...nell'omelia
3° Quaresima c – 24.03.2019
- Esodo 3,1-15
- Luca 13,1-9
Ponendomi ascolto della Parola di Dio che mi guida
in questo cammino di conversione, mi sono lasciato ispirare da due particolari,
uno nel libro dell’Esodo e l’altro nel Vangelo, e nello specifico da
due…piante. Un “roveto ardente”, che per essere tale presumo secco (altrimenti
come fa a bruciare), e un “albero di fico”, anche questo secco, comunque senza
frutti! Che cosa mai puoi dirmi il Signore attraverso di essi?
Il “roveto che
ardeva nel fuoco e non si consumava” mi fa pensare alla passione di Dio per
il suo popolo, all’amore che non si spegne mai e che vuole attirare, come è
stato per Mosè, la mia attenzione, anche se io sono lontano e sto badando,
sempre come Mosè, alle mie cose legittime e necessarie per sopravvivere. Ciò
che mi attira, e poi pure mi manda per un cammino nuovo, è questa fedeltà, questo
fuoco, questa tenacia di Dio che non è indifferente alla sorte dei suoi figli. “Ho osservato la miseria del mio popolo, ho
udito il suo grido, conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”.
Brucio d’amore per i miei figli e sono qui, scendo, mi faccio a loro vicino, e
lo faccio attraverso di te. Se noi abbiamo una speranza di risollevarci da
tutto ciò che ci fa miseri, ci fa gridare, ci fa soffrire, è perché Dio ha
pietà di noi. Questa è la stupenda bella notizia fondamento della nostra
speranza: Dio brucia di un amore che non si consuma, mai!
Se le cose sembrano rimanere sempre uguali e nulla
cambia, non sarà mica forse perché colui che Dio manda, e senza essere dei Mosè
possiamo essere anche ciascuno di noi, non fa la sua parte? Non ci fidiamo di
Lui, prima ancora non ci accostiamo a Lui con stupore, umiltà, scalzi delle
nostre sicurezze, pregiudizi, o interessati semplicemente o egoisticamente alle
nostre cose.
E così passiamo sull’altro albero, “albero di fichi nella vigna” di quel
tale che va a cercarvi frutti. Se Dio è nel
roveto che arde, io posso vedermi in quest’ albero, sterile, secco, bruciato ad
ogni frutto dolce che dovrebbe produrre; meritevole di essere tolto di mezzo,
vista la sua improduttività, sfrutta inutilmente il terreno. Di uno così si
dovrebbe dire che non fa nulla di buono al mondo. Che ci sta a fare? La logica
porterebbe a tagliarlo. Ma ecco la buona bella notizia: come il fuoco di quel
roveto non si spegne, così chi ci ama non rinuncia a sempre nuovi tentativi di
rianimarci, non spegne la fiducia che nutre verso di noi: “lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò
messo il concime…” Certo la pazienza sembra essere a termine, avere un
limite: “se non porterà frutti per
l’avvenire, lo taglierai”. Ma attenzione! Siamo noi che determiniamola la fine
della pazienza! Diciamo no alla fiducia di Dio, giriamo le spalle al suo fuoco
che non si spegne. Onestà ci impone di ammetterlo. Questa confessione è un
passo importante per la nostra conversione per avere e dare libertà, compito a
cui Dio chiama Mosè, e per cominciare a mettere qualche germoglio che sia auspicio
di tanti buoni frutti.
Mi sono chiesto in che cosa potrebbe consistere il
lavoro di zappatura e concimatura del “vignaiolo”
che si prende a cuore l’albero di fichi. Mi limito a segnalare i due tristi,
dolorosi, fatti di cronaca che Gesù ricorda ai suoi uditori, una rivolta sedata
nel sangue e una tragedia nel crollo di una torre. Gesù invita riflettere su
ciò che accade, non come minaccia o castigo, ma perché non ci adoperiamo a
mettere fine alle sofferenze di tanti. Interrogarci e riflettere sulla vita per
portare buon frutto, presi in cura da chi è un fuoco d’amore che non si spegne
mai. La nostra liberazione è vicina.
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