lunedì 17 febbraio 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

6° Domenica C – 16/02/2025

Geremia 17,5-8   -   Luca 6,17.20-26

 

Un’affermazione nitida, ma anche sconcertante: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Così comincia la proclamazione della Parola oggi. Assai poco delicata, direi, ma corrisponde a verità. Ci è familiare il detto: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Il profeta Geremia comunque non c’invita ad essere ancora più prudenti, a stare ancora più in guardia. Piuttosto dice: Non riponete la vostra fiducia nei valori che vengono proposti dagli uomini. Il mondo basato su  valori che si rivelano falsi – vedi poi gli avvertimenti di Gesù o lamentele -  è come un deserto inabitabile, è un luogo dove è impossibile vivere. Maledetto non vuol dire che Dio lo castigherà, ma che si è rovinato puntando sui valori sbagliati.

 

Diversamente, l’uomo benedetto, quello che punta su Dio, è come un albero piantato presso le sorgenti d’acqua. Anche nel periodo della siccità mantiene le foglie verdi, produce frutti gustosi. Chi fonda la sua vita su Dio chi crede, accoglie e segue Gesù, che è molto di più di un valore, anche se agli occhi degli uomini appare come un fallito… è beato!  Il bene fatto, l’amore seminato, la pace che ha costruito rimarranno per sempre.

Nel vangelo, con questo discorso delle “beatitudini” e di contro dei “guai” Gesù indica che testimoni della buona notizia, l’amore di Dio, sono anche i poveri, gli affamati e gli afflitti di ogni genere, quelli che proprio per la loro condizione di mancanza e di disgrazia, possono aprirsi all’annuncio di Gesù e sperimentare la presenza di Dio. In loro la speranza è forte. Quelli che, invece, tutto possiedono, e ritengono di non aver bisogno di nessuno, rimangono chiusi e refrattari all’offerta che viene loro fatta, l’offerta di una beatitudine che non può essere da nulla distrutta; mentre quella che viene dalle cose, presto si disgrega.

Il regno è dei poveri. La beatitudine non nasce dalla condizione di miseria o di malattia. Essa consiste nel fatto che Dio ha scelto di occuparsi di loro non tanto per risolvere la situazione in cui sono. Molto, infatti, dipende dalla nostra attenzione e solidarietà. Sono “beati” perché Dio sta con loro. Malati e afflitti, pur nel dramma e nella sofferenza, non debbono essere più disperati perché Dio li ha scelti come suoi amici e su di loro riversa la sua presenza. Chi conosce la fragilità della vita, sente il bisogno di essere salvati e aspettano l’aiuto e la salvezza di Dio. “Voi siete felici quando non avete niente, quando piangete, quando vi odiano, quando vi insultano, perché in quel momento sono io la vostra ricchezza, la vostra consolazione, la vostra difesa”.

Gesù, nel suo discorso, aggiunge ai quattro «beati voi», altri quattro «guai a voi»: guai a voi ricchi, guai a voi sazi, guai a voi che ora ridete, guai a voi quando tutti vi diranno bene. Non sono una minaccia, ma una lamentazione, un appello accorato, nella speranza di aprire gli occhi a quanti sono resi ciechi dal loro attaccamento alle cose, e se, per riprendere una parola della prima lettura, confidano solo in se stessi.

E’ fuor di dubbio che tutti vogliamo essere felici. E’ la domanda fondamentale che abita nel cuore di tutti noi. Ci sono delle mancanze che sembrano impedircelo. Ma c’è un ultima considerazione che …per tutti di speranza. “Beati voi”, “guai a voi”: Dio fa forse discriminazione? No, perché Egli la supera. Benedetto o maledetto che tu sia, sei sempre immensamente amato! Questo ti salverà.

martedì 11 febbraio 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

5° Domenica C – 09.02.2025

Isaia 6,1-8   -   Luca 5,1-11

Noi tutti abbiamo e conosciamo notti insonni, fatiche vuote, giorni di rabbia. Immaginiamo lo sconforto, la delusione, e sì, anche la rabbia di Simone per non aver preso nulla in quella notte di lavoro sul lago. Non saranno mancate nemmeno le imprecazioni, magari sbattendo la barca sulla riva. Eppure diventa un momento propizio per ricominciare una vita nuova. Certo, nella nostra storia ci sono momenti rischiosi, non troviamo il coraggio di reagire e rimaniamo schiacciati sotto il peso di qualcosa che è andato in fumo, delusi fortemente nella nostra speranza di concludere qualcosa di buono, nell’esistenza personale, nella famigli, nel lavoro.

A questo punto ci accorgiamo, dal Vangelo ascoltato ora, che il Signore vuole entrare nei nostri fallimenti. Egli non vuole approfittare della nostra debolezza, o caduta, o flop, per farceli pesare, per farci sentire che non valiamo nulla nonostante la nostra esperienza o competenza; non deride i nostri sforzi, il nostro impegno.  Semplicemente ci raggiunge, perché egli desidera salvare la nostra vita; si fa avanti, verso la nostra barca...vuota di risultati e colma di delusione. Così, Gesù entra nella vita di Simone proprio in un momento di fallimento, e gli chiede di compiere un gesto che poteva essere una presa in giro: ributtare le reti al largo in pieno giorno. Gesto impensabile e irrispettoso per un pescatore provetto come poteva essere Simone con i suoi compagni.

