giovedì 3 marzo 2016

OMELIA

 
3° Quaresima c – 28.02.2016

- Esodo 3,1-15
- Luca 13,1-9

Nel bel mezzo del cammino di Misericordia sul quale siamo condotti in questa Quaresima, appunto di “misericordia” per cui è sorretta l’umanità nostra provata e tentata (e Gesù è dalla nostra parte!), come diceva la prima domenica; misericordia, poi, domenica scorsa,  che cu assicura che in siffatta umanità c’è pure un cuore di luce, un segreto divino che sarà svelato… nel mezzo di questo cammino e prima di due straordinari e stupendi balzi in avanti che ci farà fare la Parola di Dio nelle prossime domeniche, ecco che, sempre la Parola di Dio, sembra mettere inciampo.
Quello che abbiamo ascoltato da Gesù poco fa nel vangelo, un po’ ci frena, ci stordisce, ci mette in confusione, forse ci spaventa. Gesù approfitta di due fatti di cronaca per far riflettere la gente, con l’aggiunta di una brevissima parabola che sembra raddrizzare le cose correggere il tiro severo delle sue parole.

Son fatti tristi. Potrebbero essere fatti dei nostri giorni,anzi non mancano di simili. Non mancano le disgrazie, né le ribellioni, violenze che portano sangue e morte. Vogliamo pensare che anche essere aiutati a considerare le conseguenze dei nostri gesti o delle nostre irresponsabilità, essere sollecitati a riflettere sull’imponderabile, può essere un atto di misericordia. non dimentichiamo. Il detto popolare: “uomo avvisato, mezzo salvato”, credo, possa conservare ancora la sua validità, può essere opera di misericordia che vuole il bene ed aiuta evitare infelicità. Avvisare, consigliare, insegnare, correggere, sono gesti di carità e di amicizia fraterna.

Rifacendoci all’esperienza di Mosè nella prima lettura – la terra che calpestata davanti al roveto che non brucia – mi viene da pensare che anche noi possiamo calpestare “un luogo santo” – la nostra umanità, la nostra vita, esistenza -  quando non le riserviamo quell’attenzione, quel rispetto, quella venerazione, persino quel “timore” che s’attende. Questo “luogo santo” arde di “fuoco” che non si consuma; custodisce un segreto, un nome da cui viene la nostra salvezza, ed è Dio misericordioso, come si definisce e si manifesta: “Ho osservato la miseria de mio popolo, ho udito il suo grido, conosco le sue sofferenze. Voglio liberarlo”. I più deboli, i poveri, gli infelici a causa della malvagità di altri, sono il “luogo santo” che Dio abita. E tutto ciò che li ferisce, disgrazie o cattiverie, ci deve far riflettere. E smuovere.

Fa parte di quel “terreno” – a cui fa riferimento Gesù nella  breve parabola che conclude il brano evangelico - sul quale siamo piantati come alberi per portare frutto. Le nostre resistenze, le lentezze, i dubbi, le paure, i tradimenti, invocano la Misericordia che stavolta è pazienza, dedizione, fiducia con cui il  “vignaiolo” (Gesù) ci lavora.

Vorrei ritornare sui fatti tristi e sulla sorte dei malcapitati di cui Gesù mette in guardia. Le parole sue non vanno interpretate come minaccia di un castigo. Egli vuole correggere l’idea falsa e cattiva di Dio che possiamo avere. “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Ci ricorda che c’è qualcos’altro, oltre gli avvenimenti delittuosi, che ci rende infelici, ci uccide, fa di noi dei morti. Ed è il non accogliere Lui e la vita che Egli ci porta.

“Convertitevi”. Parola di oggi non frena il cammino, non ci fa inciampare. Ci fa più attenti e responsabili, pazienti, fiduciosi, laboriosi nell’attendere al vero bene della nostra vita.





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