...nell'omelia
3° Domenica di Pasqua c –
05.05.2019
Giovani 21,1-19
Siamo
daccapo. Siamo al punto di partenza. Dopo gli avvenimenti della Pasqua, la
visita di Gesù ai suoi la sera di quello stesso giorno e otto giorni dopo, come
narrava il Vangelo domenica scorsa, ci accorgiamo che siamo daccapo, siamo
ritornati al punto di partenza.
Sì,
perché tre anni prima di quanto accaduto in quei giorni, quella volta sul
legno, anzi sulla barca di Pietro, Gesù aveva procurato una pesca abbondante a
quegli uomini. Avevano chiamato altre due barche per non affondare, quella
volta. Poi, ecco cos’era successo, li aveva chiamati a sé: “ venite dietro a me”, a cominciare da Pietro.
Sono stati tre anni con Lui;
hanno visto cose prodigiose, udito parole meravigliose di speranza, consolazione
e misericordia. Ma la tragica fine del Maestro aveva cancellato tutto, tutto
era andato perduto, niente era stato salvato. Questo provavano dentro di sé
quegli uomini, che tra l’altro si erano anche dispersi. Uno perfino s’era
impiccato senza aspettare il risultato
del suo tradimento; poi, una volta, manca Tommaso, qui sono solo in
sette; insomma, un sfacelo. Cosa resta da fare? “Torniamo a pescare”, si dicono quelli rimasti, “torniamo fare il nostro lavoro, quello che
sappiamo”.
E’ un’esperienza che ci è
familiare quando vediamo che le cose non sono andate come speravamo; ci
sentiamo delusi, forse traditi; di certo abbandonati. Non possiamo andare
avanti con sogni e illusioni; qui c’è bisogno di fare i conti con la
concretezza dell’esistenza che ci rimane, dobbiamo mangiare noi e le nostre
famiglie, dobbiamo arrangiarci, onestamente, ma arrangiarci… Quindi: “Torniamo a pescare”. Sì, torniamo al
punto di partenza. E lo conferma Gesù! Siamo daccapo, ma Egli fa sì che sia in
modo totalmente nuovo.
No, Gesù non ci sta. Non vuole la
rassegnazione dei suoi. Non ha percorso inutilmente le strade della Palestina,
predicato ovunque, non ha sfidato l’arroganza dei giusti, fatto gesti semplici
di accoglienza e misericordia, o inauditi di servizio, non ha accettato di
morire sulla croce per poi vedersi sfuggire i suoi ai quali aveva dato
ripetutamente con pazienza tanta fiducia. Non, assolutamente, Gesù non ci sta. Lo
testimoniano le ripetute rivelazioni di un amore che non abbandona chi si
spaventa, chi scoraggia, chi rinnega, chi tradisce. Riprende da capo la
relazione di amicizia, vicinanza, sostegno con i suoi. Avviene, come la prima
volta, sulle rive del lago.
Qui Egli offre la sua presenza
discreta; tre anni prima era poco conosciuto, anche se si aveva avuto qualche
notizia di lui; ora è così discreto che appare come un estraneo, e attende di
essere riconosciuto. Questo desidera il Risorto. Che cosa fa sì che questo
riconoscimento avvenga? L’amore! L’amore che nutriamo per lui. Tra i discepoli
il primo che riesce a vedere con il cuore, che è la vista migliore, è Giovanni
che grida: “E’ il Signore!”. Pietro,
altro differente amore, si butta in acqua per raggiungerlo. Certamente a
seguito di un beneficio che avevano ricevuto. Noi, non sempre, dinnanzi a qualcosa
che ci riesce dopo tanta fatica, siamo capaci di dire: Il Signore mi ha
aiutato, mi ha dato una mano. Attribuiamo il successo alla nostra bravura.
La presenza del Risorto non si
ferma a darci una mano. Egli ci è accanto con gesti che appartengono alla
nostra relazione con lui e che insegnano a relazionarci anche tra di noi. Lo
dice un “fuoco acceso sulla riva con del
pesce sopra”, un atto di premurosa e squisita accoglienza e un invito
cordiale e amichevole : “venite a
mangiare”. Ecco il Risorto nella mia vita: lì dove c’è una presenza
discreta che mi aiuta, lì dove c’è un’inaspettata premura, lì dove con il cibo
si spartisce l’amicizia. Non abbiamo paura di tornare daccapo. Quando c’è lui,
Gesù, dai, ricominciamo!
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