33°
Domenica B – 15.11.2015
- Daniele 12,1-3
- Marco 13,24-32
Tribolazioni e sconvolgimenti, con violenza, paura
e morte, un tempo di angoscia, tutto confermato dagli avvenimenti orribili
delle ultime ore, preventivati dalla stessa parole di Gesù, contro la promessa
sua che una nuova fioritura di umanità
è certa. La buona notizia, però, sembra soprafatta, soffocata, schiacciata dalle tragiche notizie di questo
clima di terrore che ci travolge tutti.
E’ una grandissima prova, un duro colpo, per la
nostra fiducia nell’umanità che si adopera per la giustizia e la pace, per la
stessa fede di credenti in un Dio che ci indica, dicevamo nel salmo, il
sentiero della vita, per la nostra volontà di dare credito all’assicurazione di
Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.
Cosa significa che “il cielo e la terra passeranno”, quale “cielo e terra”
finiranno?
Innanzitutto un “cielo” lontano, cioè un
Dio tenuto distante o fatto assente da noi, dimenticato, soppiantato da
divinità che ci hanno fatto schiavi; o un Dio da noi pensato fuorviante e
fuorviato che vuole sangue e morte per i suoi nemici, che odia ed elimina chi
aspira e si adopera per una umanità libera, nella pace, nella fraternità. E poi
una “terra” fattasi violenza e oppressione, ingiustizia e prepotenza,
menzogna e avidità. Questo “cielo” e questa “terra” passeranno,
non hanno futuro, ma non sono le bombe, gli atti di terrorismo, le guerre, a
determinarne la fine; piuttosto, ne incentivano, ne aumentano il peso e il
dolore, la paura e pianto, la rabbia e l’infelicità.
La fine di questo mondo così brutto e cattivo,
la fine di tanto male, non sta nella morte di coloro che sono crudeli assassini
dei loro fratelli, ma in una ri-creazione, una trasfigurazione dell’umano da
parte di Gesù, il Risorto, che una tomba non ha potuto trattenere. Dio
trasfigurerà questo nostro mondo in dimora del suo Regno, e ciò avverrà con
certezza, anche se “quel giorno o quell’ora nessuno lo sa, né gli angeli del
cielo, né il figlio, eccetto il Padre”,
dice Gesù.
Che cosa è chiesto a noi? Cosa possiamo fare per
accogliere favorire questa novità, questa ricreazione? Osservare la
storia, e stare, operare in essa con spirito di discernimento, restando
vigilanti e desti davanti a quello che sta capitando; un po’ come si guarda
quello che sta avvenendo nella pianta di fico, dice Gesù: quando il fico, per il risalire della linfa,
intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto
l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate.
Ebbene quando dal nostro cuore salgono non
l’odio, la ritorsione, e la violenza, ma la ricerca della giustizia, la solidarietà
con i più poveri e oppressi, la volontà di pace fino al perdono, l’impegno
fattivo per un mondo migliore, la linfa dell’amore, allora sta per rifiorire l’
umanità che il Padre vuole e per la quale Gesù ha dato se stesso fino in fondo.
Questa risalita dell’amore dal nostro cuore che
conosce orrore e paura, è una grazia, un aiuto che chiediamo nella preghiera,
nell’invocazione a Dio che, ricorda Gesù, farà giustizia ai suoi figli, tutti
gli uomini, che gridano giorno e notte verso di lui.
Diceva in questi giorni Papa Francesco: non
viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Questo nostro
tempo richiede di vivere i problemi, le paure e le sofferenze, come sfide e non
come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Diamo credito e voce
a questa presenza che ci sembra silenziosa e che l’odio e le armi degli uomini
non possono mettere a tacere; né il pianto e le lacrime possono scoraggiare, ma
soltanto invocare con maggior tenace fede.
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