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Domenica C – 09.06.2013
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Luca 7,11-17
Ritorniamo
al tempo e alle domeniche ordinarie dopo il tempi forti della Quaresima, della
Pasqua e delle ultime feste. Ma la prima considerazione che facciamo è che ogni
incontro con il Signore, in qualsiasi domenica, è straordinario. Non c’è nulla
di più straordinario dell’ordinario, perché dice fedeltà, e di questi tempi è
assai preziosa, con la novità che porta con sé.
Ogni incontro con il Signore, in
qualsiasi domenica, è straordinario. Ce lo conferma il vangelo che abbiamo
appena ascoltato. Gesù è la vita più forte della morte e in questa ottica ci
aiuta anche a vivere quanto accade in
questa esistenza.
Due
cortei ben diversi si incrociano alla porta della città di Nain: quello di
Gesù, seguito dai discepoli e da una folla numerosa desiderosa di ascoltarlo, e
il corteo funebre che accompagna al sepolcro il figlio unico di una madre
vedova. Gesù allora prende l’iniziativa e decide di trasformare quella che è
una coincidenza casuale in un incontro vero e proprio, che ridà vita al ragazzo
morto ma anche alla povera madre, a quelli che piangono con loro.
E’
quello che Gesù fa anche con noi; quello che noi, con il suo aiuto, possiamo
fare tra di noi: trasformare incontri casuali o no, vicinanza o familiarità
quotidiana ovunque siamo, in un incontro vero, in una relazione che
continuamente rialza, ci rimette in piedi, ci consegna agli affetti più cari,
ci fa ritrovare la bellezza della vita, un risurrezione continua, annuncio di
quella definitiva che un giorno verrà; un incontro in cui amiamo e ci lasciamo
amare (che, paradossalmente, non è detto che sia più facile!)
Come si fa a trasformare quello che è
monotono, quotidiano, così banale o tragico da togliere ogni speranza? Non
nascondendo il sentimento della compassione grande che Gesù ha conosciuto e che
ha ancora verso di noi. Parte tutto da lì, dal cuore che si lascia ferire dal
dolore insopportabile di questa donna, come di tanti altri che noi incontriamo,
o di cui veniamo a sapere, nelle nostre giornate.
La trasformazione è possibile grazie ad
una parola buona, semplice, una parola di consolazione, che non è mai di
circostanza : “non piangere”. Questa vicinanza si spinge poi fino ad osare un
gesto che dà scandalo, poiché la legge proibiva di toccare il morto o la bara;
e fino a pronunciare una parola
umanamente folle, inaudita: «Ragazzo,
dico a te, àlzati!».
Gesù riconsegna il figlio alla madre,
senza vantare alcun merito o aggiungere parole inutili, come a dire a noi che
non è necessario rubare la scena a chi ritrova la vita anche grazie all’aiuto
che possiamo dare. E soprattutto il bene che facciamo, come accade per la folla
che risale al significato del gesto compiuto da Gesù, deve servire per
manifestare la vicinanza e l’amore di Dio, a parlare di Lui. Poi se gli uomini
vorranno, avranno la possibilità di riconoscerlo e accoglierlo , ma è
importante che noi lo annunciamo così, con le opere che confermano le parole.
La presenza definitiva di Dio è venuta
con Gesù. Ora affidata anche noi suoi discepoli. E ogni incontro di cui è fatta
la nostra giornata può recare serenità e vita prima di tutto, e diventare luogo
della sua visita.
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