...nell'omelia
4° Domenica C – 03.02.2019
- Geremia 1,4-19 -
Luca 4,21-30
Nel brano evangelico che abbiamo
ascoltato siamo ancora nella sinagoga di Nazareth. Gesù ha appena sorpreso i
suoi concittadini leggendo davanti a loro e applicando a sé un testo del
profeta Isaia, rivelando l’azione di Dio che non è un castigamatti, ma il
liberatore di coloro che sono in qualche modo prigionieri della loro esistenza,
della sua pesantezza, della tristezza; un Dio di grazia e di benevolenza che
con l’amore e la bontà vince il male, il peccato.
La prima reazione dell’uditorio:
la meraviglia. “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati
delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”..
Ma, per quanto uno parli bene, le
cose non durano. Le cose che ha detto Gesù saranno anche buone, il messaggio è
buono, ma è il messaggio di un uomo ordinario – pensano gli abitanti di
Nazareth – E’ un uomo come noi, chi crede di essere? L’entusiasmo e la
meraviglia non conducono alla fiducia in Gesù. Ed Egli si trova a dover fare i
conti con la chiusura dei suoi compaesani.
“Chi ben comincia è a metà
dell’opera”. Questo detto non si realizza per Gesù che alla sua prima uscita fa
“flop”, un buco nell’acqua, un insuccesso pieno, con il pericolo per la sua
stessa vita.
I compito dell’inviato di Dio, il
compito del profeta, di chi annuncia la parola del Signore non è mai dei più
sicuri, pacifici e semplici. Anche per Geremia è così e Dio gli dà spalle
robuste, come un muro di bronzo, per svolgere tale missione. Il che non
significa che sia privo di carità quella cantata così stupendamente nell’inno
della seconda lettura.
Ora si passa dalla meraviglia (“come
parla bene Lui, come predica bene”) alla perplessità, e all’ostilità, perché la
gente vuole miracoli. La gente, soprattutto le persone religiose – come scribi
e farisei - ti riconosce se fai miracoli, altrimenti sei un povero diavolo come
tutti. Ti vuole speciale!
Ma Gesù non vuole Egli essere
speciale in questo modo perché il profeta, l’uomo mandato da Dio, è una
presenza quotidiana. Per noi questa è una buona notizia, poiché ci dice che non
abbiamo bisogno di aspettarci chissà chi per aprirci al vangelo. Senza
pretendere chissà cosa e quali miracoli, dobbiamo fare tesoro della presenza
semplice, umana, di chi Dio ci ha messo accanto.
E se qualcuno, in casa o fuori, –
penso alla fatica di genitori, educatori, - si aspetta da noi miracoli, e ci
contesta, ci rifiuta, beh, sappiamo che anche Gesù non ha sempre trovato bella
accoglienza e ascolto nel suo paese, nella sua parrocchia.
E’ un invito al coraggio la
parola di oggi, non contando sulla popolarità o successo, ma sulla certezza di
compiere quello per cui il Signore ci ha scelto, ci ha “consacrato” – come si sente dire il profeta Geremia. “Io sono con te e sono la tua salvezza”.
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