lunedì 23 settembre 2019

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia


25° Domenica C – 22.09.2019

Amos 8,4-7 - Luca 16,1-13

La parola buona del vangelo ci è di scandalo! Ci è di inciampo! Ed è provvidenziale e salutare se stiamo percorrendo una strada sbagliata e pericolosa. Questa strada è la strada dell’avidità, della ricchezza disonesta approfittando dei più poveri.
La strana parabola di Gesù, parabola di non facile comprensione - quando si parla di soldi, di ricchezza, di beni, anche la riflessione e il commento si fanno problematici. La parabola, comunque, non è un inno alla furbizia della corruzione, un incentivo alla disonestà. Ma, piuttosto, ad usare saggiamente delle possibilità che ci sono date, con sana scaltrezza anche dei beni, pochi o tanti che sono a nostra disposizione.  

Ricchezza disonesta. Questa non è necessariamente tale perché accumulata con l’inganno, la frode, il furto. Uno può aver lavorato sodo, essersi impegnato, aver rischiato, sudato correttamente per raggiungere quello che possiede. Nelle parole di Gesù la ricchezza è disonesta perché ti ammalia, ti fa sentire importante, e così vanità, orgoglio, autosufficienza ti catturano, ti imprigionano. Il denaro è idolo che corrompe, e tu dai il cuore al denaro. E quando al denaro dai il cuore, allora tutto è possibile, allora -come dice con la sua parola veemente il profeta pecoraio Amos contro lo stile di vita di credenti che poi ingannano e sfruttano gli altri -, allora arrivi a comprare il povero per un paio di sandali e lo giustifichi dicendo che queste sono le esigenze del mercato.

Come si esercita questa scaltrezza o saggezza? “Fatevi amici con la ricchezza disonesta”, pericolosa; vale a dire “passate ad un uso diverso di quello che possedete, del posto che occupate, delle responsabilità che avete”. Servirci del denaro sì, ma essere servi del denaro no: è idolatria. Il denaro è un idolo a cui si arriva purtroppo a dare un culto. Possiamo sì cercare un giusto benessere, se lo ricerchiamo per noi e per gli altri insieme: questa è la condizione che lo rende giusto. Ma servire il denaro, cioè dare il cuore al denaro no! Quando al denaro dai il cuore, allora tutto è possibile.  Anche venire qui chiesa, ma il nostro Dio è in banca. Lì è il nostro cuore!

C’è un unico Signore da riconoscere, da servire, da amare nella nostra esistenza, a cui dare il nostro cuore, ed è Dio; c’è un unico modo, passatemi l’espressione – ma considerata la mentalità corrente è più comprensibile -  per “comprare il paradiso”. Ed è utilizzare la nostra esistenza, le nostre possibilità o risorse, la stessa ricchezza, non come un idolo, una divinità alternativa, ma uno strumento, un’occasione di bene. A questo punto non parliamo più di “comprare”, perché ciò rimane ambiguo e odioso; si tratta di accogliere quello che Dio ha preparato per noi e che dall’eternità continua ad offrirci. E non sono saldi, sconti, ma veri doni!

Dicevo all’inizio che questa parola ci scandalizza, ci fa inciampare e rivedere se stiamo percorrendo la strada giusta della vita. Benedetto inciampo!  Allora, che fare? Farci furbi e determinati, come insegna Gesù – e ancor più lo farà con la parabola che ascolteremo domenica prossima - nelle cose che contano, tra le quali, prendendo una parola di Paolo nella seconda lettura, creare la possibilità per tutti di "trascorrere una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio".


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