BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
33° Domenica A
– 19/11/2023
Matteo 25,14-30
L’esistenza nostra non è destinata a sciogliersi come neve al sole, né è condannata la vita a finire in una tomba.
La parabola delle dieci ragazzi che uscirono ad attendere lo Sposo, come narrava il vangelo domenica scorsa, ci annuncia che siamo invitati ad una festa, per cui dobbiamo vigilare con lampade accese e scorte di olio, la carità che illumina la nostra attesa e le notti che conosciamo.
Oggi, con questa nuova parabola, Gesù ci aiuta a non scavarci da noi la fossa, a non finire noi, in una buca, e a seppellirci. Perché questa è la mancanza del servo che non impegna il talento che ha ricevuto, la sua irresponsabilità, altro che prudenza! Non è che lui abbia ricevuto meno, abbia avuto meno fiducia da parte del padrone, quanto piuttosto non ha valorizzato se stesso, le sue personali potenzialità. Non ha saputo essere quello che gli era chiesto.
Noi
siamo come lui quando non viviamo quello che siamo, e stiamo lì a confrontare;
quello ha avuto di più, quell’altro meglio, io sono questo. E’ avere una bassa
considerazione di sé quello che ci blocca; è la paura di non farcela. E poi noi
la attribuiamo, la paura, ad altri, persino a Dio stesso che sappiamo,
facendoci una cattiva e ingiusta idea di lui, severo oltre misura.
Nella parabola delle ragazze addormentate, la bella notizia, sta in quel grido che le ha svegliate, in quella voce che ha richiamato la loro attenzione. Certamente le sprovvedute di olio si sono trovate a mal partito, ma questo è colpa loro, della loro stoltezza, ma quella voce ha riacceso il cuore e illuminato il volto di chi era stato invece previdente.
Nella
parabola di stasera, la bella notizia, sta nella fiducia del padrone che ha
consegnato ai servi un capitale, augurandosi e incoraggiandoli a farne buon
uso, saggio investimento. E se, sempre nella parabola di domenica scorsa,
l’insegnamento era di vegliare perché non sappiamo né il giorno né l’ora in cui
lo Sposo verrà e ci farà entrare nella festa della vita, alle sue nozze, quello
di oggi è di saper rischiare con la medesima fiducia di cui abbiamo goduto
trovandoci in questa vita.
Mi sono chiesto: che cosa mi induce a rischiare la mia vita? Non certo la superficialità: che vada come vada; non certo l’ignoranza circa il bene e il valore che mi è stato consegnato; non certo la voglia di competere e apparire più bravo di altri, potenzialmente più dotati di capacita ed opportunità.
Nella vita si rischia sempre per un bene che si ritiene più grande, per una felicità sempre maggiore, per una passione che non si riesce a contenere, per un amore che supera ogni cosa, e ogni paura. Succede spesso nella famiglia, per e con i propri cari che amiamo; succede là dove sentiamo di dover dare il nostro contributo per rendere migliore l’ambiente in cui viviamo. Il rischio è la forza propulsiva che spinge un desiderio alla realizzazione; è l’assunzione della corresponsabilità che ci viene chiesta nelle vicende della vita.
L’appello di Gesù a essere fedeli nel poco, è invito a non tradire noi stessi, a non seppellirci, mettendo da parte o nascondendo la bellezza di quello che siamo. Piuttosto a chi ha trafficato sarà dato molto di più, chi, invece, ha impegnato poco, perderà anche quel poco che ha.
Nessun commento:
Posta un commento