domenica 31 agosto 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

22° Domenica C – 31.08.2025 

Sir 3,19-21.30-31   -   Luca 14, 1.7-14     

La porta da attraversare, quella che Gesù domenica scorsa ci indicava, per avere salvezza e vita sarà anche stretta. Ciò che il Vangelo ci dice è bello, è vero, ma è impegnativo. La porta è stretta perché noi forse siamo troppo larghi, gonfi di noi stessi, ed evidentemente non ce la facciamo a passare.

La Parola  che oggi ci viene offerta può aiutare affinché possiamo entrare invitati, di più, chiamati alla festa della vita, al banchetto che Dio ha preparato per noi. Innanzitutto è una Parola di grande saggezza, una parola che indica un tratto della persona che mostra vera bella umanità: la modestia, qui tradotta con mitezza. Prima lettura: “Figlio, compi le tue opere con mitezza, - e già qui si sgonfia la nostra arroganza, sicumera, ostacolo per passare la porta - e sarai amato più di un uomo generoso, di uno che condivide e aiuta altri. Bella cosa la generosità, apprezzata da tutti, motivo di stima, di ammirazione, di considerazione da parte degli altri.

Quanta sapienza in queste parole, quale fonte di pace nel cuore degli uomini e tra di loro in questa grande verità. La mitezza rende amabili, mentre l’orgoglio e la superbia ci fanno invisi a tutti.  E poi, chi ha l’animo buono vede con gli occhi e il cuore di Dio, sa ascoltare la Sua parola. Troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti”. E l’umile sarà benedetto dal Signore.

L’umiltà, la modestia, il modo di porsi con mitezza, consistono nel non far sfoggio di sé , o per il nostro avere o sapere, o per la posizione che abbiamo, o per la condizione di vita in cui ci troviamo, davanti agli altri; consistono nel non volerli sopravanzare e sentirci i migliori, quelli che hanno diritto ai primi posti, se andiamo alla parabola che Gesù ha raccontato proprio per raccomandare appunto la modestia. Tutto questo nell’esercizio della nostra umanità.

La parabola riprende la parola di saggezza, e Gesù la raccomanda anche come distintivo dei suoi discepoli.

A fronte di chi vuole sentirsi superiore, primeggiare, occupare i posti più importanti, insegna, dapprima, ad essere appunto modesto e umile. Diversamente c’è il rischio di una figuraccia, una situazione spiacevole. Se, invece, modesto e umile sei, non defilandoti per pigrizia, paura o comodità, puoi sentire una parola, un invito, che non solo fa piacere, ma rivivere: “Amico, vieni più avanti”.

Fuori della parabola, oggi  Gesù dice anche a me: “non hai motivo di stare indietro, non sei l’ultimo; sei il primo per me, sei unico, sei l’amico, vieni avanti…Riscopri la tua dignità, considera il valore che tu hai per me; dai, non demoralizzarti. No, vieni avanti..”. Quante occasioni per abbatterci, per metterci all’ultimo posto, per vergognarci, per commiserarci di noi stessi, quando non sono gli altri ad umiliarci. E Gesù mi dice: “Amico, vieni più avanti”. E’ una parola “buona” che mi fa immensamente bene.

Altro insegnamento: chi ha un animo modesto e umile, pur avendo le condizioni per sentirsi importante, riserva attenzione a “poveri, storpi, zoppi e ciechi”. E’ lo stesso sguardo di Dio verso i suoi figli che il mondo considera ultimi. Queste quattro categorie di infelici che non hanno da ricambiare sono preferiti alle altre quattro categorie citate da Gesù, “amici, fratelli, parenti, ricchi vicini”. Certamente non vanno trascurati, ma l’attenzione mette al primo posto proprio gli ultimi.

La frase che conclude l’insegnamento di Gesù può far pensare ad un far del bene interessato, che viene ricompensato, ora o alla risurrezione dei morti. Ricompensa è l’amore donato che torna noi, cento volte di più; l’amore che già Dio ha per noi, qualunque posto occupiamo.

