lunedì 4 agosto 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

18° Domenica C – 03.08.2025

Qoelet 1.2;2,21-23   -   Colossesi 3,1-5.9-11   -   Luca 12,13-21

Un testo di grande sapienza la prima lettura. Non intriso di pessimismo, ma di sano realismo. L’autore, un uomo saggio, Vive in un tempo caratterizzato dal benessere e dal fiorire di una notevole attività economica, un delirio collettivo, una corsa sfrenata e insensata all’accumulo dei beni. Osserva con attenzione e distacco questo affaccendarsi concitato, riflette e si chiede: ne vale la pena o è tutto un “rincorrere il vento”. “Tutto è vanità”, il ritornello. Passano tutti i successi. “Tutto è vanità”. Anche lasciare i propri beni ad un altro che non vi ha per nulla faticato”. Allora il saggio consiglia ai suoi discepoli un sano godimento di quanto la vita offre. Ma non va oltre. L’insegnamento di Gesù, il Vangelo, lo farà. Sarà Gesù ad insegnarci uno sguardo nuovo, a insegnare a non agitarsi per le vanità, per non inseguire il vento.

Ci introduce  a questo la seconda lettura con l’esortazione di Paolo: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Sembra un invito a disprezzare questo mondo ed a disinteressarci dei problemi materiali per rivolgerci solo al cielo. In realtà di riferisce al battesimo per dirci che anche nel trattare le cose di questo mondo, dobbiamo ricordarci che noi siamo nuovi, della novità di Gesù. Farla finita non con la realtà di questo mondo, ma con quella parte di uomo che appartiene alla terra: “Fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia insaziabile che è idolatria”. Abbiamo un vestito nuovo!

La breve parabola che segue a commento della richiesta insolita che Gesù si sente rivolgere, “Signore, dì che mio fratello divida con me l’eredità”, ci guida andare oltre le cose, di cui abbiamo pur diritto, per non lasciarci prendere dall’avidità, “influenzati”, visto che è termine ricorrente in questi giorni, dalla bramosia del denaro, dalla volontà di arraffare cose, causa di tanti mali, invidie, liti e divisioni.  E’ paradossale: ciò che si dovrebbe dividere, i beni che abbiamo a nostra disposizione, finiscono, invece, per dividerci tra di noi.

 

La ricchezza non è un male. Gesù non l’ha mai condannata, non ha mai invitato nessuno a gettarla via, ma ha messo in guardia dai seri pericoli che nasconde. Il ricco agricoltore non è condannato perché ha prodotto molti beni, perché ha lavorato, perché si è impegnato. E’ denunciato nella parabola perché “ha accumulato per sé” e “non si è arricchito agli occhi di Dio” . Nella sua mente non c’era posto per altro, certo non per Dio. Né per gli altri. I beni, il lavoro stesso, sono l’idolo che ci possono disumanizzare; saltano la salute, la famiglia, le relazioni più belle e care. Oltre che prendere, il lavoro, il posto di Dio. Guardate come l’agricoltore della parabola, esprime i propri sentimenti e pensieri, e ripete ossessivamente quel maledetto aggettivo, “mio”: “i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, tutto per me stesso”.

 

Mi sono chiesto: dov’è la buona notizia  in questo richiamo che sembra impedirmi di godere anche delle cose buone che onestamente posso avermi guadagnato? E’ nella libertà dalle cose stesse, dalla loro prigionia, dalla loro influenza sulla mia vita; dalle cose che non sono eterne, e che un giorno dovrò lasciare; dalle cose che possono diventare un idolo, il mio dio, e che non possono darmi salvezza. Mentre potrebbero diventare occasioni, opportunità di bene, di comunione, di solidarietà, di giustizia, in questo nostro mondo.

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