…dall’omelia
del 08.10.2017
Matteo
21,33-43
Pensavamo fosse finita la
stagione della vendemmia. E’ ormai tre settimane che siamo nella vigna. Lì ci
conduce la Parola di Gesù anche questa domenica. La vigna è immagine del popolo
di Dio, “casa d’Israele”,della Chiesa, dell’umanità intera, dei doni di Dio,
del bene di cui vuole farci partecipi, della vita.
Nella vita veniamo assunti ad
ogni ora e ad ognuno è dato, dalla bontà di Dio, ciò di cui ha bisogno e non
secondo i meriti. Ce lo insegnava la parabola dei lavoratori assunti alle
diverse ore del giorno, e, vera giustizia,
retribuiti tutti con che di che vivere.
Siamo onorati di essere mandati a
lavorare nella vigna, la vita, non come servi o schiavi, ma come figli che
godono della fiducia del padre; padre che non ci ricatta, né si scoraggia delle
nostre risposte.
Ora di questa vigna, sempre la
vita, diventiamo lavoratori responsabili; partecipi sì di tanto bene, ma non
padroni. Siamo chiamati a rispondere del nostro lavoro, ma non possiamo
impossessarcene di questo bene e farne ciò che vogliamo, cioè toglierlo al
legittimo erede, vale a dire il Figlio, che poi è Cristo Gesù. Dio vuole
certamente condividerla con noi la vita, ma ne rimane Colui che l’ha fatta con
tanto amore, come descrive la prima lettura
(Isaia 5,1-7), e l’ha affidata a noi.
A volte pensiamo che
eliminandolo, eliminando via via i segni della sua presenza, ambasciatori che
ce lo ricordano, possiamo sfruttarla al meglio; e il fatto che non sia nostra
lo consideriamo un furto, mentre siamo noi i ladri di un bene che ci è stato
dato in affitto, e di cui dovremo rendere conto. Altro che “prendiamola, è
nostra”. Quante volte diciamo, in parole e scelte: “la vita è mia e me la
gestisco io”!
Così cacciamo fuori della vigna, della vita, ed eliminiamo
l’unico che ce la fa apprezzare, godere, rendere feconda di tanti buoni frutti.
Questi è Gesù. Siamo illusi e saremo pure delusi, perché una vigna senza Gesù
dà frutti acerbi; una vita senza di Lui diventa vuota.
L’orgoglio di sapere che cosa sia
meglio per noi in questa vigna, il farcene padroni, l’arroganza, l’egoismo, la
paura di essere sfruttati, ci
impediscono di godere di lavorare in essa
e di gustarne i frutti. Soltanto i semplici, come termina la parabola di
Gesù, sono in grado di ringraziare, lodare, di lavorare contenti, di gioire,
pur in mezzo alla fatica del lavoro, di stare al mondo. Non è finita la
partecipazione ai benefici di cui il padrone della vigna ci colmerà.
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