BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
Seconda Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia – 11.04.2021
Giovanni 20,19-31
Una Pasqua a “porte chiuse” o a “ferite aperte”? E soprattutto: quell’evento di grazia che il Padre ha voluto per il Figlio richiamandolo dalla morte può riguardare anche noi? Ci può essere una nostra risurrezione? Certo partecipiamo di quella di Gesù con il Battesimo che ci ha immersi nella Sua vita più forte della morte, del peccato. Ma davvero germoglia, fiorisce, porta frutto nella nostra esistenza?
La risurrezione che Gesù vuole per noi deve fare i conti con le “porte chiuse”. Non mi riferisco alle restrizioni e limiti imposti dalla pandemia: distanze, limitati contatti, abitazioni con poche persone, “porte chiuse” e solo eccezionalmente socchiuse.
Le porte chiuse che Gesù deve affrontare, e che non lo fermano, sono la paura, il timore che erano nei suoi discepoli, forse la vergogna di essere fuggiti. Porte chiuse potevano essere i sogni infranti, ogni speranza sepolta, come pure la cattiveria di cui temevano la minaccia.
Se da quei discepoli passiamo a noi, “porte chiuse” al Risorto sono la mancanza di vero affetto, vera amicizia verso di Lui, o questa superficiale, la non volontà di abbandonare il nostro sepolcro, la nostra tomba, quel peccato, quel vizio, quella pretesa in cui pensiamo di avere salvezza. A porte chiuse si ammuffisce, si soffoca. Ebbene Gesù non ci lascia, e viene, porta la pace: “Pace a voi”. La nostra risurrezione è possibile.
Ai cuori chiusi nello sconforto, infonde serenità, tranquillità, calma, gioia. E poi: “Soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo”. E’ il massimo! Quindi niente paura se le nostre porte sono ancora chiuse a questo evento di grazia. Importante è non essere assenti, verrebbe da dire, guardando al povero Tommaso che non era presente a quella inaspettata e misericordiosa visita.
Pasqua a “ferite aperte”? Sono quelle di Gesù Risorto, prima di tutto. Impressi nel suo corpo glorioso sono i segni dei chiodi, della lancia che ha lacerato il cuore, a ricordarci fino a che punto Egli ci ha amati e ci ama. Egli ci “mostra il fianco” perché abbiamo a comprenderlo. Chi ama, “presta il fianco” alla persona amata. No, non è debolezza “prestare il fianco”, è amore!!! Per smuovere il cuore dell’altro, per curare la sua incredulità o durezza.
Ora, poiché la risurrezione di Gesù, riguarda anche noi, noi vivi in Lui, non dimentichiamo che essere risorti con Lui con ci esonera dalle ferite che la nostra umanità può ancora conoscere. Ci scandalizziamo: come mai se Gesù è risorto e ha vinto la morte, noi continuiamo a soffrire e a morire? Dove sta la novità pasquale?
Stare con il Risorto non significa essere senza i segni terribili che il male ci lascia, ma vivere questi segni senza abbatterci, senza disperare, con amore, con speranza. E poi, quando Gesù invita Tommaso a mettere il suo dito nel segno dei chiodi, a toccare la ferita del costato, invita anche noi a fare di ogni dolore e sofferenza un luogo di amore e di fede. Le ferite aperte da accogliere, curare, fasciare, sono quelle di chi è attorno a noi, i nostri cari, i più poveri, i crocifissi che maggiormente patiscono in questa situazione.
Oggi è la festa della Divina Misericordia, festa voluta da Papa Giovanni paolo II. Ebbene, Misericordia è Gesù che non si fermare dalle nostre porte chiuse e porta pace. Misericordia è Gesù che “presta il fianco” a chi non crede perché creda. Misericordia siamo noi quando, con l’aiuto dello Spirito, “liberiamo” il mondo dal male con il perdono; quando non teniamo le “porte chiuse” ai fratelli e fuggiamo le loro “ferite aperte”.
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