lunedì 28 aprile 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Seconda Pasqua C – 27.04.2025

Giovanni 20,19-31

Carissimi, il prodigio della risurrezione non è terminato! Certo Gesù è risorto, è il vivente tra di noi, è uscito dalla tomba in cui era stato posto dopo la sua morte. Il Padre suo, con la potenza dello Spirito santo, l’ha richiamato alla vita, ad una condizione gloriosa, che, però per essere colta dai suoi discepoli, non ha rinunciato, come narrano i racconti delle apparizioni, a segni e gesti che permettono ai suoi di riconoscerlo, seppur a fatica, come il raggiungerli dove si trovavano, in casa o sul lago, o per strada, e a prendere cibo con loro.

Gesù è risorto! Ma non mi basta! Anch’io ho bisogno di risorgere, di riprendermi la vita; come l’avevano anche i discepoli Suoi; non però con la pesantezze e l’incertezza di prima. Gli avvenimenti della passione, il tradimento, la cattura di Gesù, i tormenti da Lui patiti, ed infine la morte, avvenimenti da cui, peraltro, sono scappati, hanno fatto di costoro come dei morti e sepolti. Morti ad ogni speranza e sogno coltivati fino a qualche attimo prima, seppur in modo non in linea con il pensiero del Maestro; e sepolti, molto più sotto una pietra tombale per quanto grande fosse quella che ostruiva il luogo dove Gesù era stato posto. Morti e sepolti! Gesù risorge e corre a richiamare alla vita i Suoi, noi tutti, che assomigliamo a questi undici fuggiaschi impauriti.

Da dove ci richiama Gesù? Da dove fa risorgere i discepoli? Da cosa libera? Dalla paura e dalla vergogna! La paura è la prima tombale che ci separa e pensiamo ci difenda dagli altri; la paura che ci porta a fuggire a nasconderci, a mimetizzarci, perché se ci manifestiamo come redenti, come cristiani, temiamo di essere derisi, emarginati, osteggiati, rifiutati. Questo avviene nella società, questo accade anche nelle nostre famiglie: siamo contestati, e allora ci rinchiudiamo dietro muri di convenienza, di compromesso, di fuga. Non ce la facciamo ad uscire da questo sepolcro? Ecco Gesù, a porte chiuse entrarci per trarci fuori dalla nostra paura: “Pace a voi!”. Il vangelo narra due momenti distinti di questa irruzione di Gesù, dapprima senza Tommaso e poi con la presenza anche di costui, e ripete “Pace a voi!”; probabilmente non era bastata una prima volta, forse perché c’è continuamente bisogno di risentire il suo saluto, “pace a voi”. Non ci sono muri, porte chiuse, che impediscono a Gesù di chiamarci a risurrezione, di liberarci dalla paura, e dalla  vigliaccheria.

C’è un’altra pietra tombale che ci frena nell’esultare di questa liberazione. Se la paura ci è imposta da altri, è la vergogna dentro di noi che ci impedisce di risorgere, di riprendere con fiducia il nostro cammino, la sequela del Signore.  Quando, onestamente, proviamo vergogna per tutte le volte che gli abbiamo girato le spalle, l’abbiamo misconosciuto come Pietro, o tradito come Giuda, o siamo fuggiti davanti ad un amore così folle che veniva crocifisso, noi ci seppelliamo con le nostre stesse mani, rinunciamo a vivere, anche se tentiamo di giustificarci. La vergogna per i nostri peccati è la nostra tomba. Di lì non veniamo fuori,  a meno che non ci sia qualcosa di più grande, di più forte, qualcosa che davvero libera e fa vivere. Questo qualcosa è la Misericordia di Dio che Gesù Risorto manifesta e dona in misura suprema. La vergogna nostra è dissolta, è vinta, dalla Misericordia del Signore, l’assicurazione del Suo perdono e la conferma della Sua fiducia, ci fa saltare in piedi, sprizzare gioia da non credere. La vergogna non più sul nostro volto, non più un peso nel cuore, se siamo pentiti,  vergogna a questo punto benedetta, ma la pace del Risorto e la letizia nel nostro cuore.

A conferma di tutto ciò ecco il mandato di Gesù ad essere anche noi capaci di dare risurrezione agli altri mediante la stessa misericordia, il perdono, magari non nascondendo le ferite che pure noi abbiamo nella nostra passione. Quando sono ferite che provengono dal dono di sé o sono ferite per un amore rifiutato, esse sono le  credenziali più vere che anche noi siamo risorti con Gesù. Alleluia.

lunedì 21 aprile 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Giorno di Pasqua – 20.04.2025

“Cristo, mia speranza , è Risorto!”. Non ci sono parole più appropriate per annunciare in quest’anno giubilare l’evento che capovolge, o meglio, raddirizza le sorti del mondo e della storia: la Risurrezione, la vittoria sulla morte di Colui che è il nostro Salvatore, Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Egli è stato mandato dal Padre a noi, suoi fratelli, perché in mezzo al male che ci tormenta, non abbiamo a perdere la speranza di esserne liberati ricordandoci e mostrandoci quanto siamo amati. E’ questa è la prima salvezza!

