BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
3° Avvento C – 15.12.2024
Sofonia 3,14-17 - Filippesi 4,4,-7 - Luca3,10-18
“Non temere, non lasciarti cadere le braccia! …siate sempre lieti… Non angustiatevi per nulla”. Che incoraggiamento! Che bellissime parole! Come fa bene sentirle, se non fosse che subito dopo vediamo enormi ostacoli, dobbiamo far fronte a non piccole difficoltà, dapprima la paura e poi la delusione. “Tu non temerai alcuna sventura”, incalza la Parola, “il Signore è un Salvatore potente”; e poi: “fate presenti a Dio le vostre richieste e la pace Sua custodirà i vostri cuori”. Davvero sono parole di grande speranza.
Se, nella fede che professiamo, diamo spazio a queste parole di incoraggiamento che ci rassicurano circa il presente ed il futuro, non possiamo stare con le mani in mano. Benissimo le promesse di bene, come ci ricordava la prima domenica di questo tempo di attesa vigilante; ma a noi è chiesto di fare la nostra parte. Ecco allora la domanda che rivolgevano a Giovanni, precursore di Gesù, le persone delle più disparate categorie: “Che cosa dobbiamo fare?”; per permettere a Dio di mantenere la Sua Parola, di realizzare quanto promesso. Per quanto siamo diversi, siamo tutti accomunati da una domanda, da un'unica necessità: avere salvezza.
Però, prima di questa domanda, a volte ce ne troviamo un’altra, che la blocca prima ancora che la manifestiamo. Ed è questa: ma che senso ha quello che sto facendo? Una domanda che, invece di schiantarci, provvidenzialmente ci spinge anche a riprendere in mano la nostra vita. Pensiamo di darle senso riempiendola di cose, cercando magari nuovi stimoli, nuovo potere, nuove ambizioni…Occorre, invece, cercare il vero compito della vita per concorrere al bene che Dio vuole per noi. E la gioia, a cui ci invita la liturgia di oggi, nasce in noi quando lo capiamo. Molta infelicità e tristezza, che poi si mutano in rabbia e violenza, sono perché abbiamo sbagliato obiettivo, ci siamo ingannati, o ci siamo lasciati ingannare.
Qual è il compito che Dio mi affida nella mia vita? A cosa mi chiama? Egli viene perché io, con il suo aiuto, possa rispondergli. Impossibile, diciamo, non ce la faccio! Le cose non possono cambiare, la realtà non muta. Non è vero. Ognuno deve trovare la propria via per cambiare la vita. Vedi le indicazioni di Giovanni, che “evangelizzava”, cioè diceva parole buone, parole che fanno bene: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». E ai pubblicani riscossori esosi delle tasse ai poveri: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati risponde: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Nessuna situazione di ingiustizia è senza
speranza, nessuno è escluso dalla possibilità di salvezza, di vedere realizzate
le promesse di Dio, di avere gioia e pace, di portare gioia e pace; persino
coloro che hanno a che fare con le armi e con i soldi sporchi. Anche nella loro
condizione è possibile ritrovare Dio, cambiare. Giovanni Battista non ordina
loro di distruggere la loro vita, ma li invita a trasformarla. A volte infatti
non possiamo cambiare le nostre situazioni, ma possiamo sempre trasformare il
modo in cui le viviamo.
Abbiamo bisogno di prenderci cura della nostra umanità malata, malata di egoismo, di invidia, di cattiveria, Dio viene a salvarci. E oltre quella che viene a noi, pure per lui saremo motivo di gioia. E questo è amore!
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