lunedì 13 ottobre 2014

OMELIA


28° Domenica A – 12.10.2014

- Isaia 25,6-10
- Filipp. 4, 12-20
- Matteo 22,1-14

In quel giorno preparerà il Signore  per tutti i popoli, su questo monte, (che è tutto dire! E’anche il nostro!) una festa inimmaginabile

Io vivo e, quando sarà il momento, morirò per “quel giorno” (1° lettura) dove morte, lacrime, vergogna e tristezza non sono più definitivamente, ma solo festa e gioia, esultanza.  “In quel giorno” io ci sono già anche se soltanto all’inizio, e verrà la sua pienezza,  con l’alba luminosa delle risurrezione di Gesù!

“Quel giorno” non è soltanto un mio, un nostro, bisogno,  ma è il desiderio, la promessa, il progetto di Dio, una grande festa di nozze in cui tutti si scoprono i suoi figli, e non solo invitati. Dio ci prepara qualcosa di bello, mi diceva una persona. Ma è importante che questa “bellezza” sia in modo vero intesa e ad essa ci disponiamo, come lascia intendere la fine della parabola ascoltata.

Dopo alcune parabole sulla “vigna”, che ci fanno capire che il regno di Dio è lavoro, impegno,  quest’ultima ci dice che è anche festa, convivialità, godimento. Appunto una festa di nozze, un banchetto dove si gustano vini eccellenti e raffinati. E l’idea fissa di Dio è che questa sala di festa sia stracolma. Di cattivi e di buoni.

Noi che siamo ora tra gli uni e ora tra gli altri, di inviti ne riceviamo continuamente. Le stesse vicende dell’esistenza ce li recapitano: persone, incontri, fatti avvenimenti, … Vogliamo essere pronti in ogni situazione, nella sazietà e nella fame, nell’abbondanza e nell’indigenza, ci ricorda Paolo (2° lettura), mettendo la nostra forza, la possibilità di aderire a tale chiamata, solo in Gesù.

C’è un particolare nella parabola che dà coraggio. E’ l’insistenza di questo re di voler allargare i suoi inviti, di non demordere, di non scoraggiarsi. Vorremmo imparare anche noi da questo padre, noi che quando troviamo una resistenza, un ostacolo, un rifiuto, chiudiamo – così si dice – baracca e burattini. Dio, invece, allarga, trova vie nuove. Esce e fa uscire per le strade continuamente perché desidera una festa per tutti.

Le cose che possediamo, gli affari a cui badare, la sazietà che pretende di riempire il cuore, e non lo fa, ci fanno declinare l’invito, non ce ne curiamo e lo rispediamo al mittente. Le conseguenze del rifiuto sono sotto i nostri occhi. Non sono il castigo di Dio – anche se nella parabola la reazione di questo re è piuttosto piccata e terribile - ma sono il risultato della nostra stoltezza. Ma più di questo ritorna la volontà del re di non rinunciare alla festa, e che sia per tutti, cattivi e buoni. Prima i cattivi perché l’amore  che Dio si prende cura di chi sembra essere fuori strada.

L’ultimo particolare di questa parabola. Si risponde all’invito e si partecipa indossando “l’abito nuziale”. Questo “abito” è Cristo Gesù, “le opere giuste dei santi”, ricorda il libro dell’Apocalisse (19,81), il cuore aperto che sa ricevere per donare a tutti.

Siamo venuti qui con la nostra nudità, con i nostri poveri stracci. Rivestiti di Gesù facciamo già della nostra esistenza che conduciamo fuori di qui,m, l’inizio e la conferma di “quel giorno” per cui siamo stati creati.







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