BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
Seconda Pasqua C – 27.04.2025
Giovanni 20,19-31
Carissimi, il prodigio della risurrezione non è terminato! Certo Gesù è risorto, è il vivente tra di noi, è uscito dalla tomba in cui era stato posto dopo la sua morte. Il Padre suo, con la potenza dello Spirito santo, l’ha richiamato alla vita, ad una condizione gloriosa, che, però per essere colta dai suoi discepoli, non ha rinunciato, come narrano i racconti delle apparizioni, a segni e gesti che permettono ai suoi di riconoscerlo, seppur a fatica, come il raggiungerli dove si trovavano, in casa o sul lago, o per strada, e a prendere cibo con loro.
Gesù è risorto! Ma non mi basta! Anch’io ho bisogno di risorgere, di riprendermi la vita; come l’avevano anche i discepoli Suoi; non però con la pesantezze e l’incertezza di prima. Gli avvenimenti della passione, il tradimento, la cattura di Gesù, i tormenti da Lui patiti, ed infine la morte, avvenimenti da cui, peraltro, sono scappati, hanno fatto di costoro come dei morti e sepolti. Morti ad ogni speranza e sogno coltivati fino a qualche attimo prima, seppur in modo non in linea con il pensiero del Maestro; e sepolti, molto più sotto una pietra tombale per quanto grande fosse quella che ostruiva il luogo dove Gesù era stato posto. Morti e sepolti! Gesù risorge e corre a richiamare alla vita i Suoi, noi tutti, che assomigliamo a questi undici fuggiaschi impauriti.
Da dove ci richiama Gesù? Da dove fa risorgere i discepoli? Da cosa libera? Dalla paura e dalla vergogna! La paura è la prima tombale che ci separa e pensiamo ci difenda dagli altri; la paura che ci porta a fuggire a nasconderci, a mimetizzarci, perché se ci manifestiamo come redenti, come cristiani, temiamo di essere derisi, emarginati, osteggiati, rifiutati. Questo avviene nella società, questo accade anche nelle nostre famiglie: siamo contestati, e allora ci rinchiudiamo dietro muri di convenienza, di compromesso, di fuga. Non ce la facciamo ad uscire da questo sepolcro? Ecco Gesù, a porte chiuse entrarci per trarci fuori dalla nostra paura: “Pace a voi!”. Il vangelo narra due momenti distinti di questa irruzione di Gesù, dapprima senza Tommaso e poi con la presenza anche di costui, e ripete “Pace a voi!”; probabilmente non era bastata una prima volta, forse perché c’è continuamente bisogno di risentire il suo saluto, “pace a voi”. Non ci sono muri, porte chiuse, che impediscono a Gesù di chiamarci a risurrezione, di liberarci dalla paura, e dalla vigliaccheria.
C’è un’altra pietra tombale che ci frena nell’esultare di questa liberazione. Se la paura ci è imposta da altri, è la vergogna dentro di noi che ci impedisce di risorgere, di riprendere con fiducia il nostro cammino, la sequela del Signore. Quando, onestamente, proviamo vergogna per tutte le volte che gli abbiamo girato le spalle, l’abbiamo misconosciuto come Pietro, o tradito come Giuda, o siamo fuggiti davanti ad un amore così folle che veniva crocifisso, noi ci seppelliamo con le nostre stesse mani, rinunciamo a vivere, anche se tentiamo di giustificarci. La vergogna per i nostri peccati è la nostra tomba. Di lì non veniamo fuori, a meno che non ci sia qualcosa di più grande, di più forte, qualcosa che davvero libera e fa vivere. Questo qualcosa è la Misericordia di Dio che Gesù Risorto manifesta e dona in misura suprema. La vergogna nostra è dissolta, è vinta, dalla Misericordia del Signore, l’assicurazione del Suo perdono e la conferma della Sua fiducia, ci fa saltare in piedi, sprizzare gioia da non credere. La vergogna non più sul nostro volto, non più un peso nel cuore, se siamo pentiti, vergogna a questo punto benedetta, ma la pace del Risorto e la letizia nel nostro cuore.