...nell'omelia
16° Domenica A – 19/07/2020
Sapienza 12,13-19 Romani 8,26-27 Matteo 13,24 -
Che
disastro! Dopo tanta fatica e sudore nel sistemare il terreno e la semina,
trovarsi davanti al campo così devastato dalle erbacce. Delusione e rabbia sono
comprensibili in chi vi ha profuso passione ed energie. Ma non fermiamoci a
questo, che non è buona notizia.
Noi
cerchiamo una parola buona che ci sollevi, che ci dia speranza. Questa risiede
ancora una volta nel seminatore che domenica giudicavamo scriteriato ed invece
era soltanto generoso e fiducioso nel gettare il seme, e oggi si rivela un buon…
mietitore, intelligente, paziente, sapiente.
Egli
è consapevole che le cose non sono facili, riconosce senza scandalizzarsi gli
ostacoli, gli sgambetti che un “nemico”, dice nella parabola, fa al suo lavoro.
Non perde la calma, quando i suoi operai gli fanno notare cosa succede nel
campo. E la sua calma e tranquillità non sono rassegnazione e indifferenza.
Vorremmo imparare questa sapienza e intelligenza, pazienza; questa capacità di
attesa, che non è mai inerzia.
Egli
mostra rispetto per il “campo”, che comprendiamo essere il mondo e il cuore di
ciascuno visitati e lavorati dalla Sua presenza, dal suo amore, dalla sua
Parola. Mostra rispetto e cura per il bene che c’è nel mondo, che c’è in
ognuno, e gli sta talmente a cuore che è disposto a correre il rischio, Egli
che conosce bene la qualità dell’Amore che ha seminato, che il male possa intromettersi.
Dalla
parabola impariamo alcune attenzioni che ci aiutano ad apprezzare l’amore, la cura,
l’azione di Dio verso gli uomini.
-
Innanzitutto, il male e il bene non sono in territori rigidamente definiti. Non
c’ è un campo o un cuore in cui non ci sia miscuglio di grano buono e anche un
po’ di zizzania; è un groviglio che non è sempre facile sciogliere e che va
accettato.
-
Il male non viene da Dio, ma “un nemico
ha fatto questo”. Piuttosto, di scandalizzarci, arrabbiarci con Dio perché non
fa niente per rimediarvi, non sarà mica
il caso che abbiamo a vigilare noi, cosa che non hanno fatto i servi della
parabola? “Dormivamo”, si sono giustificati. Non si tratta di discutere come
mai c’è il male, la sua origine, quanto di sentirci e farci responsabili nella
storia dove è presente questa triste realtà.
- Come
guardare il “campo”? Con gli occhi di Gesù. C’è chi vede nel mondo solo il
male, la corruzione, la violenza. Ma c’è chi, senza ignorare questi prodotti, sa
scorgere il bene, ne gioisce, ha fiducia e se ne prende cura. In questi mesi,
tanto male e zizzania, e divisione, ma anche tanto bene, amore, e dedizione.
Ma
poiché il nostro sguardo non è pulito, e spesso superficiale, evitiamo di
emettere giudizi: Ecco il grano! Ecco la zizzania! Questi sono i buoni, quelli
i cattivi; noi i fedeli, i praticanti, la parte sana, e gli altri i poco di
buono, gli indisciplinati. La parabola costituisce la più decisa smentita degli
integralismi, dei fanatismi, dell’intolleranza. Lo zelo non sempre è benedetto
e non serve sempre al bene.
- Infine,
Dio non è affatto indifferente al male e un giudizio ci sarà (intanto lascia il
tempo del pentimento, dice la prima lettura). Ma Dio non lo concede in appalto
a nessuno degli uomini il giudizio, e nessuno deve rubare ciò che è di Dio.
Piuttosto apprendiamo dal cuore della parabola, dal cuore di Dio, la pazienza,
il rispetto, la comprensione, la larghezza d’animo, la misericordia.
Non
è facile essere come Gesù insegna. Sollecitati da Paolo nella seconda lettura,
ci affidiamo allo Spirito perché in tutto questo “lavoro”, in questo nostro
essere figli di Dio non sempre sappiamo che cosa sia conveniente domandare e
fare. Che lo faccia per noi, in noi, lo
Spirito Suo!
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