BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
27° Domenica A – 08.10.2023
Isaia 5,1-7 Matteo 21,33-43
Affittuari o padroni? E’ la domanda che viene dopo questa parabola di Gesù. Possiamo cullare l’ illusione di poter fare quello che vogliamo con ciò che ci è stato affidato. Consideriamo infatti la nostra vita, che ci è stata affidata, come qualcosa che è nostro, una nostra proprietà, di cui possiamo fare quello che vogliamo. Si tratta evidentemente di un’illusione, dal momento che non c’è nulla che ci appartenga stabilmente e che non ci possa essere tolto in qualsiasi momento: gli affetti, la salute, i compiti, la vita stessa!
Gesù, attraverso l’immagine della vigna affidata ai contadini, ci fa riflettere sulla tentazione del possesso, laddove le cose ci sono date solo in affitto. L’immagine usata da Gesù è molto chiara: la vigna è stata data ai contadini in affitto, non è una loro proprietà. Ogni dono che abbiamo ricevuto nella nostra vita, ovvero tutto ciò che siamo e abbiamo, non può diventare e non diventa mai nostra proprietà.
Dopo aver affidato la vigna ai contadini, il padrone però se ne va lontano: questa espressione potrebbe da un lato suscitare una certa angoscia, come se Dio si allontanasse da noi, lasciandoci a noi stessi. D’altra parte però è anche l’immagine di un Dio che si fida, prova a lasciarci fare da soli. Ma qui può arrivare la tentazione. Non vediamo più il legittimo proprietario e ci illudiamo di poterci sostituire a lui.
Arriva sempre però il tempo, il momento in cui siamo messi davanti alla realtà. Ci sono situazioni della vita che ci ricordano che non siamo i proprietari. Non possiamo sfuggire il tempo, chiamiamolo così, della restituzione, in cui siamo chiamati a ridonare, riconsegnare, quello che abbiamo ricevuto, a restituire la nostra stessa vita.
E il pericolo che incombe su di noi, quando siamo presi dall’illusione di voler possedere e non accettiamo la realtà, è che arriviamo a mettere chi ci ricorda la nostra condizione di affittuari fuori dalla nostra vita. In questo caso è Dio, è Gesù, è il Signore. Dice la parabola che i contadini cacciarono fuori il Figlio, l’erede, che tra l’altro, lo sappiamo, non vuole tenere tutto per sé, e lo uccisero. È quello che facciamo anche noi. Cristo non trova più accoglienza nella nostra vigna, nelle nostra vita, sebbene gli appartenga! Quante volte, con presunzione, superbia, orgoglio, invece di sentirci onorati e grati di avere un bella opportunità, diciamo, in parole e scelte: “la vita è mia e me la gestisco io”.
Lasciamoci guidare dallo Spirito Santo che ci dona la saggezza per lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività; un lavoro che ha in serbo una grande gioia se, invece di rifiutarlo, e di “ucciderlo” dentro di noi, daremo accoglienza al Figlio che il Padre ha mandato perché abbiamo vita, portiamo frutto e frutto in abbondanza.
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