BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
14° Domenica C – 03.07.2022
Isaia 66, 10-14c - Galati 6, 14-18 Luca 10, 1-12.17-20
Domenica scorsa, come narrava il Vangelo, Giacomo e Giovanni, discepoli di Gesù, avevano “toppato”, come si dice, fallendo l’approccio con la gente nel tentativo di preparare la strada al Maestro. La gente non voleva accogliere Gesù, e, se fosse dipeso da loro, li avrebbero fulminati tutti. Gesù comprende che i suoi hanno bisogno di un codice di comportamento per non creare guai, un protocollo da osservare per essere veri annunciatori della Sua presenza, del Suo passaggio. Il Vangelo di oggi ci indica i vari passi di questo protocollo del discepolo.
Li inviò a due a due. La prima testimonianza di essere discepoli di Gesù, di parlare di Lui, è “mai senza l’altro”, è una testimonianza di comunità, dove è possibile mostrare che Lui è tra noi, che ci crediamo, ci vogliamo bene, ci sorreggiamo l’un l’altro. Questo in famiglia, nell’amicizia, nelle relazioni di cui è fatta l’esistenza. Anche Gesù non si muoveva da solo, il Padre era con lui.
Vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Siamo inevitabilmente fragili, deboli, troppo buoni…in un mondo che si mostra duro, violento. E Gesù continua a mandarci così nella vita: non diventate violenti! “Imparate da me che sono mite ed umile”. Pazienti, offrite una parola debole, una parola che interpella senza imporsi, una parola che invita senza pretendere! Una parola che regala quanto c’è di più prezioso: “Pace a questa casa!”
Non portate borsa, né sacca, né sandali. A noi paiono, e sono, per le necessità vitali che abbiamo, cose assolutamente necessarie. E se diventassero pesi inutili! Non pensiamo solo a cose materiali, soldi, denaro, comodità, sicurezza…Quante volte ci tiriamo dietro ciò che invece ci frena, ci rallenta, ci sfianca; le stesse preoccupazioni, situazioni che sono come pietre nelle valigie, le delusioni messe insieme, quello che sarebbe andato storto. Dobbiamo imparare a lasciar andare la nostra vita, la strada fatta, senza voltarci indietro.
…dite: “Pace a questa casa!”. E’ la parola che calziamo e sulla quale camminiamo. Non ci sono altri sandali, altre sicurezze protezioni su questo terreno a volte infido, sconnesso, che non fa solletico ai nostri piedi e al nostro cuore. Solo l’uomo libero indossava i sandali. Gesù chiede di lasciarli, perché non portiamo noi stessi, ma la Parola che un altro ci consegna. E la nostra identità è quella di servi della Parola. Non si tratta di chiamare sempre in causa il vangelo con le nostre parole, ma di dirlo con la nostra pace.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno. Sì, ospiti discreti, senza pretese o giudizi a priori, entriamo con delicatezza, chiedendo il permesso, nella vita degli altri, portando un annuncio di guarigione: “È vicino a voi il regno di Dio”. E’ il prenderci cura dell’altro. Una libertà ci è concessa, e ne siamo grati, una libertà, quella di ci accoglie, rispettiamo, una libertà, quella di andarcene, ci prendiamo, se la Parola viene respinta. Viva la libertà! Unico terreno dove può camminare l’amore…scalzo!
…nulla potrà danneggiarvi. Se le cose prenderanno la piega di un fallimento, o meglio insuccesso, se noi abbiamo fatto quello che dovevamo fare come discepoli di Gesù. Gioiamo se va bene, ma non rattristiamoci se è andata diversamente. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli. Così l’ultimo paragrafo di questo protocollo del discepolo è quello definitivo che non ci fa rinunciare o dare le dimissioni, è quello della gioia garantita, per cui vale la pena firmare questa amicizia di Gesù con noi. Saremo contenti! E quindi buoni! Discepoli suoi, gli prepareremo la via, avremo e porteremo pace.
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