...nell'omelia
25° Domenica C – 22.09.2019
Amos 8,4-7 - Luca 16,1-13
La parola buona del vangelo ci è di scandalo! Ci è
di inciampo! Ed è provvidenziale e salutare se stiamo percorrendo una strada
sbagliata e pericolosa. Questa strada è la strada dell’avidità, della ricchezza
disonesta approfittando dei più poveri.
La
strana parabola di Gesù, parabola di non facile comprensione - quando si parla di
soldi, di ricchezza, di beni, anche la riflessione e il commento si fanno
problematici. La parabola, comunque, non
è un inno alla furbizia della corruzione, un incentivo alla disonestà. Ma,
piuttosto, ad usare saggiamente delle possibilità che ci sono date, con sana
scaltrezza anche dei beni, pochi o tanti che sono a nostra disposizione.
Ricchezza disonesta.
Questa non è necessariamente tale perché accumulata con l’inganno, la frode, il
furto. Uno può aver lavorato sodo, essersi impegnato, aver rischiato, sudato
correttamente per raggiungere quello che possiede. Nelle parole di Gesù la ricchezza
è disonesta perché ti ammalia, ti fa sentire importante, e così vanità,
orgoglio, autosufficienza ti catturano, ti imprigionano. Il denaro è idolo che
corrompe, e tu dai il cuore al denaro. E quando
al denaro dai il cuore, allora tutto è possibile, allora -come dice con la sua
parola veemente il profeta pecoraio Amos contro lo stile di vita di credenti
che poi ingannano e sfruttano gli altri -, allora arrivi a comprare il povero
per un paio di sandali e lo giustifichi dicendo che queste sono le esigenze del
mercato.
Come si esercita questa
scaltrezza o saggezza? “Fatevi amici con la ricchezza disonesta”,
pericolosa; vale a dire “passate ad un uso diverso di quello che possedete, del
posto che occupate, delle responsabilità che avete”. Servirci del denaro
sì, ma essere servi del denaro no: è idolatria. Il denaro è un idolo a cui si
arriva purtroppo a dare un culto. Possiamo sì cercare un giusto benessere, se
lo ricerchiamo per noi e per gli altri insieme: questa è la condizione che lo
rende giusto. Ma servire il denaro, cioè dare il cuore al denaro no! Quando al
denaro dai il cuore, allora tutto è possibile.
Anche venire qui chiesa, ma il nostro Dio è in banca. Lì è il nostro
cuore!
C’è
un unico Signore da riconoscere, da servire, da amare nella nostra esistenza, a
cui dare il nostro cuore, ed è Dio; c’è un unico modo, passatemi l’espressione
– ma considerata la mentalità corrente è più comprensibile - per “comprare il paradiso”. Ed è utilizzare
la nostra esistenza, le nostre possibilità o risorse, la stessa ricchezza, non
come un idolo, una divinità alternativa, ma uno strumento, un’occasione di
bene. A questo punto non parliamo più di “comprare”, perché ciò rimane ambiguo
e odioso; si tratta di accogliere quello che Dio ha preparato per noi e che dall’eternità
continua ad offrirci. E non sono saldi, sconti, ma veri doni!
Dicevo all’inizio che
questa parola ci scandalizza, ci fa inciampare e rivedere se stiamo percorrendo
la strada giusta della vita. Benedetto inciampo! Allora, che fare?
Farci furbi e determinati, come insegna Gesù – e ancor più lo farà con la
parabola che ascolteremo domenica prossima - nelle cose che contano, tra le
quali, prendendo una parola di Paolo nella seconda lettura, creare la
possibilità per tutti di "trascorrere
una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio".
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