dio, anche se c’è il diavolo che tenta, perché abbiano a distinguere, con la Parola di Dio rettamente accolta e non strumentalizzata, come fa qui Satana con Gesù. ciò che è importante da ciò che non lo è, ciò che conta o è essenziale da ciò che non lo è.  A volte le situazioni di difficoltà e di prova ci offrono l’occasione per smascherare quello che non è bene per noi, né per gli altri.

Gesù, è stato condotto nel deserto per ritrovare quell’Adamo, cioè l’uomo, ciascuno di noi, l’umanità che ha voltato le spalle al suo creatore; l’umanità che ancora oggi ripete la scelta sbagliata di non fidarsi di Dio, di sostituirsi a Lui nel pretendere di determinare ciò che è buono o cattivo; una scelta che non fa altro che fargli scoprire la propria nudità, la propria fragilità, la propria vergogna. Là dove l’uomo, ingannato da false promesse, fallisce Gesù riporta vittoria, sceglie per noi indicandoci la via per uscire dal deserto e ritornare alla vita. Ma anche ci chiama a scegliere con Lui, come Lui, a scegliere Lui.

Scegliere Cristo Gesù è la Parola di questa nostra prima domenica di Quaresima. Egli ci insegna a stare nella vita non cedendo alle trame del nemico, alla presunzione di una umanità che a questi si concede e dà ascolto, consapevolmente o no. Il giardino non è sparito, lo ritroveremo, e sarà bellissimo, ma ora è necessario riuscire vincitori nella prova, nella tentazione, qualunque sia. La prima è quella di dubitare di essere figli di Dio, dubitare del suo amore. “Se sei figlio di Dio”, così è stato aggredito Gesù, che poco prima al battesimo, presso il Giordano, si era sentito dire “tu sei il figlio mio, l’amato” e poi, qui, ha cercato ammaliarlo con varie promesse, alle quali egli ha detto di no.

Se Adamo ci ha cacciati nei guai, ci ha portato nel deserto, lì Gesù ci raggiunge e di lì vuole portarci fuori, verso un giardino dov’è pienezza di vita. Ecco il cammino che anch’io mi propongo di fare con voi in queste domeniche e settimane prossime. È ancora lontano quel giardino, ma scegliendo Cristo, scegliendo come lui e con lui, cominceremo ad alzarci, e a muoverci nella giusta direzione.  Buona Quaresima a tutti!


mercoledì 18 febbraio 2026

 Le Ceneri – 18.02.2026

Sfatiamo il detto comune: “faccia da Quaresima”, con “aria disfatta sul volto”. Rendiamo la dignità e la bellezza che merita questo tempo di Grazia! Il primo passo di questo cammino penitenziale, ci muove “protesi alla gioia pasquale” con una “radiosa tristezza” poiché così chi chiama Dio, nostro Padre: “Ritornate a me a con tutto il cuore”! E’ l’invito, di più, è la preghiera che Egli ci rivolge all’inizio di questi quaranta giorni che continuano i prodigi che tanti altri “40” hanno scandito nella storia della salvezza. “Ritornate al mio amore, voi che l’avete smarrito o rivolto altrove”. In questo ritorno ci aiuta La Parola che abbiamo ascoltato e l‘incoraggiamento della Chiesa nel messaggio di Papa Leone che ci indica i passi sui quali muoverci nella giusta direzione. 


Egli ci invita ad ascoltare Dio e la Sua Parola, come luce e guida su questo cammino. Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere, del suo entrare in relazione con noi «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). Così anche allo stesso tempo ci chiede di ascoltare Lui e come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». E quindi ascoltare i nostri fratelli nelle loro necessità. Questo per avere il cuore di Dio! L’ascolto: dalla liturgia nella celebrazione domenicale, che quest’anno è guida a riscoprire il nostro Battesimo, dalla lettura quotidiana dl Vangelo, come riflessi di luce che rischiarano momenti di buio. L’ascolto! Nel silenzio di tante, troppe distrazioni e parole di questo mondo. 


Ecco allora che l’invito di Papa Leone, accanto all’ascoltare, mette il digiunare, riprendendo l’insegnamento di Gesù nel Vangelo, dove ci vengono pure indicate la preghiera, che è pur sempre parte dell’ascolto e non un biasciare o moltiplicare senza cuore le orazioni, e la elemosina, la pietà che porta a soccorrere chi è nella necessità. A proposito del digiuno così scrive Papa Leone: Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Il ripetuto richiamo di Gesù a compiere questi passi “nel segreto”, porta a considerare che quel ritornare a Dio coinvolge il nostro cuore. E questo, se è luogo segreto, non lo è solo perché tutto avviene di nascosto, ma perché ogni cosa è preziosa, è cosa del cuore, e non dobbiamo lasciarcela portare via. Non lasciamo che il mondo che abbiamo attorno prenda possesso e dominio sul nostro cuore, sulla nostra preghiera, sulla nostra carità, sulla nostra libertà dalle cose. Tenterà di scoraggiarci di deriderci, di ostacolarci, allettarci con mille cose, ma niente, e nessuno deve violare il nostro segreto, quanto avviene nel nostro cuore, e di lì poi si manifesterà al mondo stesso. Dobbiamo difendere questo “nel segreto”.!!!!


Ricevere le ceneri sul nostro capo è confessione della nostra fragilità, le parole le accompagnano il gesto non sono solamente invito a muoverci a conversione, quanto piuttosto a confidare che il Signore già si è mosso verso di noi e ci precede su una via nuova, una via che, man mano che si percorre, ci prepara ad accogliere un cuore nuovo nella Pasqua che verrà. E verrà presto!