lunedì 4 maggio 2015

OMELIA


5° Domenica di Pasqua B – 03.05.2015

Appena qualche settimana fa, tenere foglioline germogliavano sui tralci. Sono ripassato, era no diventate più robuste. Verranno i polloni, le gemme, e poi i grappoli d’uva, gli acini maturi, e infine il vino buono. Tutto questo processo è frutto di una relazione, la relazione tra la vite e i tralci, l’innesto di questi nella prima.

Questa metafora, questa immagine, serve a Gesù per rivelare ancora una volta qualcosa del padre, il vignaiolo, di sé, appunto la vite, di noi i tralci. E aiuta noi a comprendere come il frutto della risurrezione, la vita nuova, ci può essere partecipato, anzi ne diventiamo produttori. Questo frutto sta nella relazione o innesto a cui noi acconsentiamo con Gesù, nella vicinanza, amicizia, intimità che coltiviamo con Lui. Sì, l’uno nell’altro, e questa profonda comunione diventa promessa, garanzia di vita. Sempre la relazione, in cui c’è lo scorrere dell’amore, è condizione di vita, è vita; diversamente, se lo scorrere fosse di risentimenti, indifferenza, ostilità, allora sarebbe la morte. Ma Gesù è qui per darci e insegnare a noi la giusta relazione, nella nostra casa, famiglia, nei nostri quotidiani rapporti.

L’amore è questo reciproco innesto, è la relazione tra di noi, luogo che manifesta se siamo risorti o se siamo ancora preda della morte; è la relazione che produce vita lì dove noi siamo piantati. Non dobbiamo temere questo reciproco innesto come attentato alla nostra libertà, ma averla a cuore come unica condizione per portare frutto.

In questa relazione, visto quello che succede con le nostre viti a tempo debito, è naturale la potatura, che è un taglio amorevole, intelligente, fiducioso, perché il tralcio porti più frutto. Si tratta di togliere ciò che secondario, dare forza a quanto è di essenziale, di incoraggiare quanto si è diventato pronto e maturo per la produzione, si tratta di liberare la vita e non dare la morte. Anche tra noi avviene così. A volte il vignaiolo dispone un distacco per liberare più vita,  più frutti. Abbiamo fiducia di questo taglio, qualunque esso sia , nella nostra storia e che può riguardare le nostri diverse situazioni.

Matrice, e non solo modello, delle nostre relazioni è il ripetuto invito di Gesù: “rimanete in me ed io in voi”. Ribadisce l’importanza della relazione che non è semplicemente abitare sotto lo stesso tetto, quando si tratta delle nostre umane relazioni, così come non basta celebrare riti nella casa di Dio, quando siamo credenti. E’ piuttosto la dimora del cuore il luogo dove vive ogni nostra relazione, relazione con Lui che rimane la fonte, e le nostre che da questa vengono o sono alimentate. E così impariamo ad amare come ama Dio, “non a parole né con al lingua, ma con i fatti e nella verità” (esorta Giovanni nella seconda lettura).
Amare come Dio ama, con gesti molto umani, e allora ci ameremo con gesti che sono diventati divini. L’innesto, l’in-tralcio, sono nei nostri sguardi, nella nostre parole, nelle nostre carezze, nei nostri abbracci, nel nostro servire concretamente le necessità dell’altro...gesti molto umani che diventano divini, perché così ha fatto Dio, così fa Gesù con noi e in noi, e ci permette di essere vivi e non rami secchi.
Egli ha la sua dimora in noi, se le sue parole abitano dentro di noi.

Questi sono i giorni in cui i semi che si mettono a dimora nella terra cominciano a germogliare, le pianticelle iniziano a fiorire. Mettiamo a dimora nella nostra vita, nel nostro cuore le parole di Gesù e ci saranno germogli, e anche frutti, molti frutti, secondo il Vangelo.








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