martedì 20 ottobre 2020

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

29° Domenica A – 18 Ottobre 2020 

Matteo 22,15-21

“Rendete a Dio ciò che è di Dio”. Ma cosa mai è di Dio? Cosa rendere a Dio? Io sono mio, quello che possiedo è mio, quello che ho me lo son fatto io, mio è il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia; mio è il mio tempo, mia è la mia vita… Lo diciamo, spesso lo pensiamo, o lo manifestiamo con le nostre scelte.  

L’annuncio del vangelo contesta e converte questa convinzione: noi siamo di Dio, siamo figli di Dio, sua immagine vivente qui, siamo suoi, gli siamo cari. Rendere a Dio ciò che è di Dio significa riconoscere questo fondamento, poggiare e innalzare su di esso la nostra esistenza. E’ consegnare noi stessi alla nostra verità per trovare l’autentica libertà e la realizzazione piena e bella della nostra vita. Se togliamo le fondamenta ad una costruzione, quella crolla; a fatica la puntelliamo perché stia su ed è così purtroppo che conduciamo tanta nostra esistenza: siamo come puntellati, ingabbiati, cerchiamo sostegni, perché tutto non ci finisca sulla testa.

Riconoscere e rendere a Dio ciò che viene  ed è di Lui significa che non c’è niente, anche se di estremamente importante  bello, che poi è dono suo, che possa vantare su di noi un qualche possesso. No, noi non siamo del lavoro, non siamo dei soldi, non siamo degli ingranaggi che in qualche modo ci costringono, non siamo del benessere, non dipendiamo nemmeno dalla condizione di salute e malattie, anche se si fanno sentire, non siamo di nessuna autorità di questo mondo e nemmeno della famiglia anche se sono realtà in cui Dio ci chiede di vivere fino in fondo con responsabilità e solidarietà, con amore. Siamo di Dio e in tutto questo è riconoscere il primato Suo, il Suo amore, luce e guida in ogni situazione.

“Io sono il Signore e non v’è alcun altro; fuori di me con c’è dio” viene proclamato e ripetuto nella prima lettura. Iniziamo con questa convinzione ogni nostra giornata con la sua infinità di rapporti, in casa e fuori, in famiglia, al lavoro, nella società. Rendere a Dio unico Signore, noi stessi significa mostrare innanzitutto gratitudine per l’esistenza che ci ha dato; e vivere con fedeltà , con amore, non con timore ma confidenza, il nostro essere tutti figli suoi e fratelli tra noi. Concretamente equivale a rispettare la nostra vita non  mettendola in balia dei vari idoli di questo mondo. Quando qualcosa ci prende cuore, testa, tempo, vuol dire che forse è o sta diventando l’idolo che serviamo. Noi siamo di Dio, siamo dell’amore e non delle nostre voglie o passioni. Ritorniamo a Lui  il bene che riceviamo perché non possiamo dare a nessun altro, a chicchessia, la nostra vita al di fuori di Dio o contro Dio.

Ma dobbiamo anche “dare a Cesare quello che è di Cesare”. Siamo figli di Dio, questa è la nostra identità profonda, ma lo siamo storicamente anche come cittadini di questo mondo, affidato alla cura e alla premura nostre. Non è realtà negativa; è il luogo in cui ciascuno vive, è il luogo in cui si è chiamati a vivere da cristiani, testimoniando la nostra fede con  impegno, esprimendola in gesti visibili e concreti, a vantaggio di tutti. Anche il mondo è di Dio, a lui dobbiamo renderlo, e ciò avviene facendoci carico dell’umanità con le sue gioie e speranze, le sue tristezze e angosce. Ognuno lo farà con le competenze che gli sono proprie, ma tutti con eguale  e generose responsabilità, da chi ci governa sino al semplice cittadino. Viviamo il compito di cristiani insieme a tutti gli uomini di buona volontà, con il particolare contributo che il vangelo ci ispira. 

La bella notizia di oggi non è “pagare o non pagare”, ma ricevere l’assicurazione che noi siamo di Dio; non siamo dei soldi e neanche della miseria. Siamo di Dio: restituendoci a Lui non mancheremo di nulla.

Signore, a te restituisco oggi me stesso, povero, obbediente, libero. Tu mi farai vivere in pienezza, qui e nell’eternità.

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