5° Domenica di Pasqua B – 03.05.2015
Appena
qualche settimana fa, tenere foglioline germogliavano sui tralci. Sono
ripassato, era no diventate più robuste. Verranno i polloni, le gemme, e poi i
grappoli d’uva, gli acini maturi, e infine il vino buono. Tutto questo processo
è frutto di una relazione, la relazione tra la vite e i tralci, l’innesto di
questi nella prima.
Questa
metafora, questa immagine, serve a Gesù per rivelare ancora una volta qualcosa
del padre, il vignaiolo, di sé, appunto la vite, di noi i tralci. E aiuta noi a
comprendere come il frutto della risurrezione, la vita nuova, ci può essere
partecipato, anzi ne diventiamo produttori. Questo frutto sta nella relazione o
innesto a cui noi acconsentiamo con Gesù, nella vicinanza, amicizia, intimità
che coltiviamo con Lui. Sì, l’uno nell’altro, e questa profonda comunione
diventa promessa, garanzia di vita. Sempre la relazione, in cui c’è lo scorrere
dell’amore, è condizione di vita, è vita; diversamente, se lo scorrere fosse di
risentimenti, indifferenza, ostilità, allora sarebbe la morte. Ma Gesù è qui
per darci e insegnare a noi la giusta relazione, nella nostra casa, famiglia,
nei nostri quotidiani rapporti.
L’amore
è questo reciproco innesto, è la relazione tra di noi, luogo che manifesta se
siamo risorti o se siamo ancora preda della morte; è la relazione che produce
vita lì dove noi siamo piantati. Non dobbiamo temere questo reciproco innesto
come attentato alla nostra libertà, ma averla a cuore come unica condizione per
portare frutto.
In
questa relazione, visto quello che succede con le nostre viti a tempo debito, è
naturale la potatura, che è un taglio amorevole, intelligente, fiducioso,
perché il tralcio porti più frutto. Si tratta di togliere ciò che secondario,
dare forza a quanto è di essenziale, di incoraggiare quanto si è diventato
pronto e maturo per la produzione, si tratta di liberare la vita e non dare la
morte. Anche tra noi avviene così. A volte il vignaiolo dispone un distacco per
liberare più vita, più frutti. Abbiamo
fiducia di questo taglio, qualunque esso sia , nella nostra storia e che può
riguardare le nostri diverse situazioni.
Matrice, e non solo modello, delle nostre
relazioni è il ripetuto invito di Gesù: “rimanete in me ed io in voi”.
Ribadisce l’importanza della relazione che non è semplicemente abitare sotto lo
stesso tetto, quando si tratta delle nostre umane relazioni, così come non
basta celebrare riti nella casa di Dio, quando siamo credenti. E’ piuttosto la
dimora del cuore il luogo dove vive ogni nostra relazione, relazione con Lui
che rimane la fonte, e le nostre che da questa vengono o sono alimentate. E
così impariamo ad amare come ama Dio, “non a parole né con al lingua, ma con i
fatti e nella verità” (esorta Giovanni nella seconda lettura).
Amare come Dio ama, con gesti molto umani,
e allora ci ameremo con gesti che sono diventati divini. L’innesto,
l’in-tralcio, sono nei nostri sguardi, nella nostre parole, nelle nostre
carezze, nei nostri abbracci, nel nostro servire concretamente le necessità
dell’altro...gesti molto umani che diventano divini, perché così ha fatto Dio,
così fa Gesù con noi e in noi, e ci permette di essere vivi e non rami secchi.
Egli ha la sua
dimora in noi, se le sue parole abitano dentro di noi.
Questi sono i giorni in cui i semi che si mettono a
dimora nella terra cominciano a germogliare, le pianticelle iniziano a fiorire.
Mettiamo a dimora nella nostra vita, nel nostro cuore le parole di Gesù e ci
saranno germogli, e anche frutti, molti frutti, secondo il Vangelo.
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