domenica 20 marzo 2022

BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

3° Quaresima c – 20.03.2022 

Esodo 3,1-15   -   Luca 13,1-9

Nella presente situazione, con avvenimenti che ci angosciano, le cronache riportano cose tristi: omicidi, incidenti, catastrofi, guerra… io vado in cerca di una parola buona, di una notizia che mi tranquillizzi. Ne ho bisogno. E, invece, ci si mette anche il vangelo appena ascoltato, come se ne avessimo bisogno di queste brutte notizie, con l’eco della prima lettura che lascia immaginare situazioni di sofferenza dell’umanità che il Signore dice di amare. Gesù accenna a due fatti tragici che a quel tempo avevano suscitato molto scalpore: una repressione soffocata nel sangue compiuta dai soldati romani all’interno del tempio; e il crollo della torre di Siloe, a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime.

Non è disattesa la mia ricerca, non è inascoltata la mia preghiera. La parola buona mi viene da Dio stesso nella narrazione che apre ai fatti dell’esodo, alla liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Quando Mosè si avvicina per vedere quel roveto che brucia senza consumarsi, da quel fuoco, dapprima un grido poi una voce. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”.

Come vorrei sentirle anche in questi giorni tali parole d’amore, parole di fuoco, parole di Chi non può sopportare la sofferenza, di Chi è scosso dal grido di dolore dei popoli; parole che dicono vicinanza ed impegno da parte di Dio per liberare l’umanità per avviarla ad una terra bella e spaziosa, ad un condizione di bene e di felicità. Io credo, ne sono certo,  che in mezzo alla conferma dell’odio che mette gli uomini gli uni contro altri, ai pianti e alle grida di disperazione, Dio ripete ancora oggi queste parole e le metterà presto in pratica. Ecco perché allontano ogni presagio oscuro e terribile, perché Dio manterrà la sua Parola, la Sua volontà. E Maria, la Madre di Dio, la cui protezione sotto il suo manto siamo incoraggiati ad invocare, farà la Sua parte per dare salvezza, salvezza che passa attraverso la pazienza e l’opera instancabile del Figlio Suo, Gesù, con la potenza dello Spirito santo.

Altra parola buona è quella di Gesù, del vignaiolo, nella breve parabola del fico che non produce niente. Se al padrone viene di perdere la pazienza e ritiene inutile quell’albero di fichi perché sfrutta il terreno, “Taglialo dunque”, come se il Dio si stancasse di noi e dicesse: “Basta, non meritano gli uomini”, autentica bestemmia anche il solo pensarlo!, mi salva, ci salva, ci dà speranza la pazienza di Gesù, la cura, il tempo che ancora ci viene concesso: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.”

Gesù ci lavora: zappare, vale a dire smuovere, ribaltare, frantumare il terreno indurito, fare opera di diserbo, renderlo permeabile alla semina. Ciò che ci rovescia e ci ferisce, avvenimenti, parole, esperienze, può essere quest’opera previa al successivo intervento che è il concimare, porre nel terreno quanto lo protegge e lo rende fertile. Non si tratta di un concime transgenico che avvelena, ma un humus che reca beneficio e potenzia la crescita della semente. Sono tutte le attenzioni che alleviano ferite inevitabili per smuovere e trasformare appunto il cuore dell’uomo chiamato a produrre frutti buoni.

Nella vicinanza e partecipazione di Dio alla nostra prova e nella pazienza, nella cura di Cristo, il vignaiolo, sono il sostegno e la benedizione sulla nostra povera condizione, sul nostro impegno di conversione.

 

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