domenica 10 agosto 2014

OMELIA


19° Domenica A – 10.08.2014

Da una situazione che immaginiamo ricca di allegria, euforia, esultanza, poiché non è di tutti i giorni assistere e godere di un prodigio come la moltiplicazione dei pani di cui ci parlava il vangelo domenica scorsa, ad una situazione invece drammatica, di grande paura e incertezza, di pericolo, sulla barca agitata dalle onde, su quelle acque del lago con il vento contrario.

Quale delle due situazioni, con il loro significato, ci sia più familiare nella nostra esistenza è fin troppo facile individuarla. L’esperienza brutta dei discepoli sul lago ci appartiene di più che quella euforica della moltiplicazione dei pani. La vita con Gesù è così, ed è del tutto naturale. I segni del regno che fanno esultare, della vita nuova, ci sono dati di tanto in tanto, ma dobbiamo progredire nella fede, nella fiducia nel Signore anche quando ci sembra un fantasma, una illusione, una fantasia, in mezzo alle tempeste che ci agitano.

Quando queste vengono, e non mancano, di nessun genere,  non siamo soli. “Sul finire della notte”, quando stanno magari per finire anche le nostre forze in cui abbiamo vegliato, “egli viene verso di noi”. La nostra fede, la possibilità di riconoscere la sua presenza e di accoglierla, ci è data da questo venirci incontro, mentre rimaniamo a faticare per rimanere a galla. “Coraggio, sono io, non abbiate paura”: sono le parola che ci svegliano, che ci rassicurano, che danno nuove forze. Il Signore,sul nostro stesso mare dell’esistenza, non naviga su rotte diverse dalla nostra, non si sfugge, non ci evita, “ci viene incontro”.

Rimaniamo grati ed umili, non abbiamo pretese né pretendiamo segni, come fa Pietro che mette alla prova Gesù chiedendogli di camminare come lui sulle acque. Ma il Signore, pur concedendo a Piretro questa stranezza, non ci chiede di fare come Lui, di imitarlo. Gesù si attende di essere riconosciuto, e prima ancora che noi non abbiamo paura, ma fiducia nella sua presenza così inaspettata e vera. Solo il nostro grido possiamo rivolgergli, grido che dice lo spavento che non possiamo nascondere nel pericolo, ma anche la preghiera che è come strappata al cuore di Pietro: “Signore, salvami!”.

E’ la preghiera essenziale, la preghiera che potremmo chiamare di base,e che oserei dire viene ancor prima della preghiera filiale che ben conosciamo del “Padre nostro”. “Signore, salvami!” è il grido, la preghiera che viene dal nostro essere creature fragili, limitate, in pericolo,e che scoprono poi di non avere motivo di temere perché sono amate. Siamo figli amati. “Signore, salvami!”, e la mano di Gesù non ci viene negata, magari con il suo benevolo richiamo: “perché dubiti?”.

Gesù con noi e in noi è la presenza amorevole di Dio che non ci abbandona. Dio che non ci vuol mettere paura, né s’impone, come dice l’esperienza di Elia sul monte Oreb di cui parla la prima lettura. Dio non è nel vento impetuoso, terremoto, o fuoco;  è come brezza leggera che accarezza, ristora che ci viene incontro nei momenti di arsura, aridità e stanchezza; è un silenzio sottile che ci dice parole di vicinanza e d’amore. Noi ci copriamo il volto come ha fatto Elia con il mantello, con l’umiltà “timorata” di chi non vuol lasciarsi afferrare da Lui.

Vi suggerisco un minuto di silenzio perché ognuno possa ripetere nel cuore a fior di labbra, il grido di Pietro. Tutti abbiamo una qualche ragione, materiale, spirituale, morale, per dirgli: “Signore, salvami!”.


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