domenica 23 marzo 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

3° Quaresima c – 23.03.2025

Esodo 3,1-15   -   Luca 13,1-9

La nostra conversione non può che avvenire nella vita e davanti a ciò che vi accade. Siamo nella necessità di leggerla e interpretarla la vita per poter “portare frutto” come pazientemente attende il Signore che ce l’ha donata. Interpretare la vita e i fatti che vi accadono non significa cedere alla fatalità o vedere in essi, quando sono tristi e dolorosi, come i fatti di cronaca ricordati da Gesù, dei castighi per i nostri peccati, punizioni attribuite a Dio che ci farebbe pagare le nostre colpe. Se ci sono dei delitti o tradimenti, questi sono attribuibili all’uso della violenza di chi li compie; se ci sono delle calamità o crolli, le cause vanno ricercate nella fragilità della natura o nell’incuria e stoltezza di chi dovrebbe aver cura di questo mondo e di come fa le cose. Certo, ci sono altri travolgimenti e sofferenze che rimangono oscuri alla nostra comprensione. Questa è la prima considerazione che viene  nel leggere l’apertura del vangelo odierno.

La seconda è più importante, ed è premessa per accettare la prima. Per la Parola ascoltata, noi crediamo che Dio non è lontano dagli uomini che ama, vede la loro sofferenza, ascolta il loro grido, come assicura a Mosè, al quale dice che non può sopportare la schiavitù del suo popolo, e lo invia ad essere strumento di soccorso e liberazione per la sua gente. Di fronte al male Dio non rimane assente, di fronte ai suoi figli non resta indifferente, men che meno è causa di tutti gli incidenti e prove che appesantiscono la loro esistenza. Il castigo non gli appartiene. E visto che ancor oggi circolano queste convinzioni, seminando quasi un terrorismo spirituale, va ricordato che Dio ha dato il suo Figlio per la salvezza del mondo. Piuttosto impariamo a leggere nella giusta luce quello che di amaro ci capita o vediamo attorno a noi, e che riteniamo una punizione del cielo.

Terza considerazione. E’ l’appello alla conversione, a cambiare pensiero, mentalità, che poi gestire l’agire; perché “perirete tutti allo stesso modo”, avverte Gesù commentando quei fatti di cronaca. Egli ci mette in guardia dalla morte più grave ed è quella dell’umanità che ci portiamo dentro e che si manifesta con tanti segni e ferite assai dolorose per tutti. Questa umanità morta, infruttuosa, - pensiamo al fico della breve parabola raccontata da Gesù - è il peccato, il rifiuto di Dio, l’allontanamento da Lui, il non ascolto e accoglienza della sua Parola, del santo vangelo. Parafrasando quello che dice Paolo nella seconda lettura, noi “desideriamo cose cattive”, vale a dire un vita  che nel cammino nel deserto non beve dalla roccia che è Cristo, bevanda spirituale, ma cerca acque putride e avvelenate che il mondo offre. La radice del male è dentro di noi, è dentro il nostro cuore, l’infruttuosità E’ lì che Gesù c’invita ad entrare, è lì il richiamo alla conversione.

L’ultima considerazione è davvero la buona notizia che ci dà speranza in questo difficile cammino. Quanto tempo ci dà Dio? Nella parabola del fico, ecco la risposta di chi intercede, di chi vuole la nostra salvezza, attende, e spera, i nostri frutti – perché se noi viviamo di speranza, questa non manca certamente nel cuore di Dio, poiché essa viene dall’amore, e tanta speranza, viene da tanto amore. “Lascialo un anno ancora ed io, per esso, darò tutto il mio lavoro”. Un anno di grazia! Sembra alludere all’anno giubilare in cui la speranza di portare frutti di bene diverrà realtà. E' poco? No! E' grazia, ed è tantissimo. Non perdiamolo!

 

Nessun commento:

Posta un commento