 

 

 

domenica 24 agosto 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

21° Domenica C – 24/08/2025

Is 66,18-21   -   Eb.12,5-7.11-13   -   Luca 13,22-30

“Chi è dentro, è dentro; chi è fuori, è fuori”. Chissà quante volte , piccolini o ragazzini, abbiamo sentito questo grido da chi guidava il gioco. Quante volte l’abbiamo fatto noi, continuando a giocare a nascondino, perché non si può stare a vivere senza gioco. E’  un’ esperienza di allegria, di gioia, di amicizia, di socializzazione, accoglienza e solidarietà con altri, di passione e impegno, ma sempre per divertirsi, esperienza di gratuità, solo per lo scopo di giocare… Se entrano o prevalgono nel gioco altri obiettivi, il gioco si fa pesante, non è più tale, non è più motivo di festa, ma spesso di tensione, lotta e persino cattiveria. “Chi dentro è dentro, chi è fuori è fuori”. Gioco è pure la vita cristiana, proprio per quelli aspetti che la fanno bella, piacevole, arricchente il cuore e l’esistenza stessa. No, non è un deprezzarla, ma è una cosa seria e serena per la nostra salvezza o felicità, pensarla come un gioco.

Quando intraprendiamo un impegno dobbiamo avere presente cosa vogliamo: la facilità o la felicità? Basta poco, sentendo l’assonanza delle due parole, ingannarci. La vita cristiana, sequela di Gesù, ha delle condizioni per la felicità. Nel vangelo di oggi possiamo riconoscerne alcune. Sforzatevi di entrare per la porta stretta… Può succedere che il padrone di casa ci chiuderà fuori…o ci rimprovererà di non essere stati abbastanza accorti…”Sforzatevi” equivale ad affrettatevi, datevi una mossa, non indugiate, non prendetevela comoda”. Allora, “giochi”, sì o no? Ci stai o non ci stai? Insomma: vuoi essere mio discepolo, accetti di seguirmi? Può dirci Gesù. “Muoviti! Impegnati!”. Non indugiamo troppo spesso, non prendiamo sotto gamba l’invito, la chiamata, l’incontro di cui Gesù ci ha onorati. Uno può dire: troppe regole in questo “gioco”, troppo impegnativo per me il vangelo. Oppure: troppo forte l’avversario, che poi posso essere io stesso di me, con il mio egoismo, paura, pigrizia. Non ce  la faccio, mi ritiro. Solo che, poi, vorremmo in qualche modo festeggiare, avere dei benefici comunque al termine della gara nella quale, volenti o no, siamo coinvolti.

C’è una porta “stretta”, difficile da attraversare. E indubbio che è stretta, piccola, scomoda, quella che Gesù è venuto ad indicarci. Ma non dimentichiamo che quella porta è Egli stesso, come si definisce in un passo del vangelo, ed è di salvezza, di libertà, di vita. E quindi è anche accogliente, piacevole, sempre aperta per chi ricorre a Lui. Se, invece, constatiamo che ci è proprio stretta, non è perché noi siamo troppo ingombranti, troppo grandi e larghi nel nostro orgoglio, nel nostro ego, cioè siamo presuntuosi, superbi, sicuri di noi, bardati di tante cose e convinzioni, appesantiti da ciò che fa apparire davvero difficile accettare l’invito di Gesù?

Comunque, per passare attraverso una porta stretta, lo sappiamo, c’è un solo modo: contorcersi, contrarsi, insomma… farsi piccoli. Ecco cosa preme far capire a Gesù: non si può essere discepoli se non si rinuncia ad essere grandi, se non ci si fa piccoli e servi di tutti. Attenti all’ l’errore del fariseo: la presunzione, la fiducia riposta nella propria santità, nelle proprie opere buone, riteniamo di avere le carte in regola per entrare alla festa. Purtroppo è un far finta di stare a questo gioco della vita cristiana, discepoli veri del vangelo. 

Bando, quindi alla pigrizia, a ciò che ingombra, a chi si fa grande. Il “piccolo” che passa per la porta stretta è chi sa di non meritare nulla, chi sa di essere fragile, chi non può che appellarsi alla misericordia di Dio, solo costui riesce a passare. Ed è necessario affrettarsi, non c’è tempo da perdere.

