BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
18° Domenica B – 04.08.2024
Giovanni 6,24-35
Mangiare è un’attività fondamentale dell’esistenza e non vi possiamo rinunciare. Dobbiamo, però, saper discernere e scegliere il cibo che ci fa vivere e quello che invece rischia di avvelenare la nostra vita.
Dopo aver ascoltato la narrazione della vicenda del popolo d’Israele che, nel deserto, si lamenta e rimpiange la pentola della carne e il pane a sazietà che avevano a disposizione in Egitto, in regime di schiavitù; dopo le parole iniziali di Gesù, che continueranno in un lungo discorso che avremo modo di ascoltare in queste domeniche d’agosto, mi viene da segnalare che c’è un cibo da schiavi, che anche a noi capita di rimpiangere e a cui non vorremmo rinunciare, e un cibo, che scopriremo da figli, che dà libertà, o meglio ci sostiene in un cammino di libertà. C’è un pane, un mangiare da servi, da schiavi, che ci fa stare prigionieri di condizioni che Dio non vuole per noi; ma c’è la possibilità di un altro cibo che ci accompagna davvero nella vita.
Il primo lo prendiamo, possiamo dire con una immagine, da seduti, vale a dire rassegnati, senza particolari desideri e attese; è il cibo che ci lega in modo sbagliato alla terra e alle cose della terra., “vani pensieri e passioni ingannevoli”: accontentarci o affannarci per “cibi futili” di questo mondo, le comodità egoistiche, la ricchezza, il potere, le varie dipendenze, il pensare di salvarci da noi, il ritenere che è tutto lì il senso dell’esistenza… “Cibo che non dura”, mette in guardia Gesù, e per esso tanto ci diamo da fare. A volte, persino contiamo su di Lui, per questo pane “comodo” come le folle che vanno alla ricerca di Colui che, avendone avuto compassione, le aveva sfamate gratis. Cerchiamo il Signore per interessi, sia pur legittimi, ma oltre i quali Egli vuole portarci.
L’altro cibo, il vero cibo che Dio vuole darci, quello che rimane per vita eterna, precisa sempre Gesù, è Egli stesso, la Sua persona, la Sua Parola, la Sua amicizia. Ed è il cibo di chi cammina nel deserto dietro la Sua guida, nutrendoci del cibo che Dio ha mandato dal cielo, abbiamo speranza di vita, per noi e per il mondo.
Allora la domanda che poniamo a noi stessi con onestà: quale cibo cerchiamo? Di quale pane ci nutriamo? Quello degli schiavi o quello di persone incamminate verso la libertà? Dio non ci fa mai mancare il pane di cui abbiamo bisogno ogni giorno. E Gesù è stato mandato proprio per questo. E con un percorso paziente, non da tutti accolto, ci condurrà all’ultima cena dove il vero pane che dà la vita sarà spezzato e dato a noi, Egli stesso.
Ci rimane la domanda che Gesù si è sentito rivolgere: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Per avere il cibo che rimane per la vita eterna?”. Risposta: credere il Colui che Dio ha mandato. Credere in lui vuol dire fidarsi dell’azione di Gesù nella nostra esistenza, anche quando ci sembra impossibile, anche quando Dio ci sembra in silenzio, anche quando la sua presenza ci appare nascosta e inefficace.
Contro risposta a quella di Gesù è la nostra invocazione umile, sincera, grata: “Signore, dacci sempre questo pane”. Dacci te stesso, dacci la tua amicizia.
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