24° Domenica B – 13.09.2015
- Isaia 50,5-9
- Giacomo 2,14-18
- Marco 8,27-35
Dalla
teoria alla pratica. Così mi viene di chiamare questi pensieri che condivido
con voi dopo aver ascoltato la Parola di Dio. Credenti quanto alla teoria, non
proprio discepoli, questo è il rischio, quanto alla pratica, alla vita e alle
sue scelte.
La teoria sta nel saper dare le giuste risposte a
parole, nel conoscere la dottrina, diremmo noi, nel dire, sempre a parole, la
verità, come fa Pietro alla domanda di Gesù. Dopo avere chiesto ai discepoli
cosa pensi la gente di lui, Gesù interpella i suoi più stretti amici. “E
voi, ciascuno di voi, chi dite che io sia?”. Questa domanda esige che i
discepoli si chiedano se anche loro lo seguono. E’ importante sentirsi
interpellati personalmente, perché non possiamo farci bastare l’opinione
comune, ci vuole un proprio pensiero. E Pietro: “Tu sei il Cristo, il
Messia!, sei più di un profeta, sei l’inviato di Dio, unto dal Signore per
stabilire il suo regno”. Ecco proclamata la teoria. La sappiamo e la diciamo
anche noi. Ora occorre passare alla pratica, cioè cosa comporta e insegna
questa teoria, questa conoscenza.
E qui “casca l’asino”, si suol dire. Perché la
teoria o la conoscenza che aveva e voleva Pietro, propria del suo tempo, era un
Messia potente, vittorioso sui nemici, mentre Gesù cominciò a spiegare che “doveva
soffrire molte cose, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e
dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Bella la teoria,
“tu sei l’inviato di Dio”, tragica la pratica. Pietro non ci sta e forse
anche noi : credenti sì, religiosi molto di più, discepoli no! Perché è
evidente che la via del Maestro sarebbe stata poi anche quella dei discepoli. Pietro
si arrischia addirittura di riprendere e correggere Gesù e riceve da lui un
terribile ammonimento: “Va via da me, Satana, sta la tuo posto, metti dietro
di me; tu non hai pensieri di Dio, ma secondo la mentalità del mondo”.
E qui passiamo alla nostra pratica, alla vita e alle
scelte di noi che ci diciamo credenti, affermiamo di conoscere la teoria. Ci
aiuta nella nostra schietta verifica la parola dell’apostolo Giacomo ascoltata
nella seconda lettura. Gc. 2,14-18: A che serve, fratelli miei, se uno dice
di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un
fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non
date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se
non è seguita dalle opere, in se stessa è morta - teoria senza pratica -
Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la
tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede», cioè
mi avvicinerò a conoscere davvero il Signore.
Certo non tutte le opere dicono la fede,
ma le opere che hanno dentro il lievito del Vangelo, la bellezza del Vangelo.
Per fare queste opere, passare dalla teoria alla pratica, è necessario, precisa
Gesù, “rinnegare se stessi” che non significa, come spesso si è fatto
pensare, essere sbiaditi, incolori, insignificanti, ma significa non essere
ripiegati su se stessi, sulle proprie cose, sui propri interessi. Significa
pensare e agire secondo Dio e non secondo il mondo, dio che è venuto a servirci
amore con passione e gioia.
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