...nell'omelia
2° Avvento C – 09.12.2018
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Baruc 5,1-9 - Fil 1,4-11 - Luca 3,1-6
“Verranno
giorni in cui realizzerò le promesse di bene che ho fatto”, era la bella notizia di domenica scorsa prima di
Avvento, in mezzo a tante inquietudini e paure.
Oggi,
la parola del Signore, attraverso un altro uomo di Dio, Baruc, continua sulla
stessa linea di speranza . “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e
dell’afflizione rivestiti dello splendore della gloria, cioè dell’amore, che ti viene da Dio per
sempre”. Bellissimo invito.
“Abbandona
ogni tristezza e amarezza”, Egli dice a noi, a ciascuno e a tutti. Questa “gloria”
è condizione della nostra gioia, conferma l’ ultima riga del brano proclamato. Sempre
nello stesso brano, veniamo così a riascoltare l’esortazione di domenica scorsa
ad alzarci in piedi : “Sorgi
e sta’ in piedi, o Gerusalemme”.
Perché, ecco ancora la
“buona notizia”, Dio stesso ha deciso di spianare ogni alta montagna e le
rupi perenni di colmare le valli livellando il terreno, affinché camminiamo
sicuri sotto la sua bontà.
Nel Vangelo Giovanni il
Battista riprende questo impegno di Dio perché diventi anche impegno dell’uomo,
e lo preciserà; ma intanto è Dio stesso che si assume l’onere di un grande
intervento che è per il nostro bene e felicità, la nostra gioia.
Ma
chi raccoglie questo impegno? Chi viene coinvolto? Su chi conta Dio per
realizzare le sue promesse?
La solennità
dell’Immacolata che abbiamo celebrato ieri ci fa conoscere che il progetto di
Dio di dare e assicurare salvezza all’umanità comincia con una sconosciuta creatura,
Maria di Nazareth, nella sua esistenza libera fin dal primo istante da ogni
ombra di peccato. Per fare qualcosa di nuovo e di bello, Dio, pur nominandoli l’evangelista
Luca i potenti di turno, inizia dagli umili, dai poveri.
Infatti
“la parola di Dio scese su Giovanni nel deserto”.
Nel
deserto delle parole umane, spesso consumate, ambigue, interessate.
Nel
deserto, che è la nostra aridità, la prova, il disorientamento che ognuno può
portare dentro di sé.
Nel deserto: condizione
o luogo dove s’impara a conoscere, purificare la nostra fede e confidare nella
vicinanza di Dio, se vogliamo sopravvivere e giungere ad una vita dignitosa e buona.
Andare incontro a Colui che viene, come esortava la Parola domenica scorsa, è
un nuovo esod,o un cammino che ci fa nuovi.
Ecco il senso della
citazione del profeta Isaia nella parole di Giovanni: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate
la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Occorre riassestare la vita:
colmare burroni di disparità e vuoti di giustizia, abbassare ogni prepotenza, e
volontà di essere sopra gli altri, togliere di mezzo la tortuosità
dell’inganno, spianare le alture della
superbia, come diceva preghiera poco fa, che crea difficoltà a chi vuol
camminare diritto… Tutto questo attraverso la carità, l’amore.
Impresa
impossibile? Paolo, nella lettera di cui abbiamo letto alcune righe, rassicura
tutti che Dio porterà a compimento la sua opera buona. Egli non
lascia niente a metà! E così “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”, e il
deserto, il nostro deserto fiorirà!
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