lunedì 2 ottobre 2023

 BRICIOLE di PAROLA ...nell'omelia

26° Domenica A – 01.10.2023

Ezechiele 18,25-28  e Matteo 21,28-32

Gesù utilizza questa parabola che parla della relazione tra un padre e i suoi figli per descrivere le diverse modalità con cui noi ci relazioniamo con Dio, appunto nostro padre.

Innanzitutto il Signore Dio, nostro padre, ci richiama alla nostra responsabilità, come il padre della parabola fa nei confronti dei figli. Perché ha fiducia, conta su di noi, ha bisogno di noi,  ma anche ci vuol far partecipi dei suoi beni. E’ un padre buono che desidera pure la nostra maturazione davanti agli impegni della vita. Così vogliamo pensare Dio, ed è una buona notizia avere un padre di tal fatta, e non un comandante intransigente. Un padre che accetta la risposta che gli diamo, e non batte i pugni, non grida, e neppure si disinteressa di quello che faranno i figli o li ricatta. Semplicemente conta su di loro e sul loro aiuto.

Veniamo ai due figli di cui parla la parabola evangelica, e magari ci identifichiamo in essi. Esprimono due atteggiamenti che convivono in noi che si alternano nella nostra vita rispetto al bene o alla volontà di Dio. In alcuni momenti prevale il figlio che non ha il coraggio di disobbedire, in altri emerge il figlio ribelle che vuole affermare se stesso. Forse vediamo la nostra fotografia.

Il figlio ribelle è capace di confessare quello che sente dentro: di andare nella vigna proprio non ha voglia! È un uomo che ha la capacità di dire la verità che ha nel suo cuore: no, non ne ho voglia. Ma è anche capace di riconoscere che c’è dell’ altro in lui o che coglie nell’comando fattogli: c’è il desiderio del padre, c’è probabilmente un’urgenza, c’è una responsabilità. E così cambia risposta. Questo figlio è un uomo libero, capace di cambiare il suo proposito perché trova un bene più grande, sa rinunciare alla sua prima reazione con cui si nega al padre. Insomma, un buon figlio.

Il secondo figlio è falso. Somiglia a noi quando non diciamo quello che sentiamo dentro. Ci nascondiamo per paura, per il giudizio, forse perché non vogliamo deludere o perché temiamo le reazioni degli altri. La cosa grave è la finzione: questo figlio inganna. Può darsi anche che sia soltanto superficiale, immaturo. Si è lanciato avanti, ha promesso la sua disponibilità; ha detto subito di sì, non ha misurato le proprie forze, senza rendersi troppo conto delle conseguenze e degli impegni che si era preso. Non giudichiamolo troppo in fretta; potremmo tirarci la zappa sui piedi con una sentenza su di noi che dà delusione al padre, a Dio. Questi, comunque, non toglierà mai a nessuno il suo affetto. Certo, rimane che la volontà del padre è stata eseguita da chi inizialmente era stata respinta. E questo fa sperare che ogni rifiuto o resistenza può tramutarsi in un sì, in una bella obbedienza alla fiducia che è riposta in noi da chi ci vuole bene.

Talvolta tacciamo, offendiamo gli altri di essere “pubblicani e prostitute”, peccatori, ma costoro, pentitisi dei loro no, ci passano avanti nel regno di Dio.

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