...nell'omelia
18° Domenica C – 04/08/2019
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Qoelet 1.2;2,21-23 - Colossesi
3,1-5.9-11 - Luca 12,13-21
Ancora una Parola buona,
perché di questa abbiamo bisogno in tempi difficili come gli attuali; tempi di
egoismo, di difesa, di offesa, di prevaricazione sui più piccoli, sui poveri…;
Perché
è buona? Perché l’avvertimento che la parabola contiene non ha il sapore della
minaccia, ma è una salutare illuminazione che ci fa vedere innanzitutto le
nostre ombre:
1°
- l’ingiustizia che effettivamente può essere presente tra noi, nelle
nostre famiglie dove ci sono dei diritti sacrosanti, che meritano attenzione e
rispetto, e che invece diventano occasione di guerre feroci. Le divisioni che
si realizzano non sono quelle dei beni, ma delle persone; saltano tutte le
relazioni più belle e care.
Abbiamo
qui due fratelli che litigano sull’eredità. Una circostanza di cui facciamo
esperienza anche oggi: famiglie che litigano, non si salutano, si odiano per
un’eredità. Più importante non è più l’amore, no: sono i soldi.
2°
- La causa di tutto questo è l’avidità; che diventa idolatria, dice
Paolo nella seconda lettura. L’avidità è come le sabbie mobili. Ci si avventura
in esse, si pensa di stare a galla, e si finisce con l’andare sotto, totalmente
inghiottiti perdendo i nostri buoni valori in cui credevamo. A dire la verità,
una ragione che giustifica il voler avere sempre di più ci sarebbe ed è la
condivisione, la possibilità di spartire con chi non ha, non ha la fortuna, per
vari motivi, di un’esistenza dignitosa, serena, giusta. Questo è lo scopo del
metter via: mostrare misericordia che poi è giustizia!
3°
- Altrimenti ne viene la stoltezza di vivere facendo delle cose il nostro
dio. Vivere così ci chiude agli altri, ci fa egoisti; e rende falso anche
il nostro rapporto con Dio. Domenica scorsa, Gesù aveva parlato della
preghiera, del rapporto con il Padre; e, insegnando ai suoi discepoli a
pregare, aveva detto che la preghiera s’impara senza dire “io” e “mio”, ma
solamente “tu”, “tuo” e “nostro”; infatti: “Padre, il tuo nome, il tuo regno,
la tua volontà, il nostro pane, il nostro perdono, la nostra liberazione dal
male”.
Gesù ci allerta come noi la
rendiamo falsa la preghiera. Infatti nel pensiero, nel cuore, nel dire e
decidere di quell’uomo ella parabola (magari religioso!) ritorna principalmente
il “mio” : i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, me stesso, la mia
anima. E’ la smentita della preghiera, della felicità, della vita.
4°
- la precarietà della vita stessa: “Anima mia, adesso, mangia e bevi
e datti alla gioia”. Chi è
attaccato alla ricchezza, sedotto da essa, si sente autosufficiente. Ma
poi tutto si rivela “vanità delle vanità”, vuoto, inconsistenza. E
allora:
“Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni
insaziabile voglia di possedere tanti beni, perché la vita non dipende da
questi”. La parola di Dio suona, inequivocabile, come un "alto
là". E non sarà che la vita stia diventando un magazzino? Per qualcuno
stracolmo, ed è illusione; per altri ancora tanto vuoto, ed è tristezza. Solo
Gesù rimane la vera ricchezza, l’unica vera sicurezza.
La
vera ricchezza è l’amore che noi condividiamo aiutandoci concretamente. “Chi
accumula tesori per sé, non si arricchisce presso Dio”. E non vale per il cielo
ciò che si ha, ma ciò che si dà.
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