BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
Giovedì Santo - Cena del Signore – 14.04.2022
Gesù, “avendo amato i suoi, volle amarli sino alla fine”. Anche noi amiamo sino alla fine. Alla fine della pazienza, della speranza, delle nostre forze, e poi ci stanchiamo e cessiamo di farlo. Per Gesù invece è diverso, e “la fine” è il compimento del disegno del Padre, con cui si è fatto concorde, per dare liberazione e salvezza ai figli di Dio e suoi fratelli dalla schiavitù della morte, del peccato. Ma c’è molto di più della volontà di amare sino a questo punto. C’è il desiderio di farlo. La volontà farebbe pensare a qualcosa di obbligante, un dovere, mentre il desiderio è un trasbordare di amicizia e di affetto, dice un cuore incontenibile. Gesù lo manifesta questo: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”.
Allora la prima cosa che tocca il mio cuore, stasera, è questo desiderio grande, libero dono di sé che Gesù mi fa, che Gesù ci fa. Egli desidera farci accomodare alla Sua tavola, perché diventa Sua quella mensa per il cibo che viene consegnato e consumato, il Suo corpo e il Suo sangue, nel pane spezzato e nel vino versato. ACCOMODATI siamo attorno a Lui per apprendere il Suo amore certamente, come poi durante la cena raccomanda, ma anche per beneficiare e coinvolgerci in quella misura che gli è propria e che si manifesterà di lì a qualche ora sul Calvario. Gesù anticipa per i suoi, quasi presagendo che sarebbe scappati, il sacrificio che avviene sulla croce, un evento che rende sacra persino la morte quando si compie dando la vita, con amore, perdonando e volendo il bene. Desidera che non ne siano sprovvisti. E non lo siamo neppure noi ogni volta che comunichiamo al Corpo e al Sangue suoi nella celebrazione dell’Eucaristia, alla Sua tavola.
Lì Gesù ci serve l’amore! Lo serve ai suoi amici e discepoli, anche se non capiscono, anche se lo misconoscono, anche se lo tradiscono; lo serve a noi. Si fa nostro servo dandoci l’esempio narrato dall’evangelo di questa sera, chinandosi, anzi inginocchiandosi, lui Maestro e Signore, a lavare i piedi di coloro che ha voluto amici. Come Pietro non comprendiamo il gesto, ma non rifiutiamolo, impariamo invece la lezione. Accomodarci alla mensa di Gesù è partecipazione del sacrificio della croce, fare dono di noi stessi con Lui sino alla fine, ed è apprendimento di un’esistenza che è comunione con tutti e servizio gli uni verso gli altri; è effettivamente avere il Suo amore.
Quanto Gesù ha osato fare in questa sera annunciando la Sua Pasqua e invitandovi i suoi amici, ricordando loro che non c’è solo la schiavitù dell’Egitto dalla quale sono liberi, anzi più di quella schiavitù c’è la sua amicizia, muova anche il nostro desiderio di amare sino alla fine, di servire, di lavare i piedi gli uni agli altri. E’ il Suo testamento che Egli ci consegna, e noi non lo impugniamo, contestiamo o rifiutiamo. Aiutiamoci a custodirlo, a condividerlo con il mondo bisognoso di armonia, di pace, sin dentro le nostre famiglie, dove gesti di servizio umile e generoso, di accoglienza, stima e di perdono, diventano quotidiani.
Stasera, vinta la ritrosia che aveva Pietro, sentiamoci onorati, e grati, nell’essere e nel sentirci accomodati alla mensa di Gesù, dove Egli vuole metterci a nostro agio. Accettiamo che Lui ci lavi i nostri piedi, ci renda mondi, cioè capaci di accogliere la Sua amicizia. Nel ripetere noi ora il gesto Suo che ha compiuto verso i discepoli, la lavanda dei piedi, ad alcune persone che in questi anni di pandemia hanno svolto il particolare servizio di accoglienza nella comunità, e ricordandone tante altre chiamate ad amare e a servire che ci sono nella nostra esistenza, gli diciamo che crediamo nel Suo amore e, partecipando alla mensa pasquale, di questo amore vogliamo vivere sino alla fine.
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