BRICIOLE di PAROLA... nell'omelia
14° Domenica A
-09.07.2023
Zaccaria 9,9-10 - Romani 8,9-13 - Matteo 11,25-30
Oggi
vi devo dire una cosa stolta, stoltissima. Non abbiatene a male o offesi. Il
Signore ha bisogno di un asino! E’ quanto dice chiaramente la Parola di Dio
stamane: il Signore ha bisogno di un asino. Io mi auguro di esserlo, e se non
vi offendete di esserlo pure voi: asini. Ha bisogno di un asino, figlio di una
puledra – dice la parola del profeta Zaccaria -, parola che si realizzerà
quando Gesù entrerà a Gerusalemme cavalcando un asino e, in certo senso
coinvolgendolo nel compiere la sua missione Un asino scelto per indossare il
suo giogo, come dice nel vangelo, che è l’amore, e per portare questo carico
che comunque è leggero. Ogni passo compiuto nell’amore e per amore è leggero,
ogni fatica lo è.
Perché il mio Signore preferisce un asino invece di superbo destriero? Perché quest’ultimo è riservato ai signori della guerra che annientano i nemici, ai potenti che dominano sui sudditi, ai grandi che schiacciano i piccoli. Ma il mio Signore, il Dio in cui credo, e che è venuto a noi e si è manifestato nell’umanità di Gesù, è umile re di pace. Ed è questa la Sua gloria: l’umiltà e la pace. L’umiltà con cui si presenta a noi, per non schiacciarci con la sua grandezza, ma per riconoscere la nostra; umiltà per non imporci nulla, neanche il Suo amore, ma solamente offrendolo. Quando, e questo capita tra noi, lo si impone, non si ama! Poi, umiltà che si esprime nel servizio, nel chinarsi a lavare i piedi a noi, di dare la vita per noi; umiltà che diventa insegnamento e testamento da raccogliere. Questi è Dio in Gesù!
Noi amiamo il montare in superbia, e non ci teniamo affatto di essere “piccoli”, come Gesù chiama i suoi nel vangelo; essere di quelli che non contano, di quelli che non valgono. Questi sono “stanchi e oppressi” nella loro condizione in cui sono tenuti, sentono il giogo di un’esistenza tribolata, umiliata. Ma poiché chi ci ama non vuole perderci, ed è pericoloso non aver nessuno che ci guida un giogo speciale viene offerto. Il “giogo” – lo sappiamo - è l’attrezzo che si metteva sopra gli animali per condurli nel lavoro. Lo propone Gesù per condurci a libertà. Ed ecco che, addirittura, l’asino non è più un animale da soma, ma diventa complice, collaboratore di colui che lo cavalca, che l’ha voluto al suo servizio. Questo giogo che ci promuove a collaboratori, di più amici di Gesù, che insieme a Lui fanno strada, pari passo, secondo la volontà di Dio, è la relazione con Lui, il legame con Lui. Rende la vita più leggera e aiuta a portare i pesi con più dolcezza. Egli è il “giogo” dolce e il suo carico è leggero perché è l’amore.
Colui che cavalca l’asino e lo guida, non lo sfianca, non andrebbe più avanti. Ebbene, Gesù sa che, a volte provati e sfiniti, abbiamo bisogno di ristoro, non vuole che tiriamo come asini, nel senso più triste della parola. Egli ci fa trovare presso di sé il giusto “ristoro”, che è riposo, cioè riporre in Lui ciò che ci pesa, affidarlo a Lui; “ristoro” che è non è biada o fieno, ma cibo che dà forza, cibo che ha promesso a chi crede in lui e che qui abbiamo; “ristoro” che non è la proverbiale carota, ma è una carezza, parola buona che ci fa piacere ascoltare. Con il ristoro di Gesù non vale più il proverbio “raglio d’asino non raggiunge il cielo”, perché si fa canto il mio raglio; e soprattutto perché il cielo è sceso e si è accomodato con il suo dolce peso su di me, onorato di essere indegno Suo asino.
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