domenica 11 dicembre 2022

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

3° Avvento A – 11.12.2022

Matteo 11,2-11

Nell’andare incontro al Signore, nel procedere nella conversione a cui il Battista già ci ha “gridato”, facciamo i conti con ostacoli grandi, spesso motivo di delusione e di scoraggiamento. Perché? Perché non sappiamo “vedere”, non sappiamo guardare.

La Parola di questa terza domenica di Avvento ci invita a guardare meglio la vita, gli eventi, le cose, soprattutto gli altri; a guardare più in profondità, per ritrovare coraggio. C’è un sentiero che si apre nella steppa, annuncia una delle immagini che il profeta usa nella prima lettura. Dio traccia una strada là dove sembra impossibile; cose impensabili come  “lo zoppo salterà come un cervo”.

Come si fa a “vedere” in profondità, oltre ciò che appare ? Bisogna coltivare nel cuore un desiderio grande, una forte attesa che si realizzerà quanto speriamo. Possiamo imitare l’agricoltore, come dice Giacomo nella seconda lettura, che dopo la semina ha davanti a sé solo una terra brulla, senza erba. Nessun segno parla ancora di vita. Eppure nel suo cuore, l’agricoltore vede già il fiore, lo desidera, lo attende, spera. La speranza ci fa vedere quello che non c’è ancora. No, non è illusione; questa non si fonda su nulla, tutt’al più sulla disperazione. Ma la speranza si fonda su Dio, sulla fede in Lui.  Per questo chi spera è già nella gioia.

Nel vangelo di questa domenica Gesù insiste su questa azione: vedere. Ai discepoli del Battista che lo interrogano sulla sua identità, Gesù suggerisce di riferire quello che vedono, alla gente che lo ascolta, Gesù chiede cosa sono andati a vedere nel deserto. Molte volte infatti la nostra vita dipende da come guardiamo. E il nostro sguardo spesso dipende dalle idee che già abbiamo, dalle nostre convinzioni, dai nostri pregiudizi.

Non vediamo bene o giusto, non vediamo affatto, perché manchiamo di umiltà; siamo accecati  dalle nostre idee, che a volte sono false, altre volte ci deprimono, che ci avvelenano. Quando non vediamo più chi ci sta accanto perché preoccupati di noi stessi, quando non vediamo  più gli errori che stiamo facendo, quando non guardiamo più il modo in cui stiamo trattando gli altri, abbiamo fatto delle nostre idee i nostri idoli. Da queste dobbiamo convertirci. Occorre cambiare testa, ma non agli altri, bensì la propria; e pure il cuore.

Persino Giovanni Battista che predica e grida la conversione agli altri ha bisogno di convertirsi; una grande lezione per me. Giovanni deve uscire dalla sua idea di Dio. Giovanni è in prigione, ma sembra che la vera prigione, quella più pericolosa, non sia quella di Erode; è un’altra: è la prigione delle sue idee, delle convinzioni anche a riguardo di Colui che deve venire. Nella sicurezza delle sue idee, che comincia a traballare, Giovanni si fa aiutare; altra bella lezione per il sottoscritto. Che fare per cambiare testa, e cuore? Anche farsi aiutare. Giovanni è capace di farsi aiutare: trovandosi in prigione, manda altri a chiedere, cioè a vedere, a rendersi conto della realtà di Dio. Capita che siamo tanto superbi che non ci facciamo neanche aiutare e preferiamo rimanere chiusi nella prigione del nostro io.

Dai, non viviamo tesi o intestarditi sulle nostre idee, non perdiamoci nella paura di esserci ingannati . Ritorniamo, piuttosto, a ripeterci l’invito della odierna liturgia: “Rallegratevi sempre nel Signore”. La gioia è possibile se sappiamo vedere e ci lasciamo sorprendere dalle Sue opere.

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