Il Padre non lascerà il Figlio Suo nel sepolcro a conoscere la corruzione; non lascerà noi sepolti nella morte, e non solamente quella fisica, ma ogni morte, ogni violenza, inganno, sopraffazione, ingiustizia che vorrebbero toglierci dignità, ogni sofferenza e sconfitta che vorrebbero lasciarci nella tristezza e disperazione. Cristo che risorge è la nostra speranza, è l’anticipo e la forza per la nostra quotidiana risurrezione; è più di un augurio, è benedizione che assicura che la vita è più forte della morte, che l’amore vince su ogni odio.

La Speranza ha un volto trasfigurato, un nome davanti al quale ogni ginocchio si piega in cielo e in terra, scriverà Paolo, oggi ci viene consegnata viva e vivente, ci viene incontro; non ci è stata portata via, come teme Maria, che non trovando il corpo di Gesù, corre allarmata dai suoi discepoli. Ci viene incontro, ci visita, e lo diranno le apparizioni del Risorto di cui ci parla il vangelo in queste settimane. Ma oggi siamo noi che ancora stentiamo a credere. Allora cosa dobbiamo fare?

Non lasciarci trattenere dal buio, dalla rassegnazione di aver perso “l’amore dell’anima mia”, perché non è così. Maria che va al sepolcro “di buon mattino, ancora buio” si acconterebbe anche di un corpo inerte, ma verrà sorpresa, dopo il comprensibile spavento per non averlo ritrovato il Suo Maestro; ma ci va con amore! Ecco ancora una volta cosa ci serve per ritrovare la speranza viva : l’amore! Dobbiamo amarla la speranza. Amare Chi è la speranza. Se l’amore non ci fa scappare dal Calvario, se l’amore nutre la nostra comunione e ispira la carità, sarà ancora per l’amore che, negli eventi difficili dell’esistenza, non ci sarà rubata la speranza. Anche il discepolo che, come Maria, aveva fatto l’esperienza di sentirsi amato, che non si era allontanato dalla croce, è capace di correre, immagine di una fede giovane, una fede innamorata, correre incontro alla speranza. Per questa fede vide dei segni e credette.

L’importante è che la fede non diventi per noi un’occasione di pianto e di rassegnazione, ma piuttosto una disposizione del cuore per lasciarci sorprendere, un motivo di gioia e di speranza. Gesù non è un morto su cui fare il lamento. E’ il Risorto da annunciare. Da qui dobbiamo ritornare a correre con la buona notizia: Gesù è risorto, è vivente! E noi con Lui, in Lui siamo risorti, davvero viventi, portatori di gioia e di vita. Non senza i segni della Passione, lo sappiamo bene. Ma la Pasqua non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.

Nel versetto conclusivo dell’episodio, che non è riportato nella lettura di oggi, si dice che i due discepoli, Pietro e Giovanni, “se ne tornarono di nuovo a casa”. Dà quasi l’impressione che tutto ritorni come prima. Anche per noi, dopo questa celebrazione. Ma non è così. Riprendiamo la vita di ogni giorno, ognuno con il proprio passo: chi ancora lento, chi guidato da una nuova luce e sorretto da una nuova speranza. Ad ognuno, stiamone certi, è data la Sua grazia! Il suo raggio di Speranza. Buona Pasqua!

 

venerdì 18 aprile 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

Giovedì Santo – 17.04.2025 - In Coena Domini

Dedicata a tutti “gli invitati alla cena del Signore”!

Carissimi tutti, l’altare è il Calvario al quale Gesù ci ha convocati, ci ha desiderati vicino a sé per farci partecipi dell’amore che porta al Padre e della comunione con il Suo progetto che vuole la salvezza, la liberazione dal peccato e dalla morte di tutti i suoi figli amandoli sino alla fine. Il corpo spezzato e il sangue versato sono l’Agnello che dà la vita per noi e il mondo intero. Attraverso il pane e il vino, grazie allo Spirito Santo, ci sono dati questo Corpo e questo Sangue salvifici; attraverso l’Eucaristia, benedizione e rendimento di grazie al Padre, partecipiamo all’offerta di Gesù, al Suo dono estremo, al Suo Sacrificio.

