domenica 26 gennaio 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

3° Domenica C – 26.01.2025

Neemia, 8,2-10   -    Luca 4,14-21

La nostra attenzione e la nostra preghiera in questa Domenica sono rivolte in particolar modo alla Parola del Signore. Ne siamo familiari, forse anche abituali consumatori, ogni domenica, qualche volta un po’ di più, in qualche altra occasione. Però l’assaggio che ne facciamo è spesso frettoloso, superficiale, forse perché diciamo che non abbiamo tempo, o è sempre la stessa, e non sappiamo custodirla e gustarla senza stancarci. Eppure è un grandissimo dono. Attraverso la Parola Dio crea, e ci ricrea! E’ la prima opera che desidero ricordare partendo dal testo di Neemia di questa domenica.

Neemia, prima lettura, narra di un popolo che nell’ascolto della Parola della Legge ritrova la propria, identità, ricorda con commozione la propria storia, e la riprende addirittura con gioia. Dopo la triste esperienza della schiavitù e il ritorno dall’esilio non riusciva più a rialzarsi e a ricostruire quanto era stato distrutto.

Anche a noi oggi capita di ritrovarci davanti a delle macerie e possiamo forse essere scoraggiati. Occorre certamente darsi da fare, ma abbiamo bisogno di capire su chi possiamo contare. Ecco la Parola del Signore, che non è un dire, ma è un fare. Per Dio pronunciare una Parola è realizzare quello che indica.

Quando Egli parla di pace, di giustizia, di amore, di nuova umanità, queste non rimangono semplici parole, ma sono eventi che si realizzano. Gesù, Parola vivente, fa quello che dice; unica condizione è che noi crediamo davvero in Lui e lo accogliamo. Se davanti a tante parole del vangelo noi ci limitiamo a dire : “belle parole, ma chi le mette in pratica? impossibili da osservare”, noi le svuotiamo della loro potenza, le rendiamo inefficaci. Questo perché Dio ci ha dato il libero arbitrio, e noi possiamo rifiutarle. Ma fondamentalmente sono potenti. “Egli parla è tutto è fatto”, recita un Salmo.

Purtroppo noi siamo abituati a sentire parole che rimangono solo proclami, non solo nella vita pubblica, ma anche nelle nostre relazioni private; si rivelano solo vuote chiacchiere. La parola di Dio invece è una parola vera perché “si compie”, oggi; è vera nel momento in cui viene detta. Ricordiamo l’incontro con Zaccheo; Gesù dice : “oggi la salvezza è entrata in questa casa”; e al condannato accanto a sé: “oggi sarai con me in paradiso”. Nel Natale di Gesù: “oggi è nato per voi un Salvatore”. Oggi, oggi, oggi…Dio è qui! Se tarda il Suo aiuto, forse è perché noi non l’accogliamo, o anche per un misterioso progetto più grande che Egli ha in cuore per noi.

Che cosa fa la parola di Dio? Cosa realizza, oggi? Un anno di grazia, un anno giubilare in cui ingiustizie, torti, divisioni, ogni sorta di discriminazione, vengono cancellati, vinti, grazie alla misericordia, al perdono di Dio e di quello fraterno che ci doniamo. Gesù annuncia e fa un mondo nuovo. A chi gli rimproverava, in questa occasione o in altri scontri, di tradire la Legge di Mosè, in pratica risponde: “Io sono la legge di Mosè, io oggi porto salvezza alla vostra vita”. Davvero la Parola del Signore è fondamento sicuro della nostra speranza, anzi, certezza che sono con Lui già cambiate. Per questo ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio dovremmo far tesoro di quello che, nella prima lettura, il popolo si sente dire: “non fate lutto e non piangete…la gioia del Signore sia la vostra forza”.

 

lunedì 20 gennaio 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

2° Domenica C – 19.01.2025

Isaia 62,1-5     -    Giovanni 2,1-11

All’inizio del suo vangelo, Giovanni narra di questo segno di Gesù; un miracolo forse nemmeno il più necessario, il più “pericoloso” perché poteva sembrare quasi un’induzione a dipendenza da alcol. Ma a Gesù sta cuore la festa, perché la salvezza è festa. E’ una gioia, un’ abbondanza di gioia di cui il vino è significato.

La prima considerazione che mi viene è la seguente. Gesù va e manifesta la presenza, la vicinanza di Dio che l’ha inviato là dove c’è la sofferenza, e si prende cura di chi patisce malattia o è emarginato; va là dove il male tiene prigioniero l’animo degli uomini, va da peccatori conclamati, riconosciuti da tutti; ma va anche dove c’è amore, per condividerlo innanzitutto, per gioirne, per far sì che non si spenga, per potenziarlo.

Egli era stato invitato alle nozze di Cana insieme al suo gruppo di discepoli. C’era la Madre sua. Diventa, per interessamento di costei, l’occasione per lasciare un segno, inizialmente non nelle sue intenzioni, non era la sua ora, dice alla Madre, un segno che lo rivela: l’acqua mutata in vino, segno di una trasformazione dell’amore in una qualità più alta, la Sua, che sempre si offre e che mai dovrebbe mancare dove ci sia ama. La relazione sponsale e la gioia che mai dovrebbe mancare, gli stanno a cuore perché rimandano a quella di Dio con noi, uno sposalizio a Lui tanto caro.  In Gesù Dio ha sposato l’umanità: è questa la buona notizia.

