…dall’omelia del 22.10.2017
Matteo 22,15-21
Gesù ad un esame di religione: “E’ lecito, o no, pagare il
tributo a Cesare?”. Gesù sorprende con una parola nuova: “Rendete a Dio
quello che è di Dio”. Ma cosa mai è di Dio? Cosa devo rendere a Lui? Io
sono mio, quello che possiedo è mio, quello che ho me lo son fatto da me, mio è
il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia; mio è il mio tempo, mia è la mia
vita… No! Noi siamo di Dio, siamo Suoi figli, egli siamo cari. Rendere a Dio
ciò che è di Dio significa riconoscere e professare che Dio solo è il Signore
dell’uomo, e non c’è alcun altro. “Non c’è nulla fuori di me. Io sono il
signore, non ce n’è altri” ( Is.45,6).
Noi non siamo del lavoro, non siamo dei soldi, non siamo
degli ingranaggi che in qualche modo ci costringono, non siamo del benessere,
non dipendiamo nemmeno dalle condizioni di salute e malattia, anche se si fanno
sentire, non siamo di nessuna autorità di questo mondo e nemmeno degli affetti
più belli. Si tratta, allora, di aprirsi alla Sua volontà, di dare a Lui la
nostra vita per realizzare il regno di misericordia, giustizia e pace.
Non trascuriamo, però, anche la prima parte della risposta
di Gesù:“Rendete a Cesare quello che è di Cesare”. Prima di essere
cristiani, siamo cittadini, siamo esseri umani. Siamo di Dio, ma lo siamo
storicamente appunto come abitanti di questo mondo, affidato alla cura e alla
premura nostre. E’ il luogo in cui ciascuno vive, il luogo in cui si è chiamati
a vivere da cristiani, esprimendo la nostra fede in gesti visibili e concreti,
a vantaggio di tutti. Pure il mondo è di Dio, a lui dobbiamo renderlo, e ciò
avviene facendoci carico del bene dell’umanità. Ognuno lo farà con le
competenze che gli sono proprie, ma tutti con eguale e generosa responsabilità, da chi ci governa e chiede sacrifici
sino al semplice cittadino a cui, sembra, sono chiesti.
Di questa cittadinanza onesta si serve Dio per realizzare
il suo progetto di giustizia. Non tutti hanno la grazia della fede, ma tutti il
compito di essere onesti cittadini, tanto più se abbiamo responsabilità di
servizio e di governo. Il re Ciro, nella prima lettura, non era credente nel
Dio d’Israele, ma evidentemente è stato anche un sovrano retto, in mezzo a cose
sbagliate che avrà pure fatto. Ebbene, dice il Signore : “per liberare il
mio popolo, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, un’autorità,
sebbene tu non mi conosca, anche se tu non mi conosci.” Per fare un mondo
di giustizia, Dio chiede e sostiene il contributo di esseri umani, retti e saggi. Diamo a Dio quello che è di Dio e
Dio darà all’uomo quello che lo fa veramente tale.
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