BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
Epifania A - 06.01.2022
Isaia 60,1-6 - Matteo 2,1-12
Il mistero del Natale è un percorso da compiere. Quello del Figlio di Dio che è disceso a noi in quel Bambino Gesù che nasce a Betlemme, quello dei pastori e oggi quello verso tutte le genti, rappresentate dai Magi. Questo percorso, breve o lungo, conduce proprio a Gesù. Con uno scopo che l’evangelista Matteo, nel narrare il fatto, descrive così: i Magi “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”.
La Parola del Signore ci guida a conoscere quest’ultimo atteggiamento, poiché adorare significa consegnare se stessi, riconoscere il Dono nella sua grandezza, il Figlio di Dio, il Dono che non possiamo comparare con i nostri doni, fossero pure preziosi come quelli dei Magi. Adorare, consegnare ste stessi, riconoscere qualcuno più grande di noi, sottometterci a qualcosa. Suvvia, non diciamo troppo facilmente, noi non ci sottomettiamo a niente e a nessuno, non adoriamo niente e nessuno. Intanto adoriamo noi stessi, e poi, se vogliamo essere onesti, ci sono un’infinità di cose e situazioni, magari li chiamiamo doveri o necessarie distrazioni, che adoriamo alle quali consegnano tutto di noi, energie, tempo, denari, riposo, salute…
Abbiamo bisogno, sì, di adorare, ma rischiamo di sbagliare obiettivo; infatti, se non adoriamo Dio, si arriva ad adorare degli idoli. Nel nostro tempo si è un po’perso il senso dell’adorazione, salvo, sembra, stare davanti ai social, tabernacoli nelle nostre case o continuamente in mano nostra. Vogliamo imparare ad adorare!
Per farlo occorre “alzare gli occhi”! Già l’ha detto il profeta Isaia nella prima lettura alla comunità di Gerusalemme, ritornata da poco dall’esilio e prostrata dallo scoraggiamento a causa di tante difficoltà: “Alza gli occhi intorno e guarda” . E’ invito a mettere da parte stanchezza e lamentele, a non ripiegarci su noi stessi e sulle nostre preoccupazioni, leggerezze o ansie, delusioni; non lasciarsi cioè imprigionare da pensieri che portiamo dentro, pur pesanti. Non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene. No. Si tratta invece di guardare in modo nuovo ciò che ancora ci fa soffrire e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo.
Al contrario, quando rifiutiamo di alzare gli occhi a Dio, la paura ci prende e disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla vergogna, alla depressione. Alza gli occhi intorno e guarda: il Signore ci invita ad avere fiducia in Lui, perché Egli si prende realmente cura di tutti. Egli non ci abbandona mai: il Verbo si è fatto carne e rimane con noi, tutti i giorni Sempre.
Quando alziamo gli occhi a Dio, i problemi della vita non scompaiono, no, ma sentiamo che il Signore ci dà la forza necessaria per affrontarli. “Alzare gli occhi”, allora, è il primo passo per giungere all’adorazione. Da dove sono partiti i Magi? Alzando gli occhi al cielo, cercando qualche segno che fosse risposta a quello che nel cuore loro già chiamava. Alziamo gli occhi sulla vita, sui fratelli, ritorniamo a vedere il loro volto. Può essere un cielo senza stelle, tutto buio. Ma chi ama saprà scorgere nella notte più nera un chiarore, seppur tenue, che l’attira e pure indica il cammino. Arrivati all’adorazione di Gesù, s’aprirà un’altra strada per la vita.
(cfr. Papa Francesco)
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