lunedì 12 agosto 2024

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

19° Domenica B – 11.08.2024

1Re 19,4-8   -   Giovanni 6,41-51

Allo sfogo di Elia, prima lettura, “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita,…”, in seguito ad una situazione fallimentare, disperata, in cui si trova, e nella quale viene soccorso in modo misterioso con una “focaccia e un orcio d’acqua” che gli consentono, dietro il comando di Dio, di riprendere il lungo cammino, risponde, a quanti lo cercano, l’offerta  e l’assicurazione di Gesù di un pane che discende dal cielo perché chi ne mangia non muoia. Questo pane, dice Gesù, è la mia carne per la vita del mondo. Sono io!

In che senso Gesù è il pane disceso dal cielo? Egli è il dono di Dio, il Figlio suo, mandato nel mondo perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa, o da chi? Dalla morte, che anche Elia, uomo di Dio, figuriamoci noi!, invoca? E badate bene: Elia non invoca la morte perché ce l’ha con Dio o con gli altri, ne avrebbe motivo, visto com’è oggetto di persecuzione da parte dei potenti e derisione da parte dei suoi concittadini. Elia invoca la morte, “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Se la prende con se stesso! Non ha più voglia di vivere perché è deluso di sé. Così, prima della morte fisica che anche noi a volte invochiamo, “Signore, non ne posso più!”, c’è la voglia di morire, che è una morte anticipata, un’agonia; c’è la voglia di non vivere, con tutti i nomi che conosciamo: stanchezza, depressione, scoraggiamento, delusione, angoscia, paura, amarezza, insuccesso, stordimento…Tutto peggio della morte stessa.

Non è solamente Elia che si lamenta e si deprime. Lo fanno anche quelli che cercavano Gesù; si trovano nella stessa situazione. Il richiamo Suo, “non mormorate tra voi”, probabilmente era perché invece di farsi coraggio a vicenda si buttavano giù, si piangevano addosso, suscitavano dubbi e incertezze. Quando Gesù dice che chi mangia di questo pane vivrà, significa che la voglia di morire, di abbandonare l’esistenza, di lasciarsi andare, di maledire la vita, di cedere al peccato, di non credere all’amore di Dio, e di rifiutarlo, non l’avranno vinta. Più che sulle maledizioni, o comunque quanto ci mette in difficoltà e ci fa sentire degli sconfitti, nutrite da questo pane che è Gesù, possiamo coltivare uno sguardo più realistico sulle benedizioni che la  vita ci riserva.

In conclusione, dobbiamo scegliere dove sederci: o sotto la ginestra, come Elia, o alla mensa dove Gesù ci offre il Suo pane, se stesso. La ginestra, fiore del deserto, nel linguaggio delle piante e dei fiori, sarebbe simbolo di protezione e sicurezza, ed è indubbio che il profeta, nella sua condizione disperata, ne ha bisogno, le ricerca; solamente che si lascia andare, non si rialza più, se qualcuno non lo risveglia. Forse anch’io cerco protezione e sicurezza in qualcosa, un riparo nel mio sconforto. Ma ho bisogno che mi sia detto : “Alzati, mangia!”; e sono talmente sfinito che me lo si deve ripetere: “Alzati, mangia!, perché è troppo lungo per te il cammino”. Come a dire: “Non è finita!”. C’è stato anche un pane nel deserto, la manna; non sufficiente per dare salvezza! A differenza del pane che io darò, assicura Gesù!

I quaranta giorni e le quaranta notti che Elia camminò per raggiungere una nuova esperienza di Dio, ci richiamano al nostro cammino che siamo chiamati a fare nella fiducia e nella forza che viene dal pane disceso dal cielo, il pane che ci guarisce dalla voglia di morire, e ci fa benedire la vita.

 

 

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