BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia
29° Domenica C – 19 /10/2025
Alzare le mani! C’è alzare e alzare! C’è chi le alza le mani per prendere, chi le alza peri tirarsi fuori; c’è chi le alza le mani per menare, chi le alza per difendersi; c’è chi le alza le mani per segnalare la propria presenza, chi le alza per reclamare l’intervento, per chiedere la parola; c’è chi le alza in segno di gioia e di festa…”siamo stati anche educati a “non alzare le mani!”
Ma alzare le mani è pure indicativo di un atteggiamento particolare del credente. L’abbiamo sentito nella prima lettura, là dove Mosè alza le mani e si fa aiutare a tenerle levate per entrare in dialogo con Dio, per mettersi alla sua presenza e pregare, sostenere il suo popolo nella battaglia.
La preghiera, tema che riunisce le letture di questa domenica, è stare davanti a Dio con la nostra innocenza o con la nostra miseria, con la nostra povertà, è proclamare davanti alla santità e grandezza di Dio, il nostro essere creature, peccatori; è confessare la propria impotenza e difficoltà; è invocare, gridare aiuto; è raccomandare a Dio ciò e chi ci è caro, parlargli di quanto ci sta a cuore, dei nostri fratelli. È entrare nel cuore di Dio in una relazione affettuosa, uno sguardo amoroso, fatto di silenzio, poche parole, come da innamorati, e Lui comprende bene le nostre necessità, vede il nostro bisogno di aiuto e di amore, di giustizia.
Come Mosè sul monte, anche la povera vedova della parabola del vangelo alza le mani davanti al giudice reclamando giustizia, alza la voce, grida, con insistenza, rompendo l’anima notte e giorno a questo giudice che non fa bella figura e appare irriverente nei confronti di Dio e del prossimo. Il centro della parabola è la forza della preghiera appunto insistente, che si prende tutta la confidenza necessaria, colma di fiducia oltre che di disperazione, la preghiera che individua la debolezza del potente. Nel giudice è il non voler essere più scocciato; infatti egli non è mosso da alcun buon sentimento o senso di giustizia; ma in Dio invece è veramente benevolenza somma.
Motivi di stanchezza sono la mancanza di fiducia in Dio, ma anche considerare noi stessi privi di meriti per essere ascoltati. Ma Dio non guarda i meriti, vede il bisogno, e si ricorda del Suo amore. La preghiera conosce la stanchezza perché è un combattimento contro tutto ciò che vorrebbe distoglierci da essa e lasciarla.
Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà ancora la fede sulla terra? Domanda tragica che anche Gesù si pone. Quando egli ritornerà, anzi Egli è già qui, è presente, vogliamo ancora “alzare le mani”, non più per fare lotte e guerre, ma per lodarlo, per accoglierlo, magari lasciando ciò che ora le tiene occupate e strette? Ci sarà ancora la fede, questo rapporto con Dio fatto di desiderio e di preghiera con Lui che ci aiuta a valutare realtà, avvenimenti, con i suoi criteri, cioè secondo la sua volontà, il suo progetto di bene per tutti; preghiera che diventa vita e opere di giustizia? Poiché pregare sempre significa non prendere alcuna decisione senza aver prima consultato il Signore e la Sua parola.
Se usciamo di chiesa oggi anche noi con l’interrogativo che si pone Gesù, e non sarebbe male, non sia a riguardo degli altri, della società, del mondo. Ma su di noi, su di me. Sì, durerà la mia fede, quella che dico di avere, e non crollerà sotto i colpi della prova e nell’ingiustizia, se le mie mani alzate diverranno anche mani operose. Esse toccano il cuore di Dio e si lasciano toccare e afferrare da quello dei fratelli.
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