martedì 7 ottobre 2014

OMELIA


26° Domenica A – 28.09.2014

- Ezechiele 18,25-28
- Matteo 21,28-32

Siamo davanti ad uno specchio. Nei due figli vediamo riflessa la nostra doppia immagine.
Il primo è deferente, equilibrato, appare responsabile, ma dentro ha una sottile ribellione che ne fa un bugiardo.
Il secondo è scomposto, indisciplinato, ma poi si rivela di cuore valido, buono ed esemplare.

Se siamo dei “formalisti”, ci teniamo ad apparire per bene, rivendichiamo stima dagli altri (“quella sì che è una brava persona”) rischiamo di essere ben rappresentati dal primo che però non “compie la volontà del padre”.
Se ammettiamo di essere spesso nella categoria dei “ribelli”, insofferenti, siamo sì tra i peccatori ma abbiamo il vantaggio di sapersi ricredere, come i pubblici peccatori e le prostitute che pur dicendo “no” arrivano ad accogliere l’annuncio di Gesù e a ravvedersi. Questo sapersi ricredere è la nostra salvezza. Non siamo insensibili, refrattari, chiusi alla “voce paterna” che il Cristo ci ha fatto conoscere nel cuore, una voce che chiama, invita, attrae alla conversione.

Nel primo caso, quello dei benpensanti o formalisti. come scribi e farei, abbiamo magari la religione e la legge sulle labbra, ma il cuore va in tutt’altra direzione che non è quella della vigna, cioè della vita che il padre ci affida. Siamo cristiani di parole, di bella figura.
Capaci, invece, di pentimento, rovesciamo il passato, cambiamo parere e decisione e ci mettiamo sulla via della giustizia, cioè della volontà di Dio. Facciamo il sì. E che cosa significhi “sì”, che cosa sia il “sì”, rileggiamo, prima di lasciare la chiesa, la seconda lettura di questa domenica. E’ chiara già di per sé.

Davanti alla specchio della parola di Dio non vediamo solamente noi stessi, la nostra immagine sdoppiata che ci può creare confusione. La buona notizia, la bella immagine che io intravedo è quella del padre; padre che dice poco, ma quel poco è assai significativo.

E’ un padre che si limita, dice la parabola, a “rivolgersi” ai figli. Non alza la voce, non grida, non comanda, non batte i pugni, non impone. Piuttosto invita, esorta, forse richiama responsabilità, semplicemente chiede, potrebbe anche pregare perché la sua richiesta  inizia con quella parola che non è parla di padrone, parola che sa d’amore e non di dominio. “Figlio”, chissà con che cuore l’ha detta! Conta sui figli, sulla loro maturità, sul bene che vuole per essi, non li ricatta, e accetta la risposta che danno, in silenzio. Forse noi diremmo è una padre debole che non sa farsi rispettar. E’ padre che sa amare!

Ecco io m’immagino qualcosa del volto di Dio, del suo sguardo su di me, della sua voce, del suo cuore. Lo posso anche ingannare, ma non riuscirò mai a deluderlo.Mi capita dirgli di noi. Lo accetta, appunto, confidando che poi il cuore e il senso di responsabilità che mi ispira mia aiuteranno a ricredermi, a farmi partecipe protagonista e beneficiario della vigna e dei suoi buoni frutti.

“Se il malvagio, dice la prima lettura, si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso”. Così nessun “no” ci allontana dall’ amore, dalla salvezza, che Dio vuole per i suoi figli. egli Ed è per questo che possiamo andare nella vigna con gratitudine, con fiducia e con gioia,anche, come si diceva una volta, cantando.



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