giovedì 9 maggio 2019

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia


3° Domenica di Pasqua c – 05.05.2019
Giovani 21,1-19

Siamo daccapo. Siamo al punto di partenza. Dopo gli avvenimenti della Pasqua, la visita di Gesù ai suoi la sera di quello stesso giorno e otto giorni dopo, come narrava il Vangelo domenica scorsa, ci accorgiamo che siamo daccapo, siamo ritornati al punto di partenza.
Sì, perché tre anni prima di quanto accaduto in quei giorni, quella volta sul legno, anzi sulla barca di Pietro, Gesù aveva procurato una pesca abbondante a quegli uomini. Avevano chiamato altre due barche per non affondare, quella volta. Poi, ecco cos’era successo, li aveva chiamati a sé: “ venite dietro a me”, a cominciare da Pietro.
Sono stati tre anni con Lui; hanno visto cose prodigiose, udito parole meravigliose di speranza, consolazione e misericordia. Ma la tragica fine del Maestro aveva cancellato tutto, tutto era andato perduto, niente era stato salvato. Questo provavano dentro di sé quegli uomini, che tra l’altro si erano anche dispersi. Uno perfino s’era impiccato senza aspettare il risultato  del suo tradimento; poi, una volta, manca Tommaso, qui sono solo in sette; insomma, un sfacelo. Cosa resta da fare? “Torniamo a pescare”, si dicono quelli rimasti, “torniamo fare il nostro lavoro, quello che sappiamo”.
E’ un’esperienza che ci è familiare quando vediamo che le cose non sono andate come speravamo; ci sentiamo delusi, forse traditi; di certo abbandonati. Non possiamo andare avanti con sogni e illusioni; qui c’è bisogno di fare i conti con la concretezza dell’esistenza che ci rimane, dobbiamo mangiare noi e le nostre famiglie, dobbiamo arrangiarci, onestamente, ma arrangiarci… Quindi: “Torniamo a pescare”. Sì, torniamo al punto di partenza. E lo conferma Gesù! Siamo daccapo, ma Egli fa sì che sia in modo totalmente nuovo.
No, Gesù non ci sta. Non vuole la rassegnazione dei suoi. Non ha percorso inutilmente le strade della Palestina, predicato ovunque, non ha sfidato l’arroganza dei giusti, fatto gesti semplici di accoglienza e misericordia, o inauditi di servizio, non ha accettato di morire sulla croce per poi vedersi sfuggire i suoi ai quali aveva dato ripetutamente con pazienza tanta fiducia. Non, assolutamente, Gesù non ci sta. Lo testimoniano le ripetute rivelazioni di un amore che non abbandona chi si spaventa, chi scoraggia, chi rinnega, chi tradisce. Riprende da capo la relazione di amicizia, vicinanza, sostegno con i suoi. Avviene, come la prima volta, sulle rive del lago. 
Qui Egli offre la sua presenza discreta; tre anni prima era poco conosciuto, anche se si aveva avuto qualche notizia di lui; ora è così discreto che appare come un estraneo, e attende di essere riconosciuto. Questo desidera il Risorto. Che cosa fa sì che questo riconoscimento avvenga? L’amore! L’amore che nutriamo per lui. Tra i discepoli il primo che riesce a vedere con il cuore, che è la vista migliore, è Giovanni che grida: “E’ il Signore!”. Pietro, altro differente amore, si butta in acqua per raggiungerlo. Certamente a seguito di un beneficio che avevano ricevuto. Noi, non sempre, dinnanzi a qualcosa che ci riesce dopo tanta fatica, siamo capaci di dire: Il Signore mi ha aiutato, mi ha dato una mano. Attribuiamo il successo alla nostra bravura.
La presenza del Risorto non si ferma a darci una mano. Egli ci è accanto con gesti che appartengono alla nostra relazione con lui e che insegnano a relazionarci anche tra di noi. Lo dice un “fuoco acceso sulla riva con del pesce sopra”, un atto di premurosa e squisita accoglienza e un invito cordiale e amichevole : “venite a mangiare”. Ecco il Risorto nella mia vita: lì dove c’è una presenza discreta che mi aiuta, lì dove c’è un’inaspettata premura, lì dove con il cibo si spartisce l’amicizia. Non abbiamo paura di tornare daccapo. Quando c’è lui, Gesù, dai, ricominciamo!

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