 

Allora Dio, forse, fa una selezione? Piuttosto, dice la seconda lettura: il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E non scarta nessuno; non lascia nulla di intentato, perché vuole che passiamo quella porta. E poi essa è aperta, attende chiunque. Lo assicura sempre la parola del Signore con cui si apre la prima lettura: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Ed è confermata dal vangelo. Nessuno è escluso dal partecipare al Suo “gioco”, al Suo banchetto, alla Sua festa.



domenica 17 agosto 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

20° Domenica C – 17/08/2025 

Ebrei 12,1-4    -   Ebrei 12,1-4   -  Luca 12,49-53

Partiamo da quello che succede al profeta Geremia, uomo di Dio, e si ripete anche oggi. Tutti coloro che annunciano la parola di Dio sono sempre trattati allo stesso modo. Il loro messaggio, prima o poi, si scontra con gli interessi dei potenti e questi cominciano a perseguitarli, cercano in ogni modo di metterli a tacere o addirittura di eliminarli. Basta pensare a cosa va incontro chi, credente o no,  osa criticare i comportamenti scorretti di chi detiene il potere, chi denuncia ingiustizie, furti, disonestà sul lavoro, chi rifiuta la violenza come mezzo per ristabilire la giustizia, chi osa alzare la voce contro guerra e genocidio, commercio delle armi, e reclama la pace.  Il Signore però non abbandona i suoi profeti perseguitati, isolati, gettati nel fango.

Perché meravigliarci di questo quando Gesù ha detto di non essere venuto a portare la pace, ma la divisione; è venuto a portare un fuoco sulla terra, e vuole che sia acceso, e tenuto ben vivo. Cos’è questo fuoco? Cos’è questa divisione? E’ il rifiuto, la conseguenza inevitabile di non cedere alla mentalità di questo mondo, alle pastoie di chi vorrebbe reggersi sulla forza, sulla violenza, sull’arroganza; l’umanità che cancella Dio, o peggio se ne vuol servire per dominare, schiacciare, invece di servire. Questa divisione è nel mondo, lo vediamo. E sembra prevalere il male.

Questa divisione è nelle nostre famiglie, dove la sofferenza è tenuta nascosta. Questa divisione è persino nel nostro cuore che si abbatte e si rassegna a subirla. No, non la neghiamo, né la evitiamo, ma la affrontiamo nella verità. Bisogna chiamare le cose con il loro nome e non giustificare il male che viene commesso; bisogna denunciare, diceva il santo Vescovo Tonino Bello, stoltezze, ingiustizie, cattiverie; e aggiungeva, bisogna annunciare il bene che il Vangelo di Gesù ci indica fino al perdono; e completava precisando che bisogna rinunciare al nostro quieto vivere, e per questo essere disposti a pagare. La scelta di essere cristiani costa. Gesù non è venuto per il quieto nostro vivere, ma per darci un vita piena, e coraggiosa, sconvolgente, controcorrente, accesa d’amore, di giustizia, di misericordia.

E allora cos’è il fuoco che sembra alimentare questa divisione, questa lotta, e che Gesù si augura, vuole che, invece, sia bene accesso? E’ l’amore che era in Lui, lo Spirito che l’animava, lo muoveva, gli dava coraggio di stare dalla parte dei poveri, degli ultimi, di riprendere con forza i superbi, i presuntuosi, di accogliere i peccatori, i fuorilegge, di offrire loro perdono e nuova vita. E’ il fuoco della verità e della carità che dovrebbe ardere anche in noi. E’ il fuoco della verità evangelica che solamente la carità può tenere acceso; cioè il bene che vogliamo agli altri e per gli altri. Sì, può essere legittimo, finanche doveroso, non scandalizzarci e sostenere tale divisione in nome del Vangelo, che spesso comporta il disprezzo e la derisione del mondo, anche di casa nostra, che vorrebbe spegnere il fuoco acceso da Gesù in noi, il fuoco della sua parola, il suo messaggio di salvezza. La fede è un fuoco; è Gesù che dà fuoco alla nostra vita; e attraverso di noi vuole, invece, incendiare il mondo spegnendo focolai, roghi di guerra, e di morte.

In una famiglia c’è chi questo fuoco lo lascia morire, chi lo spegne volutamente, chi lo tiene vivo, e magari lo può fare solo nel proprio cuore, altre volte tenta di offrirlo agli altri…E così la divisione non ha termine. E rimane benedetta questa divisione, perché per alcuni è luogo di testimonianza, per altri sempre offerta di salvezza, opportunità che la misericordia mai nega a nessuno.