Dio è il nostro  Creatore, Signore nostro, ci è Padre certamente. Egli è anche il nostro Sposo, e quindi accanto ad un amore provvidente, ad un amore forte, Dio ha per noi un amore di grande tenerezza, dolcezza, fedeltà, con tutte le attenzioni che noi, nella nostra esperienza sponsale, non riusciamo neanche ad immaginare. Esperienza che, invece, ha proprio il compito di farci intravvedere qualcosa dell’ alleanza amorosa che Dio tiene con noi. Noi siamo la sua Sposa.

Tali nozze, sono poeticamente cantate nella prima lettura: ci chiama con un nome nuovo, siamo preziosi e regali davanti a lui, siamo la Sua gioia, la Sua letizia; ma anche vuole che questa sia per noi, tra di noi. Che ne dite se tutto questo fosse davvero anche nelle nozze che celebriamo tra di noi? Essere segno, essere presenza dell’amore di Dio Sposo per la Sua sposa, che tutti noi siamo, essere motivo di festa e di gioia. Certo, se guardiamo a tante nostre situazioni, gli facciamo fare brutta figura, una propaganda che reca danno.

Ma non è il caso che ci soffermiamo sulla mancanza di vino, sull’amore che via via si va esaurendo, o le anfore di pietra piene di acqua, simbolo dell’amore, di poco grado e sapore, fatto per legge che per fortuna Gesù eleva ad una qualità superiore.  

La Sua presenza, il suo intervento, quando lo lasciamo fare, lo accogliamo, danno speranza, riaccendono la festa dell’amore.  Anche le famiglie,  le relazioni più promettenti, conoscono un volersi bene che finisce perché Gesù non è stato invitato. Egli solo porta il vino buono. Egli è il vino buono che allieta la nostra vita, dà la giusta ebbrezza, porta la gioia che Dio stesso prova per noi.

Maria, che ha sollecitato Gesù ad intervenire facendo presente la situazione precaria di quella festa, anche a noi, come ai servi, indirizza un invito da non lasciar cadere: “fate quello che mio figlio vi dirà”. Il vino buono tarda a venire in quella famiglia? Per la nostra obbedienza ci sarà con abbondanza servito.

 

lunedì 13 gennaio 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Battesimo di Gesù – 12.01.2025    

 Isaia 40,1-11    -   Tito 2,11-14; 3,4-7   -   Luca 3,15-16.21-22

“Il popolo era in attesa”, così si apre il brano del Vangelo odierno. Siamo stati in attesa per tutto l’Avvento. E’ venuto Gesù nel Suo Natale. Ogni cosa si è compiuta. Siamo a posto. Ed ecco che la Parola che chiude questo tempo natalizio ci parla ancora di attesa. Sì, perché Colui che è nato siamo chiamati ad incontrarlo e a riconoscerlo ogni giorno. Pellegrini su questa terra, siamo in attesa non solo singolarmente, ma come popolo, come umanità, dove l’apporto o l’ostacolo di ognuno aiuta o frena la speranza.

Noi siamo in attesa della giustizia, della pace, della possibilità di una vita dignitosa per tutti; siamo in attesa di incontrare ciò che dà senso e pienezza alla nostra storia; siamo in attesa di chi, liberandoci da tutto quello che ci intristisce e, soprattutto, colmandoci di amore, ci porta salvezza. E non dimentichiamo che siamo in attesa della venuta finale del nostro Salvatore, in attesa dell’eterna vita beata. Dire attesa non significa che siamo legittimati a stare con le mani in mano, ma corrispondere, per la nostra parte, a Colui che ci viene incontro, anzi è già in mezzo a noi.

E ci viene con un preciso incoraggiamento: “Consolate, consolate il mio popolo, parlate al cuore di Gerusalemme è gridatele che la tribolazione è finita…”. Questo incoraggiamento già ascoltato all’inizio dell’Avvento e ora nuovamente rivoltoci ci rassicura che la che la nostra vita, accogliendo Gesù, e seguendolo, è tutta compresa nella “consolazione” di Dio; si svolge nella stretta premurosa di Dio del Suo abbraccio di benevolenza, che pone fine alla schiavitù del male. Dio sconta i nostri peccati, e la Sua misericordia è il doppio della nostra miseria. Ci consente di accedere ad una esistenza dove quanto è accidentato, scosceso, impercorribile, verrà reso un via santa, una via che rivela la gloria del Signore, l’amore di Dio per tutti gli uomini.

La consolazione è certa, e Paolo, scrivendo all’amico Tito, ci annuncia: “è apparsa la grazia di Dio”, l’amore gratuito Suo, che non è un sentimento, ma una presenza viva, concreta, umana e divina, Cristo Gesù. Accogliendo di tale dono che ci fa del bene, ci dà salvezza, diciamo no ad ogni malvagità, desideri mondani, e viviamo con sobrietà, con giustizia, secondo la volontà di Dio, e con pietà, cioè non dimenticando che tutto viene da Dio e che dobbiamo saper condividere questa carità con gli altri.

Sì, la consolazione, la benedizione con cui Dio ci rialza, l’amore suo per gli uomini, è la presenza del Figlio Suo tra di noi, Gesù Cristo, poiché i cieli si sono aperti come un grembo che genera vita, e tiene viva la speranza che essa sarà sempre amata e benedetta. Davanti a Gesù che si immerge nell’acque del Giordano, scende fino in fondo nel nostro peccato e lo prende su di sé, Dio com-prende la nostra umanità. E noi siamo immersi nella compiacenza del Padre. Di noi è contento, da Lui siamo amati. Lo Spirito che scende su Gesù, scende su di noi, dono e firma incancellabile, anche a fronte dei nostri peccati, che Dio ci ama.