Gesù veniva da un lungo discorso alla gente, aveva anche operato dei segni, e adesso ha una parola nuova per Simone, una parola sorprendente e per certi versi, come dicevo, imbarazzante che coinvolge anche altri: prendi il largo e calate le reti! Torna là nel luogo del tuo fallimento, dove non hai preso niente, ma tornaci con la mia Parola. Ed è questa Parola, l’obbedienza ad essa, che porta ad una pesca inaspettata, abbondante. Era stata desiderata, cercata con fatica tutta la notte, ma solamente ora era abbondante. Non temiamo di tornare nei luoghi della nostre fatiche, dei nostri fallimenti, ma con la Parola di Gesù, obbedienti, e con Lui possiamo trasformarli in occasione di grazia e benedizione.

Innanzitutto Per Gesù va bene quello che siamo, non ci dice mai che siamo sbagliati o che dobbiamo essere qualcos’altro. Aggiunge però, nei riguardi di Pietro, che sarà sì pescatore, ma pescatore di uomini: quello che sei lo voglio valorizzare, desidero mettere quello che sei a servizio del Regno di Dio. Egli non mi cambia i connotati, rispetta quello che io sono.

Due cose mi sono chieste.

Prima : la fiducia nella Sua Parola: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Una grande fiducia! Contro ogni evidenza di fare forse un gesto irragionevole. Conto solo su di te, Signore!!! Seconda: accogliere sì Gesù, e scostarsi un po’ da terra; addirittura “prendere il largo”. Cioè fare quel poco o quel tanto che è nella mie possibilità. “staccati, allontanati da questa delusione, vai di nuovo, muoviti…”. Sì, il Signore ci aiuta con la potenza della Sua parola, ma anche noi, anch’io devo darmi una mossa. La fiducia deve essere completa, e sarà efficace.

 

Invece di sentirsi demoralizzati, sconfitti, o presi in giro, nei fallimenti o negli ammanchi della vita, benediciamo il Signore. Perché, come riconosce Paolo, nella sua lettera, seconda lettura, e come certamente avrà espresso Simone, già Pietro, gettandosi alle ginocchia di Gesù: “per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata, e non lo è mai, vana”.

 

martedì 4 febbraio 2025

BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia 

4° Domenica A – 02.02.2025 – Presentazione di Gesù al tempio

Luca 2,22-32

Noi tutti coltiviamo dei sogni, viviamo di sogni. E anche se la vita e le sue vicende ci deludono non rinunciamo a sognare. E se qualcuno ci dice che dobbiamo essere concreti e stare con i piedi per terra, noi teniamo stretta la nostra speranza.

Simeone e Anna sono un uomo e una donna che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli ai loro sogni, alla promessa che avevano sentito nel loro cuore. Queste due persone anziane non sono mai venute meno al loro sogno, alla loro speranza, ed hanno avuto in dono, come risultato, l’incontro con Colui che è la luce delle genti e la salvezza del mondo, Gesù, portato al tempio per essere presentato e offerto a Dio come tutti i primogeniti, secondo la legge di Mosè. Sì, questa è la festa dell’incontro, come dice la parola nella lingua originale; l’incontro con la speranza che ora è presente.

Simeone ed Anna, nel corso della loro lunga esistenza, avranno pure conosciuto qualche momento in cui erano tentati di smettere di sperare. Se pensiamo a noi che pretendiamo realizzazioni immediate, che ci stanchiamo molto presto di attendere, forse pensiamo che anche a loro sarà successo. Invece, devono aver continuato ad alimentare quella speranza ogni giorno, perché hanno riconosciuto la risposta ai loro sogni non nel maestro che predica o nell’uomo sulla croce, ma appena hanno visto un bambino, un germoglio, la possibilità che quel progetto potesse realizzarsi. Com’è grande, al contrario, la nostra incapacità di riconoscere i piccoli germogli di speranza che Dio semina lungo la nostra strada.

Come vivono Simeone e Anna questo incontro con la speranza che si presenta loro? Simeone dapprima è mosso dallo Spirito, poi vede nel Bambino la salvezza e finalmente lo accoglie tra le braccia. Anna, poi, con la sua fedeltà al Signore, parla a tutti della consolazione che quella speranza reca al mondo.

Anche noi siamo chiamati ad ascoltare quelle ispirazioni dell’animo che avvertiamo dentro di noi per valutare se provengono dallo Spirito Santo o da altro, e così ci moviamo verso la speranza. E poi con occhi nuovi su noi stessi, sugli altri, su tutte le situazioni che viviamo, anche le più dolorose, vediamo anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti la presenza, la salvezza di Dio. Infine: accogliamo Gesù tra le nostre braccia, un gesto di tenerezza e di amore più forte di ogni dubbio o scoramento, e diventiamo  a nostra volta capaci di parole di benedizione, di lode, di stupore; portatori di speranza agli altri. Speranza che il male sarà smascherato e vinto, speranza che la luce sarà per tutti.

Anche Anna ci è maestra di speranza, che risiede innanzitutto nella fedeltà. Rimasta vedova ancora in giovane età, scegliendo di rimanere nel tempio, cioè in Dio, è il simbolo di quelle persone che pur vivendo situazioni di precarietà, di perdita, di disorientamento, non vengono meno alla loro fedeltà al Vangelo, al bene, alla verità.

 

Infine, non può mancare una conferma alla speranza che Dio ha dato al mondo mandando il Figlio. E’ Maria, la madre; anche se per consegnarcela dovrà essere partecipe di un dolore profondo, come le doglie di un parto che non sembra aver fine, quello presso la croce : “anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Coltivare, donare speranza, non esonera dal dolore, non sfugge alla legge del chicco di grano che muore per portare frutto.

Oggi nell’incontro con Colui che è la speranza del mondo, attraverso questi poveri e umili operatori di tanta grazia, Simone, Anna, Maria con Giuseppe, ci è data la luce più forte di ogni tenebra, la benedizione più grande di tutte.