BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
SS. ma
Trinità B – 26/05/2024
Deuteronomio 4,32-40 - Romani 8,14-17 - Matteo 28,16-20
Per noi è già avvenuto quanto Gesù ha comandato ai suoi discepoli e così, grazie ai nostri genitori, alla Comunità che ci ha accolto nel farci questo dono, siamo stati “battezzati nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”. Siamo stati “immersi” nella Trinità Santa, il nostro Dio in tre persone, come recita la nostra fede. “Immersi” come una spugna nell’acqua ora siamo impregnati di Dio, “immersi” come un pesce che non può vivere fuori del suo ambiente naturale, appunto l’acqua nuotiamo liberi in questa esistenza; di più, come un bimbo nel grembo della madre dalla cui vita viene nutrito, dal cui amore viene custodito, e, venendo alla luce, vive una propria vita ma sempre conservando identità, doni, caratteristiche che gli derivano da chi l’ha partorito con amore.
La Trinità, Dio, questa comunità d’amore, è il nostro ambiente vitale, è la nostra vita di figli di Dio. Dio non è lontano da noi; noi non siamo fuori di Lui o lontani da Lui: non esistiamo e non viaggiamo su due vie parallele o addirittura in contrasto quasi che Dio possa essere geloso di noi, un concorrente per la nostra felicità. Dalle parole di Mosè, prima lettura, siamo rassicurati che l’obiettivo di Dio per noi è proprio la felicità: Dio vuole che “sia felice tu e i tuoi figli dopo di te”.
Dio è Padre buono partecipe della vita dei suoi figli, delle sue creature. La sua grandezza, la sua maestà, poiché è il creatore di ogni cosa, la sua santità, cioè uno splendore per noi inimmaginabile, ci portano, come hanno fatto i discepoli di Gesù davanti a Lui, perché Dio, a prostrarci. Non è un atteggiamento di umiliazione, ma di riconoscimento di un prodigio, che ci supera e da cui, per grazia, veniamo, e per cui, liberi, viviamo, camminiamo, amiamo.
Scorrendo il vangelo non mancano gesti di prostrazione, dai Magi ai peccatori, dagli ammalati che implorano guarigione e, oggi, ai discepoli che ne hanno intravisto il mistero glorioso nella risurrezione. Eppure nella loro fragilità dubitano. Non nascondiamo i nostri dubbi, non li temiamo, nè cediamo ad essi. E’ la grandezza di Dio che ci sorprende, non la mancanza di fede. Ricordate anche Mosè è stato costretto a fermarsi a distanza dal rovento che bruciava senza consumarsi, o Elia che si è coperto il volto quando ha percepito la presenza di Dio. La fede, fatta di dubbi, è “mantenere la distanza da Dio”, cosa non negativa quando c’è l’amore, “distanza” che Gesù riduce, che Gesù cancella. Per cui, nell’episodio narrato davanti alla prostrazione a distanza presumibilmente dei discepoli e al loro dubbio, Gesù, è detto, si avvicina a loro. Un’umile e timorosa distanza, che poi è l’umilità del cuore, ci porta vicino Dio. Quindi non noi comprendiamo Dio, potremmo dire, ma Lui comprende noi.
Non abbiamo ricevuto “uno spirito da schiavi per ricadere nella paura”, ma confidenza con Dio, scrive l’apostolo Paolo nella sua lettera; un confidenza che non è libertà di fare ciò che si vuole, mancanza di rispetto e di amore, ma la consapevolezza che per noi ha un grande amore e vuole i doni più belli, l’eredità inimmaginabile di facci partecipi con il Cristo della sua vita, se, a nostra volta, partecipiamo alla sua missione che non priva di prove e sofferenze; la confidenza di dirgli “abba”, “papà”. Questa confidenza che Gesù premia così: “io sono voi tutti i giorni , fino alla fine del mondo”.
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