domenica 26 maggio 2024

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

SS. ma Trinità B – 26/05/2024

Deuteronomio 4,32-40  -  Romani 8,14-17  -  Matteo 28,16-20 

Per noi è già avvenuto quanto Gesù ha comandato ai suoi discepoli e così, grazie ai nostri genitori, alla Comunità che ci ha accolto nel farci questo dono, siamo stati “battezzati nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”. Siamo stati “immersi” nella Trinità Santa, il nostro Dio in tre persone, come recita la nostra fede. “Immersi” come una spugna nell’acqua ora  siamo impregnati di Dio, “immersi” come un pesce che non può vivere fuori del suo ambiente naturale, appunto l’acqua nuotiamo liberi in questa esistenza; di più, come un bimbo nel grembo della madre dalla cui vita viene nutrito, dal cui amore viene custodito, e, venendo alla luce, vive una propria vita ma sempre conservando identità, doni, caratteristiche che gli derivano da chi l’ha partorito con amore.

La Trinità, Dio, questa comunità d’amore, è il nostro ambiente vitale, è la nostra vita di figli di Dio. Dio non è lontano da noi; noi non siamo fuori di Lui o lontani da Lui: non esistiamo e non viaggiamo su due vie parallele o addirittura in contrasto quasi che Dio possa essere geloso di noi, un concorrente per la nostra felicità. Dalle parole di Mosè, prima lettura, siamo rassicurati che l’obiettivo di Dio per noi è proprio la felicità: Dio vuole che “sia felice tu e i tuoi figli dopo di te”.

Dio è Padre buono partecipe della vita dei suoi figli, delle sue creature. La sua grandezza, la sua maestà, poiché è il creatore di ogni cosa, la sua santità, cioè uno splendore per noi inimmaginabile, ci portano, come hanno fatto i discepoli di Gesù davanti a Lui, perché Dio, a prostrarci. Non è un atteggiamento di umiliazione, ma di riconoscimento di un prodigio, che ci supera e da cui, per grazia, veniamo, e per cui, liberi, viviamo, camminiamo, amiamo.

Scorrendo il vangelo non mancano gesti di prostrazione, dai Magi ai peccatori, dagli ammalati che implorano guarigione e, oggi, ai discepoli che ne hanno intravisto il mistero glorioso nella risurrezione. Eppure nella loro fragilità dubitano. Non nascondiamo i nostri dubbi, non li temiamo, nè cediamo ad essi. E’ la grandezza di Dio che ci sorprende, non la mancanza di fede. Ricordate anche Mosè è stato costretto a fermarsi a distanza dal rovento che bruciava senza consumarsi, o Elia che si è coperto il volto quando ha percepito la presenza di Dio. La fede, fatta di dubbi, è “mantenere la distanza da Dio”, cosa non negativa quando c’è l’amore, “distanza” che Gesù riduce, che Gesù cancella. Per cui, nell’episodio narrato davanti alla prostrazione a distanza presumibilmente dei discepoli e al loro dubbio, Gesù, è detto, si avvicina a loro. Un’umile e timorosa distanza, che poi è l’umilità del cuore, ci porta vicino Dio. Quindi non noi comprendiamo Dio, potremmo dire, ma Lui comprende noi.

Non abbiamo ricevuto “uno spirito da schiavi per ricadere nella paura”, ma confidenza con Dio, scrive l’apostolo Paolo nella sua lettera; un confidenza che non è libertà di fare ciò che si vuole, mancanza di rispetto e di amore, ma la consapevolezza che per noi ha un grande amore e vuole i doni più belli, l’eredità inimmaginabile di facci partecipi con il Cristo della sua vita, se, a nostra volta, partecipiamo alla sua missione che non priva di prove e sofferenze; la confidenza di dirgli “abba”, “papà”. Questa confidenza che Gesù premia così: “io sono voi tutti i giorni , fino alla fine del mondo”.

 

 

martedì 21 maggio 2024

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Pentecoste  B - 19.05.2024

Atti 2,1-11  -   Gal 5,16-25  -  Giovanni 15,26-27; 16,12-15

L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, nella nostra vita! La Parola del Signore ci rassicura che non siamo soli; così possiamo essere testimoni di Lui, come ci raccomandava domenica scorsa nel momento della sua Ascensione al cielo, del Suo ritorno al Padre.

Nel giorno della Pentecoste, il 50 dalla Pasqua, nella festa in cui si celebrava il dono della Legge di Dio fatta al suo popolo, Legge che ne governava la vita anche nei particolari, proprio in quel giorno Dio riversa sui discepoli del Figlio, riuniti con Maria, la Madre, la nuova Legge dell’Amore che è il Suo Spirito, lo Spirito Santo. E dì lì, da quel gruppo di persone, donne e uomini, tale dono raggiungerà tutta l’umanità. E’ un evento quella Pentecoste che sconvolge, e diventa realtà la promessa che vede gli uomini trasformati, e fa di costoro la stessa presenza di Cristo Gesù nel mondo. Sì, i battezzati in particolar modo, noi, siamo la presenza di Gesù, qui e ora, poiché lo Spirito, lo Spirito dell’Amore è stato messo nel nostro cuore, nella nostra vita.

Come lo Spirito ci conduce a novità? Quali segni di questa trasformazione di noi in Gesù, di presenza e azione di Gesù in noi? E di qui, che cosa ci fa testimoni di Lui, e sempre più partecipi della Sua vita, partecipazione che inizia in questa storia? Questa partecipazione sarà piena, avremo la maturità del Cristo secondo la nostra misura, scrive Paolo, quando da questo tempo terreno, nel corso del quale avremo contribuito alla realizzazione del Regno di Dio grazie proprio allo Spirito, entreremo nell’eternità del cielo dove Gesù stesso ci ha preceduto. Ce lo ricordava la solennità di domenica scorsa.

“Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Questa verità è una, è unica. E’ l’amore di Dio manifestatosi e donatoci in Gesù. Di questa è venuto a dare testimonianza Lui stesso; l’ha confermato davanti a Pilato, e ora ne affida l’annuncio ai suoi discepoli. Questo Spirito è il difensore da ogni menzogna e falsità su Dio e sugli uomini, ciò che lo spirito del mondo sembra voler propinare; è il consolatore a fronte di prove e difficoltà a cui sono esposti color che vogliono essere fedeli a Gesù.

“Camminate secondo lo Spirito”, esorta Paolo nella seconda lettura, mettendoci in guardia da passi falsi in cui, a volte, pare che ci muoviamo con spigliata familiarità; passi indicati quali opere della carne. Lascio a voi uno sguardo sincero su di esse; anche questo è fare, servire, la verità. Ma vogliamo considerare e ricercare soprattutto il frutto dello Spirito: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. A fronte di questa azione dello Spirito non c’è legge che tenga, cioè anche i comandamenti sono superati.

Terzo segno. Lo Spirito di Dio agisce in noi e in mezzo a noi quando superiamo la Babele, cioè l’incapacità di parlarci, di comprenderci, di spiegarci e di capirci, noi e gli altri, gli altri e noi. Ci aiuta a narrare nel linguaggio di chi è capace di comprenderci la nostra fede, la nostra vita cristiana. Quando qualcuno ci dice “non ti capisco”, non è sempre perché è chiuso, ma perché noi non usiamo la sua stessa lingua nel dire le cose di Dio, non parliamo secondo lo Spirito. Questa capacità è esclusivo dono di Dio da invocare continuamente. Genitori e figli, donne e uomini di generazioni diverse, di differente estrazione culturale in un mondo globalizzato, anche preti e laici all’interno della Chiesa, possiamo vivere questa comunicazione e comunione grazie allo Spirito di Dio.

lunedì 6 maggio 2024

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

6° Domenica Pasqua B – 05/05/2024

Gv 15,9-17

Risorti con Gesù, scorre nelle vene della nostra esistenza, come nei tralci della vite, la linfa, la vita di Gesù. Ciò che ci unisce a Lui non è semplicemente dipendenza, altrimenti se ci stacchiamo diventiamo secchi e sterili, buoni solo ad essere tagliati e gettati nel fuoco a bruciare, come diceva domenica scorsa l’immagine  usata da Gesù; non è nemmeno essere servi che fanno le cose perché tocca o per averne degli interessi. Alla fine ci si stanca o si cambia padrone. No, ciò che ci unisce a Gesù è l’amicizia : “Voi siete miei amici” che osservano, che vivono il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri”. I tralci diventano amici: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”.

 Un servo, poi, oltre ad essere obbligato a fare quello che è suo dovere, può sentirsi purtroppo tale perché ha paura di non essere amato; basta vedere come è trattato, sì, anche comandato, senza amore, attenzione, senza rispetto. Il servo ci sta con lo scopo di compiacere il padrone anche quando, magari, vorrebbe andarsene. Il servo può vivere nella paura di essere punito e non si sente mai libero. Quale triste condizione può essere! Se riflettiamo bene, forse anche noi rischiamo di vivere così le nostre  relazioni, persino quelle più importanti, quelle familiari; e pure possiamo stare nella relazione con il Signore da servi.

 

Gesù ci ha dato e continua ad offrirci la sua amicizia, rimanendo noi uniti a Lui come i tralci alla vite, immagine sempre valida, perché ci mette a parte delle sue cose più preziose, più care, dell’intimità con il Padre. E’ un’ amicizia che non si ferma all’ospitalità pur bella, priva di gelosie e di segreti, ma ci fa pienamente familiari, coeredi di ogni suo bene, alla pari, perché “la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. E’ l’obiettivo dell’amicizia nella quale Egli non manca di dare tutto di sé, come ha dimostrato; e sta con noi, sempre. E’ un’amicizia che apre ad una confidenza tale con il Padre che “tutto quello che chiederete nel mio nome, ve lo concederà”. 

 

Gesù indica nella sua amicizia con i discepoli il modello dell’amore, perché si ama al punto da dare la vita per l’altro. Forse abbiamo ancora tanta strada da fare, o comunque, quella trasmissione in noi della linfa vitale che è il Suo amore, conosce ostacoli ed ostruzioni. Per fortuna Gesù pone l’accento sul come: amatevi come io vi ho amato. A ben pensare, quel come ci invita ad uno sforzo secondo le nostre capacità, o i nostri limiti incoraggiandoci a non lasciarci fermare da essi; perché di solito siamo tentati di dare in misura calcolata e, tutt’al più, tendiamo a cercare di pareggiare i conti. Proviamo al più ad amare come ci ama l’altro.

 

Questo modo, questa misura, di amarci reciprocamente, di volerci bene anche in famiglia, diventano il fondamento dell’annuncio del Vangelo, dell’educazione cristiana: non solo le parole, ma prima di tutto il modo in cui ci amiamo. Non conta tanto quello che diciamo, o le prediche, le raccomandazioni, gli insegnamenti che facciamo, ma prima di tutto come lo viviamo.

 

Accogliamo l’invito dell’apostolo Giovanni nella sua lettera : Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio… Chi non ama non ha conosciuto Dio, … Solo chi l’ha conosciuto potrà farlo conoscere agli altri.