BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
34° Domenica A – Festa di Cristo Re – 22/11/2020
Ezechiele 34,11-17 - 1Cor 15,20-28 - Matteo 25,31-46
Gesù è il Signore! E’ la nostra professione di fede. E’ il Signore perché ha vinto la morte, ed è Re perché in Lui, anzi Lui è il Regno di Dio, la vita nuova, piena, che il Padre vuole per tutti i suoi figli, l’umanità intera. La vittoria per cui il Padre lo costituisce tale è l’amore. Questo amore è stato riversato anche nel nostro cuore, e la nostra vocazione è diventare pure noi “regali” figli di Dio. Il pass per godere di tale grazia rimane l’amore. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. Di qui non si scappa. E sta pure tutta qui la predica che possiamo ricavare riflettendo sulla parola di Gesù, con la scena finale che Egli ci descrive al termine della nostra esistenza.
L’amore è il singolare talento, ci ricordava la parola domenica scorsa, che ci è stato dato non perché lo teniamo stretto per noi o lo nascondiamo, ma perché lo investiamo, lo moltiplichiamo, poiché è desiderio del Signore farci partecipi della sua gioia, del suo Paradiso. L’unico modo per investire l’amore, valorizzarlo e moltiplicarlo in questo mondo, l’unica via che ci fa veri re e signori – titolo che riconosciamo a Gesù - è quella di servire; di amare concretamente poveri e infelici, di “regnare” al di sopra di ogni miseria sino a porvi fine, sino a vincere ogni male, compreso quello estremo della morte.
E’ la stessa cura, la stessa premura che Dio mostra nei nostri confronti, come narra la prima lettura, ad incoraggiare le opere di bene descritte nel brano del vangelo – gesti molto concreti a cui siamo chiamati continuamente - ad insegnarci ad amare; cura e premura che si sono manifestate in Cristo Gesù, pastore e re, compiendo le promesse di Dio fatte attraverso il profeta Ezechiele: cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna…le radunerò dove erano disperse, le condurrò al pascolo, le farò riposare. E poi ancora: andrò in cerca di chi si è perduto, ricondurrò chi è smarrito, fascerò chi è ferito, curerò chi è malato, avrò cura di chi sta bene ed è forte… Insomma, mi farò carico dei bisogni dei miei fratelli, dice Gesù. Egli è il Signore della gloria il cui altro nome è amore! Noi suoi discepoli non possiamo fare diversamente.
Per onestà, non possiamo tacere, le parole del vangelo che annunciano il giudizio a cui saremo sottoposti, un giudizio di misericordia se avremo usato misericordia; è sarà un abbraccio di tenerezza; un giudizio severo, invece, se saremo stati severi. In pratica Dio non farà altro che ratificare nei nostri confronti, rispettando la libertà dataci per amore, l’atteggiamento che avremo tenuto verso il prossimo, i fratelli nostri e suoi, i più piccoli tra costoro, i più poveri, gli ultimi, gli abbandonati, i condannati, i messi fuori, per qualche motivo, quanti, anche per colpa loro, vedono compromessa davanti ai propri simili la propria dignità, dignità di cui Dio si fa garante e difensore.
Andiamo incontro al Signore impiegando l’amore che ci è stato dato. Noi tutti diciamo di voler amare il Signore (che non vediamo); ma come possiamo farlo se non amiamo quelli che vediamo o che sappiamo essere nella necessità? Egli si è immedesimato con costoro, anzi è uno di loro. E anche se non riusciamo a vedere Cristo in tanti infelici, l’ignoranza non ci esonera dall’intervenire in loro favore. Un giorno saremo felicemente o amaramente sorpresi di essere stati davanti a chi ci è re e signore anche in questa vita, pur se le apparenze non lo dicono. E la nostra sorte sarà di conseguenza.
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