4° Domenica C – 31.01.2016
- Geremia 1,4-19
- Luca
4,21-30
Il brano evangelico odierno è il seguito di quello
di domenica scorsa. Nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù era
cresciuto, tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea, Gesù era stato
invitato a leggere un passo del profeta Isaia. Al termine aveva osato un
commento, breve, poche parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura
(ascoltata) nei vostri orecchi”.
La prima reazione dell’uditorio: la meraviglia. “Tutti
gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che
uscivano dalla sua bocca”. Bellissimo sentire sempre parole di grazia dalle
labbra altrui; non da meno averle
sempre sulle nostre labbra.
Ma, per quanto uno parli bene, le cose non durano.
Le cose che ha detto Gesù saranno anche buone, il messaggio è buono – pensano
gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario. E’ un uomo
come noi, chi crede di essere? L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fiducia
in Gesù.
Così si passa dalla meraviglia alla perplessità: “come
parla bene Lui, come predica bene”. Ma non si va più in là. Cosa mai vorrà la
gente? Vuole miracoli. La gente ti riconosce se fai miracoli, altrimenti sei un
povero diavolo come tutti. Uomini e donne di pretesa. Lo sperimentiamo se
abbiamo qualche responsabilità, non vi pare? Mentre, invece, dovremmo essere
uomini e donne di attesa, vale a dire aperti a quello che il Signore ci vuol
dire e dare. Vigiliamo su di noi, perché le persone religiose – come scribi e
farisei – a volte pretendono che il Signore faccia come loro hanno in mente.
Meraviglia, perplessità, e si arriva al
risentimento, ad una rabbia pericolosa, quando Gesù dice chiaro che le cose
stanno diversamente. Non vuole Egli essere speciale perché il profeta, l’uomo
mandato da Dio, è una presenza quotidiana. Dobbiamo imparare che è uno di noi,
la Parola di Dio è nella persona quotidiana.
Io penso che la precisazione di Gesù in questo
scontro con i suoi uditori, all’inizio di tutt’altro animo, sia per noi una
buona notizia, poiché ci dice che non
abbiamo bisogno di aspettarci chissà chi per aprirci al vangelo. Senza
pretendere chissà cosa e quali miracoli, dobbiamo fare tesoro della presenza
semplice, umana di chi Dio ci ha messo accanto, e che può, senza clamore, dare
segni di quella misericordia che il brano di Isaia, letto e commentato da Gesù,
lascia intravedere.
E se qualcuno, in casa o fuori, si aspetta da noi
miracoli, e ci contesta, ci rifiuta, beh sappiamo che anche Gesù non ha sempre
trovato bella accoglienza e ascolto nel suo paese (stavo per dire… nella sua
parrocchia).
Quando, in casa e fuori, tutti ti applaudono, c’è da
stare attenti. Quando incontri ostacoli, può venire dal fatto che ti stai
muovendo sui giusti passi. Chi conosce il rifiuto per le sue parole – che
possono essere cariche di grazia ma non vengono accolte – penso alla fatica di
genitori,educatori, anche alla mia a volte - ha la mite e serena certezza di
svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per
interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione a cui è
stato invitato.
E’ un invito al coraggio la parola di oggi, non
contando sulla popolarità o successo, ma sulla certezza di compiere quello per
cui il Signore ci ha scelto, ci ha “consacrato” – come si sente dire il profeta
Geremia. “Io sono con te e sono la tua salvezza”.
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