BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
32° Domenica C – 06/11/2022
Luca 20,27-38
Sulla scia della commemorazione dei defunti di qualche giorno fa, la parola del Signore ritorna a farci riflettere sulla vita e sulla morte; e ci sorprende con un annuncio inaspettato. Abbiamo fatto memoria e ricordato i nostri cari recandoci al cimitero pregando per loro e con loro, abbiamo dato uno sguardo riconoscente e commosso al passato, al bene che abbiamo ricevuto e alle vicende vissute insieme a loro. Ma oggi siamo chiamati a guardare avanti, cosa che dovremmo fare ogni volta che un nostro caro termina la sua esistenza: che cosa sarà di lui ora? Che cosa sarà di noi quando toccherà a noi? Di chi saremo?
Gesù raccoglie la provocazione che gli viene dai Sadducei che non credevano nella risurrezione, forse un po’ anche noi, e ci dà una parola che ci sconvolge da un verso, ma anche ci libera dall’altro. Ci sconvolge perché ci chiediamo come si possibile che le cose belle, le relazioni più care che qui abbiamo vissuto e tentato di costruire, tutto sia dissolto, o ancora siano motivo di discussione anche nell’aldi là? Ma pure ci libera perché ci fa intuire che nella vita che ci attende c’è, in questo caso, una pienezza d’amore che non è più necessario dire “questo è mio, questa è mia”.
Il bene che qui ci siamo voluti, a volte ci ha portati pure a litigare, sarà di tale qualità che non sarà più un segno, perché il matrimonio è un segno, ma la piena realtà di cui siamo fatti, e che è Dio in noi senza ombra alcuna, senza limite, nella misura che ci sarà data. E non sarà che uno ne ha più e uno ne ha meno, poiché sarà riempito secondo la capacità, cioè la larghezza, che qui ha fatto del suo cuore, della sua esistenza. Quindi nessun affetto sarà disperso. Non osiamo dire altro, perché della risurrezione non abbiamo esperienza o conoscenza diretta, ma nella risurrezione abbiamo fiducia dal momento che Gesù, il Signore nostro è risorto. Egli è la nostra speranza.
Riflettiamo, invece, sulla morte. Di questa non manca l’esperienza. Ci sono due modi di guardare la morte: il primo consiste nel vederla come la fine drammatica della propria vita, oppure può essere vista come la soglia da attraversare per continuare la vita per sempre, la vita eterna, ricevuta grazie al Battesimo. La nostra fede si gioca in questo sguardo, perché da questo dipende il modo in cui ciascuno vive.
La nostra cultura tende invece a esorcizzare la morte, ci fa paura, vorremmo eliminarne le tracce. E per questo proviamo a ironizzare sulla morte, proprio come fanno i Sadducei con questa strana domanda posta a Gesù; Sadducei che non credevano agli angeli, agli spiriti, e soprattutto non credevano alla risurrezione. Ironizzano sulla morte. Lo facciamo anche noi, l’abbiamo fatto con le feste di Hallowen, che non sono poi innocenti giochi e mascherate, perché aprono alla familiarità con un mondo sconosciuto, occulto, e vero.
La morte non è la fine di un dono, l’amore, di cui nella presente condizione viviamo un segno; è la soglia, dicevo, che ci permette di entrare nell’Amore e diventare una sola cosa con Lui, con Dio, il Dio della vita e non della morte, il Dio dei viventi, il Dio dell’alleanza, il Dio che porta il mio nome, il nostro nome, come Lui ha detto: “Io sono il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe”, anche il Dio col mio nome, col tuo nome, col tuo nome…, con il nostro nome. Dio dei viventi! … L’esperienza che qui ci aiutiamo a fare del suo amore e della sua fedeltà accende come un fuoco nel nostro cuore e aumenta la nostra fede nella risurrezione. L’amore di Dio, che è eterno, non può cambiare! Non è a tempo limitato: è per sempre! Ci aiuta a guardare e ad andare avanti! In cielo!
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