Fuggiremo noi dal Calvario, declineremo l’invito di Gesù, che ci ha chiamati amici, ad unirci a Lui in questo atto supremo d’amore? I discepoli suoi sono scappati! La paura di come si stavano mettendo le cose, la folla contro, l’incomprensione per le scelte del Maestro, e così hanno abbandonato e lasciato solo chi li aveva scelti non perché erano i migliori, ma perché amati, “prediletti” per essere segni  di Lui nel mondo. Due persone soltanto hanno seguito Gesù: la Madre, e il discepolo amato, Giovanni. Solo chi vive l’amore del Signore, accogliendolo e ricambiandolo, secondo la misura della grazia che gli è data, non fugge e partecipa al Sacrifico di Gesù.

Mi chiedo: come mai noi, chiamati al Calvario di Gesù ogni volta che viene celebrata l’Eucaristia, preferiamo lasciar cadere l’invito, troviamo altro da fare, non abbiamo tempo, vi rinunciamo perché noiosa la Messa, sempre le stesse cose? Oppure siamo presenti come coloro che erano spettatori più o meno coinvolti per pietà o curiosità, o costretti ad assistere a quello spettacolo. Ci manca l’amore! Ci manca tanto l’amore vero, profondo, al nostro Signore e Amico, che, per primo, ci ama tanto da dare la vita per noi. Dare la vita: darci l’amore che Lui stesso è! Verso il Padre e verso il fratelli! Solo se c’è amore andiamo a Messa! Non perché c’è un comandamento, o così ci hanno insegnato. Solo per amore partecipiamo all’offerta del Figlio. Anzi è Lui stesso che ci unisce a sé accogliendo il poco che siamo, quelle gocce d’acqua che il ministro dell’altare mette nel calice ove sarà poi, con il vino consacrato, il sangue di Cristo Gesù.

Se fuggiamo dal Calvario, non riusciremo neanche a stare a tavola. Se non partecipiamo dal vivo al Sacrificio di Gesù, se non partecipiamo alla Messa, nutrendoci lì dell’Eucaristia, suo Corpo spezzato e Sangue donato, non saremo capaci di comunione, non saremo efficaci nell’amore, e forse anche non del tutto veri. Saremo assai limitati e superficiali. Gesù, in quell’ultima cena prima di tornare al Padre, come recita il racconto evangelico, ha voluto nutrire i suoi del Suo amore, prevedendo che se la sarebbero data a gambe, ma soprattutto per affidare a loro il compito: “ fate questo in memoria di me”, e la risorsa per eseguirlo. Cioè il comando di garantire a tutte le generazioni future la partecipazione al Suo amore così grande da portarlo e diffonderlo in questo mondo per dare salvezza e liberazione dal male, dal peccato, dalla morte, le realtà della nostra esistenza. La comunione in famiglia, nelle relazioni, la riconciliazione e la pace, l’impegno per la giustizia, il sollievo e la solidarietà con i più poveri e tribolati, la custodia della casa comune. Il gesto di Gesù alla cena, la lavanda dei piedi ai discepoli, rivela il frutto del Calvario: servire! Servire anche chi non comprende, come Pietro, anche chi tradisce, come Giuda, anche il piede che ti calpesta… Mettersi a servire non è concedersi all’umiliazione di piegarsi davanti ad altri, ma riconoscere la loro dignità e grandezza, amare come fa il Padre con i figli, come fa Gesù con i Suoi discepoli.

La presenza al Calvario è fonte della nostra carità, dell’amore gratuito che ovunque ci è chiesto se vogliamo dare senso e salvezza alla nostra vita. La partecipazione al sacrificio di Gesù, nutriti anche dalla Sua Parola, oltre che dal Corpo e Sangue di Lui, nostro Signore e Maestro, diventa ogni volta una risurrezione anticipata, ma vera e reale, una Pasqua di liberazione dalla morte, dal peccato, una forza per la vittoria su ogni tristezza, su ogni insignificanza e disperazione, su ogni odio e male. Con questa presenza e partecipazione alla Cena di Gesù, stasera,  Egli ha voluto anticipare il Suo dono non perché teme che domani scapperemo, ma perché è ardente, impaziente, il desiderio di fare Pasqua con noi. Non vogliamo deluderlo. E se temiamo di non amarlo abbastanza per seguirlo fino in fondo, sappiamo che Egli stesso qui ci accredita l’amore di cui abbiamo bisogno  per seguirlo con Maria e il discepolo amato.

“Concedi a noi, Signore, divenuti tuo popolo mediante il suo Sangue, di sperimentare, nella partecipazione al sacrificio eucaristico, la forza redentrice della croce e della risurrezione”.