giovedì 23 luglio 2015

OMELIA

 
16° Domenica B –19.07.2015
- Geremia 23,1-6
- Marco 6,30- 34

A fronte di tanti “pastori”, di ieri di oggi, chi perché chiamato a questo servizio dalle responsabilità che gli sono riconosciute (genitori, educatori, insegnanti, preti), chi perché vorrebbe approfittare del potere che ha in mano e si merita, l’abbiamo sentito nella prima lettura il rimprovero, il lamento di Dio, giacché non sempre all’altezza del loro compito né per correttezza, fedeltà, abnegazione interesse dei più bisogni di essere custoditi, accompagnati, serviti, nutriti… ecco Gesù, il pastore buono, bello.

Che dire di Lui?
Da quello che ci narra quest’oggi il vangelo, colgo un tratto del suo essere “pastore”, del suo prendersi cura degli altri, di chi il padre gli ha affidato. E questo tratto, da un parte innanzitutto ci dà sollievo, ci rassicura – ed è davvero buona notizia – e dall’altra, poiché  siamo chiamati ad imparare da Lui, pure ci è lezione ci impegna.

Questo tratto è il suo sguardo il saper vedere ciò che accade nella vita delle gente, nella mia vita,e riconosce e le mie necessità; uno sguardo di compassione. Sì, prima della parole da dire, c’è uno sguardo da imparare donare se vogliamo essere “pastori” gli uni verso gli altri… Il padre, la madre, prima di tutto sono custodi dei figli da come li guardano, che non significa tenerli sotto controllo, ma con che animo vedono le loro necessità: Anche tra noi, ci aiutiamo dal modo con cui ci guardiamo. C’è lo sguardo curioso, giudice, indifferente; lo sguardo che inganna, falso, interessato; c’è lo sguardo amico, affettuoso, premuroso…Lo sguardo di compassione, quello di Gesù.

Egli vede la stanchezza dei suoi che ritornano dalla missione a cui gli aveva inviati. Sono, chi euforico, contento, chi amareggiato per qualche rifiuto… chissà. Gesù vede e legge la loro stanchezza: “basta, riposatevi un poi, venite in disparte, tirate il fiato”.
Immersi come siamo nel compiere tante cose buone del nostro dovere, aver qualcuno che ti dice: “Dai, calmati, fermati, riposa, molla un po’, pensa te stesso… è una benedizione. Aver qualcuno che comprende la tua stanchezza e ti concede respiro, è un grazia, è una carezza di vangelo. Vuoi mettere uno che ti sempre addosso, e magari ti mette agitazione, affanno, ti fa sentire in colpa perché non fai abbastanza? “Venite in disparte, riposatevi un po’”, non è invito alla pigrizia, ma forse un aiuto a renderci conto che non facciamo tutto noi. Se poi questo riposo è ascoltare se stessi e Gesù,allora è ritrovare le forze.

Lo sguardo di compassione di Gesù vede la fame della gente. Tante “fami”: quella del corpo, (interverrà anche per questa!) e quelle del cuore: vita, serenità, pace, sostegno, giustizia…Vede la folla come “pecore senza pastore” e si commuove. Anche gente incredula, probabilmente, che lo cerca, magari con ambiguità  o interesse trasparente, o perché gli vanno dietro tutti, ma per Gesù merita compassione…(Questo sguardo mi mette in crisi! Il primo, quello verso i discepoli stanchi, mi prende, ma questo mi mette in difficoltà…perché tutti quelli che vengono e lo cercano anche con i motivi meno maturi, meritano comparsone e non giudizio perché sono come “pecore senza pastore”). E di qui riparte la “giostra”, la fatica.

Gesù ha avuto compassione e misericordia verso gli apostoli stanchi che avevano bisogno di riposo e ora ha misericordia delle folle e interrompe il suo riposo. Se abbiamo uno sguardo di misericordia diamo la precedenza alle domande degli altri, le sappiamo intercettare, siano esse espresse o no, siamo per loro motivo di festa, riposo e aiuto.







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