lunedì 3 luglio 2023

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

13° Domenica A – 02/07/2023

2Re 4,8-16     -    Romani 6,3-11    -    Matteo 10,37-42

La parola di Dio che è stata proclamata è un invito, sia nella prima lettura che nel santo vangelo, all’accoglienza quale segno di amore che deve crescere; segno di un amore che, nella sua crescita, non è a noi sempre  comprensibile. La parola forte, esigente, esagerata, scandalosa come ci appare, di Gesù: “chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia, più di me, non è degno di me”, ci mette in difficoltà. Gesù non intende entrare in concorrenza con gli affetti più cari di cui è fatta la nostra vita. Ci chiede di dare loro l’affetto migliore, e si propone decisamente come fonte inesauribile, limpida, sostegno del nostro voler loro bene. Non entriamo stamane nel merito delle affermazioni di Gesù a noi, come dicevo, poco comprensibili. Abbisognerebbero di una riflessione corretta.

 Fissiamo attenzione e cuore all’accoglienza quale indizio sincero di amore.  E lo facciamo soffermandoci sulla prima lettura, su un preciso particolare che non è solamente decorativo della narrazione: uno straniero, divenuto familiare alla casa di una donna, una pagana, e di suo marito, presso di loro trova ospitalità. Questa accoglienza è fonte di benedizione.

 Anche quelli della nostra casa o famiglia, a volte li abbiamo fatti a noi estranei, stranieri. Dobbiamo ritrovare una nuova accoglienza, un amore nuovo. Ci aiuta in questo il curare l’arredo della casa o della famiglia; pur modesto ed essenziale, deve essere piacevole, comodo, anche funzionale.

L’accoglienza è l’arredo. Innanzitutto, vedendo nell’altro un uomo di Dio, un santo, non per le qualità che presenta, ma per il mistero che è in lui, nel suo essere persona. E gli mettiamo a disposizione, gli offriamo: “…una piccola stanza superiore, in muratura, un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere”. Questi arredi possono dire il cuore con cui accogliamo e amiamo. Eccoli:

 “…una piccola stanza superiore, in muratura”: è quella riservata all’ospite di cui si riconosce la dignità. Le stanze al pian terreno erano adibite ad alloggio di animali, a deposito attrezzi, a garage diremmo oggi, e quelli della casa vi si adattavano. Ma la stanza superiore no. Era per gli ospiti a quali andava ogni onore. Il primo segno di amore è di accogliere riconoscendo e rispettando l’alta dignità di ogni persona. Delicata e premurosa questa accoglienza.

 “…un letto”: chi accogliamo venendo da lontano o vivendo con noi deve poter trovare riposo dalle fatiche, ritemprare le proprie forze. A volte capita di non vedere, non comprendere o di appesantire la stanchezza altrui, pensando  un po’ troppo alla nostra, con la paura di perdere il nostro sonno e la pace. Dolce questa accoglienza.

 “un tavolo”: una mensa dove rifocillarsi, nutrirsi, spezzare cibo e amicizia, sollievo e sorriso, pensieri e passi; “una sedia”: dove, seduti in bella confidenza, raccontarsi e condividere sogni e desideri, non badando al tempo. Arredi di una piacevole accoglienza. Non manca “un candeliere”, vale a dire accanto ad un ascolto attento e cordiale, la possibilità di offrire una parola buona, illuminata, un consiglio saggio e illuminante, un incoraggiamento che  rianima il cuore di chi abbiamo accolto. Benedetta accoglienza.

 Piccole concrete attenzioni che ci avviano ad amare come Gesù, a prendere la croce, cioè il carico di amore che ci è affidato, carico che a volte si ha l’impressione che ci faccia perdere. L’annuncio che Dio ci è vicino è anche in queste attenzioni, come in “un solo bicchiere d’acqua fresca che il discepolo ha dato nel nome di Gesù”. Questi non perderà la sua ricompensa, la sua benedizione.

 

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