18° Domenica A – 03.08.2014
Dalle
parole ai fatti. Dalle parabole su regno dei cieli (la vita che Dio vuole per i
suoi figli) ascoltate in queste domeniche ai gesti concreti che questo regno lo
realizzano. Oggi siamo davanti ad uno dei questi gesti. Gesù sfama con cinque
pani e due una folla di persone. Un prodigio di carità trova rimedio ad una necessità
ancora tanto attuale, viene in aiuto a chi non ha.
Le parabole le ascoltiamo. I gesti concreti sono
compiuti perché noi li continuiamo. Come ciò avviene?
Innanzitutto la compassione. All’origine del bene,
in cui cresce il regno, vi è la compassione, quella che Gesù stesso prova.
Questo sentimento non ci fa estranei gli, non ci fa estranea la loro
condizione; ci fa vicini, prossimi, fratelli di chi si trova in qualche pena.
Sorge in noi non per restare un pio dispiacere o superficiale commozione, ma
per diventare condivisione della necessità. e azione per farvi fronte.
Così Gesù interviene dapprima sui malati e poi, quando si fa sera, in favore
delle persone che hanno fame.
I discepoli suoi, da buoni e pratici uomini di
questo mondo, sono abituati a fare quattro conti. “Non abbiamo che cinque
pane e due pesci” E decidono che è
bene congedare la folla. Non vi sembra attuale questa obiezione? Sono i conti
che ci condizionano e ci frenano, e decidiamo che non c’è possibilità di
aiutare; meglio congedare chi è in necessità.
Ma, se abbiamo Gesù con noi, se siamo con Gesù, la
compassione si traduce in azione, nell’amore in azione. Ecco il regno di Dio,
la vita nuova, la speranza per tutti. Nella compassione è l’amore di Dio che
soccorre l’umanità tramite nostro, quel poco che ci ritroviamo tra le mani. E
che Egli pensa a moltiplicare perché non manchi a nessuno. Dio vuole che
nessuno patisca fame di pane e di amore.
Nel racconto evangelico c’è un particolare sul quale
anche la mia attenzione è stata attirata; un particolare che consente pure a
noi di passare dalla compassione all’azione. Ed è la “benedizione”, la
benedizione che Gesù recitò nel prendere i cinque pani e i due pesci prima di
darli ai discepoli per la folla. Il miracolo (perché è miracolo passare dalla
compassione all’azione!) è frutto della benedizione. Cosa significa “benedire”?
“Benedire” le realtà che abbiamo tra le mani, ciò di
cui è fatta e vive l’esistenza nostra, è riconoscere nel pane, nell’acqua,
nella casa, nella donna, nell’uomo, nel cielo, nella terra, il segno che Dio ci
accompagna e ci dà tutto ciò; certo è frutto del nostro lavoro e impegno, ma
anche questi sono “benedizione”. Quello che siamo o il posto che occupiamo,
persino l’amore che fa incontrare le persone, pure questo è “benedizione”. E’
persona di fede chi lo riconosce! E se lo riconosce, allora la compassione
sfocia nell’azione.
Mangiare il pane, bere l’acqua, godere della
tenerezza di un amore, di un’amicizia… è vivere queste realtà come “dono, come
uscite da Dio. E allora non le teniamo per noi; non ne disponiamo a nostro
piacimento, interesse, o egoismo. Troppo spesso pensiamo e diciamo: il pane è
cosa mia, è prodotto mio; l’amore è cosa nostra, e lo gestiamo come vogliamo.
Se invece pensiamo che ogni cosa, il pane,l’acqua,
la casa, magari un po’ di benessere, l’amore stesso che ci fa mettere insieme,
sono usciti da Dio, sono “dono”, allora non li tratteniamo più per noi, non li
gestiamo senza farne segno di lui presso gli altri.
“Benedire”: riconoscere ogni cosa dono di Dio è l’anello
che ci fa passare dalla compassione all’azione, dalle parole ai fatti. “Voi
stessi date loro da mangiare”, la sfida di Gesù, non senza logica; è
appello alla nostra conversione perché guardiamo in modo diverso gli altri e
quelli che abbiamo tra le mani; perché partecipiamo alla realizzazione del
regno che Gesù è venuto a portare.
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