BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
SANTO NATALE 25 Dicembre 2020
Carissimi, non abbiamo sentito il canto degli angeli, stanotte, e non abbiamo avuto la grazia di essere raggiunti da un annuncio di gioia rivolto a dei pastori folgorati da un’incredibile notizia: “nato per voi, un Salvatore, che è Cristo Signore”. Noi, assenti in quel momento, raccogliamo però l’esortazione decisa che costoro si sono fatti, riavendosi dalla sorpresa: “Andiamo dunque a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. E, allora, eccoci qui, stamattina, a renderci conto di cosa sia successo. E cosa dice di Dio e di noi questo fatto. E cosa vediamo?
Vediamo una grotta, che fungeva da stalla, dove viene alla luce un bimbo. Quel luogo potrebbe essere, anzi, è la nostra dimora povera; il luogo dove noi, come i pastori, ci rifugiamo, quando nelle nostre fatiche e nel nostro andare di pascolo in pascolo, non troviamo pace. Forse le nostre famiglie potrebbero essere come grotte inospitali per la miseria morale e spirituale di cui sono arredate. Ma qui è la sorpresa: Dio fa nascere Suo figlio, pone subito la sua presenza in un luogo così povero. A meno che noi, con la nostra indifferenza e a volte ostilità, lo mettiamo fuori. Il Natale è Dio che trova posto nella nostra casa.
Cosa vediamo nella grotta? Un momento di vita. Anzi la vita stessa, un piccolo nucleo familiare, due genitori, con amore indaffarati a dare accoglienza e calore a quel bambino neonato. Due genitori, tali per grazia e missione! Solo così lo si può essere. Non sono forse simili a noi, a tanti altri? Sì, molti di voi che sono genitori, lo sono per grazia e missione, soprattutto quando l’amarsi e l’amare, il lavorare e il tribolare, la gioia e il sacrificio, avvengono secondo la volontà di Dio, dicendo sì al suo progetto. Il Natale, nascita di Gesù, sta nell’accoglienza di due genitori, o comunque di una risposta alla chiamata di Dio.
E vediamo il Bambino! Non con gli occhi del corpo, ma della fede, dell’amore. Ed è Dio quel Bambino che sarà chiamato Gesù, cioè “Dio salva”. A questo punto occorre contemplare. E’ uno sguardo che non ammette commenti, al massimo qualche parola di stupore, e poi silenzio; lo sguardo del cuore, di chi si innamora al colpo di fulmine. Non si capisce molto, ma si avverte che qualcosa ci ha toccato in profondità. E’ quello che succede ai pastori, ed è quello che vorrei succedesse anche a me, e che io auguro a ciascuno di voi. Vediamo, crediamo, quel Bambino è Dio! Il Natale è lì, non nella coreografia che noi abbiamo creato, spesso estromettendo il festeggiato. Ritornando ai due genitori: quel Bambino, cioè Dio è il cuore della relazione d’amore di Giuseppe e di Maria! Se togliamo questo cuore dalla relazione sponsale è la morte!
Dove vediamo il Bambino? “Avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia…”. In questo momento mi fa tanto bene pensare alle mie mani come “mangiatoia”, che riceve in dono, perché tale è, dono di Dio, chi un giorno si farà pane per me; le mie mani luogo d’affetto che custodisce, protegge, e poi dona ad altri quel Bambino. Il Natale è nelle mie mani, è nel mio cuore. E’ nelle nostre mani, perché è nel nostro cuore. Dico “nostre” e “nostro”, poiché alla grotta, ultima cosa che vediamo è il correre di altri a vedere questo evento, Quel Bambino dato per la salvezza dell’umanità tutta che lì, davanti a Gesù, diventa fraternità. “Fratelli tutti” sono le parole iniziali della nuova enciclica di papa Francesco. E non stento a pensare che, se quel bambino avesse potuto balbettare le sue prime parole, sarebbero stare proprio queste: “voi siete fratelli tutti”.
Carissimi, ripetiamoci l’esortazione: “vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. E saremo nella vita dando gloria e lode a Dio, contagiando di gioia e pace questo nostro mondo! Buon Natale!
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